Unendo i titoli delle due porzioni della Torah che leggiamo questa settimana, otteniamo un messaggio folgorante: Achare Mot – Kedoshim, ovvero “Dopo la morte, sarete santi”. Sembra un paradosso: la santità non dovrebbe riguardare la vita? In realtà, questo titolo congiunto ci suggerisce che l’obiettivo del nostro passaggio terreno è arrivare alla fine del percorso così raffinati in modo che la nostra anima non debba più errare, ma riposare sotto le ali della Shechinà. Nella Parashà incontriamo un verso che è il cuore pulsante dell’intera Torah: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Se scaviamo nelle pieghe del Talmud e della mistica, scopriamo che questo precetto nasconde il vero codice per risolvere l’enigma della nostra esistenza e del perfezionamento dell’anima. Nel Talmud (Pesachim 75a), Rav Nachman pronuncia una frase che a prima vista appare sconvolgente. Discutendo delle leggi sulla pena capitale, egli afferma che il precetto di “amare il prossimo” si applica “Scegliendo per la persona una morte dignitosa”. Come può l’amore ridursi a un dettaglio sulla fine della vita? La risposta non riguarda la fine fisica, ma il destino metafisico dell’anima. Per comprendere questo “cerchio che si chiude”, dobbiamo guardare a un altro celebre episodio talmudico.
Nel trattato Shabbat (31a), un gentile si presenta davanti a Shammai e Hillel con una sfida bizzarra: “Insegnami tutta la Torah mentre sto in piedi su una gamba sola (Reghel)”. Mentre Shammai lo allontana, percependo una mancanza di rispetto, Hillel accoglie la sfida e risponde: “Ciò che è odioso a te, non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah, il resto è commento; va’ e studia”. Com’è possibile che l’amore per il prossimo riassuma tutte le leggi dello Shabbat, dei Tefillin o della Mezuzah e così via? E cosa significa davvero quello stare in piedi su una “gamba sola”? L’Ari HaKadosh nel suo Shaar HaGilgulim (Il Portale delle Reincarnazioni) ci offre la chiave di lettura. Ogni anima ebrea ha il compito di compiere tutte le Mitzvot. Se una persona non completa questo “puzzle” spirituale, la sua anima deve tornare in questo mondo attraverso il Gilgul (reincarnazione) per ultimare ciò che manca. Questo processo è descritto come un passaggio faticoso, un ritorno ciclico che l’anima vorrebbe evitare per poter finalmente riposare nella luce divina. IL Gilgul non avviene solo per mancanze rituali, ma soprattutto per questioni interpersonali. Se una persona muore avendo una discussione irrisolta o un debito emotivo con un’altra, spesso non torna da sola: tornano entrambi. Le anime sono costrette a reincarnarsi insieme per ricreare la situazione di conflitto e, finalmente, risolverla con il perdono o la riparazione. Amare il prossimo, ci insegna, dunque, che risolvere un litigio oggi, significa liberare sé stessi e l’altro dall’obbligo di dover tornare ancora.
Ora la metafora del convertito si illumina. Il termine ebraico Reghel non significa solo “gamba”, ma anche “volta” o “ciclo” (come in Shalosh Regalim, tre volte cfr Parashat Balak). Quell’uomo non stava facendo un gioco d’equilibrio fisico; stava chiedendo: “Insegnami come completare la Torah in un’unica volta (Reghel), in un unico ciclo di vita, senza dover tornare ancora!”. Hillel gli rivela il segreto: l’amore per il prossimo. Nessun individuo può compiere tutte le Mitzvot da solo: chi non è Kohen non può offrire sacrifici; chi non ha figli non può compiere la Mitzvah della procreazione e così via. Tuttavia, il popolo d’Israele vive sotto il principio della Arevut: “Tutto Israele è garante l’uno per l’altro” (Shevuot 39a). Quando amiamo il prossimo come noi stessi, diventiamo un unico corpo spirituale. Le Mitzvot fatte dal mio vicino completano le mie, e viceversa. Inoltre, con lo stesso principio anche le questioni sociali si risolvono. E per le mitzvot che nessuno può fare oggi, come i servizi del Tempio? Il Talmud insegna: “Chiunque si occupa dello studio del sacrificio Olà, è come se avesse offerto quel sacrificio”. Quindi anche qui Hillel risolve l’Enigma: Và e studia.
Ora tutto torna. Una sola “gamba”, amare il prossimo e studiare. Chiudendo il cerchio con il punto iniziale potremmo dire che la “buona morte” di cui parla Rav Nachman in Pesachim è la Dipartita Compiuta. Amare il prossimo significa permettere a sé stessi e all’altro di completare il proprio mosaico spirituale in un’unica esistenza. “Va’ e studia” è l’invito di Hillel a colmare attraverso la conoscenza ciò che non possiamo compiere fisicamente. In questa visione, l’ascesa dell’anima non è una fine, ma un traguardo sereno. È il riposo di una Neshama che ha intrecciato la propria luce con quella dell’intero popolo e con Hashem-Echad. Ahavà (Amore) e Echad (Uno-Unione) condividono la stessa Ghematrià (13). Un amore reciproco 13 più 13 dà 26 il Nome di D.o stesso. Amare l’altro, dunque, è il più grande atto di gentilezza che possiamo fare alla nostra stessa anima: la libertà di tornare a Casa, finalmente santificati, Acharè Mot-Kedoshim.
E forse proprio qui si dischiude il segreto più profondo: quando le anime si uniscono, ogni istante si eleva e la vita si trasforma già in questo mondo in un frammento di Eternità.
Shabbat Shalom
