“Allora Bilam pronunciò il suo oracolo e disse: Balak m’ha fatto venire da Aram, il re di Moab dalle montagne d’Oriente. – ‘Vieni’, disse, ‘maledicimi Giacobbe! Vieni, esecra Israele” (Numeri 23:7). Balak, re di Moab, convocò Bilam e lo assoldò per lanciare una maledizione sul popolo ebraico che passava il suo territorio, in modo che venisse annientato. Il piano di Balak fallì, poiché Dio costrinse ripetutamente Bilam a benedire il Suo popolo. Bilam iniziò la sua prima benedizione notando che Balak lo aveva portato dalla sua terra natale, Aram, allo scopo di maledire Israele. Perché questo dettaglio è importante? Che significato ha il fatto che Bilam sia stato portato a Moab proprio dalla regione di Aram?
Per rispondere a questa domanda, bisogna partire dal presupposto che il piano di Balak non fu affatto avventato o casuale; fu ideato e concepito con molta cura. Balak esplorò le origini dei figli d’Israele – da cui si sentiva così minacciato – e scoprì che il loro capostipite proveniva da Aram Naharayim. Era lì che Abramo era cresciuto e da lì si era poi diretto verso la terra di Canaan. Balak pensò che la migliore possibilità di distruggere quel popolo, sarebbe stata trovata in qualcuno che avesse le stesse origini, un’altra persona proveniente da Aram.
È un fatto risaputo che il dolore più grande che si possa infliggere a qualcuno proviene da una persona a lui vicina. Ad esempio, un insulto da parte di un familiare stretto ferisce molto di quello di qualcuno che non fa parte della famiglia. E un insulto da parte di un membro della comunità ferisce molto di più di un insulto da parte di un perfetto sconosciuto. Balak pensò che se fosse riuscito a far venire qualcuno da Aram per contrapporsi a questo popolo “che esce dall’Egitto”, sarebbe riuscito nell’impresa di sterminare i figli d’Israele.
Tuttavia, Balak commise un grave errore. Non si rese conto che, sebbene Abramo fosse effettivamente cresciuto in Aram, lui si era completamente distaccato da quelle origini. Quando Dio parlò per la prima volta ad Abramo, gli ordinò di “lasciare il suo paese, il suo luogo di nascita e la casa di suo padre” (Genesi 12:1), riferendosi non a un semplice trasferimento geografico, ma a una completa dissociazione dal suo passato. Il trasferimento di Abramo nella terra di Canaan, costituì una netta rottura con le sue origini familiari, l’inizio di qualcosa di completamente nuovo. Questo è il motivo per cui Abramo e Sara non erano naturalmente in grado di generare figli e ne generarono uno solo e tramite un miracolo. La nascita del popolo ebraico segnò la creazione di una linea di discendenza completamente nuova, senza alcun legame biologico con le origini familiari di Abramo e Sara. Questo è anche il motivo per cui i loro nomi furono cambiati – da Avram ad Avraham e da Sarai a Sarah – per indicare che subirono una trasformazione fondamentale e una effettiva rinascita. Bilam, tra l’altro, sempre nella sua prima benedizione, pronuncia queste parole: “Poiché dalla cima delle rocce li vedo, e dalle colline li contemplo” (Numeri 23:9). Rashi scrive che questa sia una allusione ai Patriarchi (cima delle rocce) e alle Matriarche (dalle colline). Bilam stava dicendo che i i figli d’Israele, sono radicati nella grandezza che deriva dai loro sacri e giusti antenati, pertanto non potevano essere maledetti. Bilam stava anche osservando che le radici dei figli d’Israele non si estendono oltre i Patriarchi e le Matriarche. Non fanno risalire la loro discendenza ai genitori e agli antenati di Abramo e Sara, perché sono un’entità fondamentalmente nuova e distinta, che non ha alcun collegamento con le famiglie di origine in Aram.
Così continua il versetto: “Hen am levadad yshkon uvagoyim lo yitchashav/ecco, sono un popolo che vive solo e non è annoverato tra le nazioni”. I “geni” di Aram, per così dire, non sono mai arrivati ai discendenti di Abramo così da non aver alcun legame con nessun altro popolo e per questo il piano di Balak era destinato a fallire fin dall’inizio.
Il popolo ebraico è diverso, noi siamo destinati a essere diversi. Credenze, valori e stili di vita accettati e popolari tra le altre nazioni non sono necessariamente accettabili per noi. Le cose cui la società circostante dà priorità e celebra, non sono necessariamente prioritarie o celebrabili anche per noi. Dobbiamo imparare vivere con il senso di “am levadad yshkon”, che viviamo soli, con le nostre tradizioni, i nostri valori e il nostro stile di vita, perché, forse è proprio quel senso che ci porterà all’unità, Shabbat Shalom.
