DAvigail Rock z.l. – Beit Midrash Virtuale – Yeshivat Har Etzion 11.8.2014
A. La vita
Rav Saadia Gaon, figlio di Yosef, comunemente indicato con l’acronimo Rasag (882–942), è considerato uno dei più grandi maestri dell’ebraismo all’inizio del Medioevo. Fu uno studioso di vastissima cultura, attivo in campi diversi quali l’esegesi biblica, la filosofia ebraica, la lingua ebraica, la preghiera e la halakhà. Nacque in Egitto, nella regione del Fayyum, ma svolse la parte più importante della sua attività in Babilonia, dove fu a capo della yeshivà di Sura. Fu il primo studioso ebreo a elaborare una trattazione sistematica della filosofia ebraica e il primo a scrivere un commento continuativo alla Torà. Come vedremo, queste opere rispondevano alle esigenze del suo tempo e divennero strumenti della sua battaglia contro fenomeni che rischiavano di disgregare la comunità ebraica.
Nel corso della sua vita Rasag attraversò i principali centri di studio ebraici e della cultura araba del suo tempo. In Egitto si sposò e gli nacquero diversi figli, due dei quali conosciamo per nome: She’erit e Rav Dosa Gaon. Sempre in Egitto avviò la sua attività intellettuale e compose l’Egron, il primo dizionario ebraico-arabo. Intorno ai trent’anni si trasferì in Terra d’Israele, probabilmente a Tiberiade, dove visse e operò fino al 921, quando si recò in Babilonia. Qui entrò nella yeshivà di Pumbedita, partecipò alla sua direzione per otto anni e portò il titolo di alluf. Nel 928 l’esilarca David ben Zakkai lo invitò a dirigere la yeshivà di Sura, incarico che Rasag accettò. Durante gli anni trascorsi nelle accademie babilonesi continuò a scrivere opere halakhiche e responsi a quesiti provenienti dalle diverse comunità della diaspora. Nel 930 scoppiò un aspro conflitto tra lui e l’esilarca, che lo costrinse a rifugiarsi a Baghdad. Negli anni del suo «esilio» da Sura compose alcune delle sue opere filosofiche più importanti, tra cui Il libro delle credenze e delle opinioni (Ha-nivchar be-emunot ve-de’ot). Nel 937, dopo la riconciliazione con l’esilarca, riprese la direzione della yeshivà di Sura, che mantenne fino alla morte nel 942.
B. Il contesto storico
Per comprendere il significato e l’importanza degli scritti di Rasag in generale, e del suo commento alla Torà in particolare, dobbiamo esaminarne il contesto culturale. Due sviluppi storici influenzarono profondamente la sua opera: uno esterno e uno interno al mondo ebraico. Il primo fu l’ascesa dell’Islam. In seguito alle conquiste musulmane del VII secolo, la maggior parte degli ebrei si trovò a vivere sotto il dominio e nell’ambito della cultura islamica. L’Islam mirava a rafforzare la propria presenza attraverso la conversione delle popolazioni soggette: talvolta ciò avveniva mediante coercizione, ma più spesso attraverso privilegi concessi ai convertiti. L’incontro con la religione e la cultura musulmane ebbe per le comunità ebraiche conseguenze ambivalenti: da un lato arricchì il loro orizzonte intellettuale, dall’altro le espose al rischio dell’assimilazione religiosa.
Parallelamente, e forse anche sotto l’influenza di tali fenomeni, si sviluppò una trasformazione interna, iniziata circa un secolo prima di Rasag. Nella seconda metà dell’VIII secolo, attorno alla figura di Anan ben David, cominciò a formarsi un movimento secondo il quale l’ebraismo doveva fondarsi esclusivamente sul testo biblico, senza ricorrere ad alcuna tradizione esterna. Il motto di Anan, fondatore del gruppo i cui seguaci si chiamavano «ananiti», era: חפישו שפיר באורייתא ואל תשענו על דעתי — «Cercate con cura nella Torà e non appoggiatevi alla mia opinione». Secondo questa concezione, la tradizione sarebbe stata un’invenzione umana e non avrebbe avuto forza vincolante: soltanto ciò che è scritto nella Torà obbliga. Due secoli più tardi questo orientamento si consolidò nel movimento dei caraiti. Il principale terreno di scontro fu il rapporto fra le norme bibliche e la tradizione della Torà orale, tanto sul piano dei princìpi quanto nell’interpretazione di singole prescrizioni.
I geonim anteriori a Rasag si erano opposti con fermezza a questo fenomeno, ma non lo avevano percepito come una minaccia tale da richiedere una battaglia sistematica, forse perché il movimento caraita non si era ancora pienamente consolidato. Al tempo di Rasag, invece, esso era ormai molto attivo e influenzava numerosi ebrei. Sono questi due fenomeni — la diffusione della cultura islamica e la sfida caraita — a costituire lo sfondo fondamentale dei suoi commenti alla Torà.
C. I commenti di Rasag alla Torà
Il commento breve e le sue caratteristiche
L’esegesi di Rasag alla Torà comprende due parti. La prima è il commento breve, una traduzione della Bibbia in arabo (tafsīr) accompagnata da brevi spiegazioni che vanno oltre la semplice resa letterale e si rivolgono a un pubblico ampio, ebraico e non ebraico. La seconda è il commento lungo, anch’esso scritto in arabo ma destinato a lettori colti, nel quale si affrontano questioni linguistiche, halakhiche e filosofiche. Cominciamo dal commento breve.
Nell’introduzione a quest’opera Rasag descrive le circostanze che lo spinsero a scriverla:
«Ho composto questo libro soltanto su richiesta di uno degli allievi, che mi ha chiesto di dedicare un’opera specifica al significato semplice dei passi della Torà, senza mescolarvi questioni di uso linguistico, parole intercambiabili, invertite o metaforiche. Non vi introdurrò le domande dei negatori né le mie risposte, né le ramificazioni dei precetti razionali, né le modalità di esecuzione dei precetti ricevuti per rivelazione; tradurrò soltanto il contenuto dei passi della Torà. Ho riconosciuto l’utilità di questa richiesta, affinché gli ascoltatori possano udire e comprendere in ordine e concisamente i contenuti della Torà: narrazione, comando e ricompensa. […] Se poi qualcuno vorrà approfondire ciascun precetto razionale, l’esecuzione di quelli rivelati e il modo di confutare le obiezioni mosse ai passi della Torà, cercherà tutto questo nell’altra mia opera: questo commento breve lo avvertirà dell’esistenza di tali questioni e lo guiderà verso ciò che cerca. Dopo aver considerato tutto questo, ho scritto il presente libro come traduzione del solo significato semplice dei passi della Torà, accurata secondo la ragione e la tradizione».
Secondo le parole della sua introduzione, l’intento principale di Rasag era dunque tradurre la Torà nella lingua araba parlata nei paesi musulmani, così da renderla accessibile a tutti. Egli sottolinea che il commento breve non avrebbe trattato le questioni filosofiche sollevate dalla Torà né fornito un’esposizione esauriente dei precetti, ma avrebbe offerto una traduzione essenzialmente letterale. Chi desiderasse approfondire avrebbe potuto rivolgersi al commento lungo: «Questo commento breve lo avvertirà e lo guiderà verso ciò che cerca». Dopo aver compreso il significato immediato dei versetti, il lettore sarebbe stato pronto a passare a un livello di studio più approfondito.
Ma la traduzione di Rasag è davvero soltanto una traduzione del significato semplice dei versetti? Esaminandola si scopre che egli si allontana spesso dalla resa strettamente letterale. Anzitutto aggiunge spiegazioni semplici, perché il suo pubblico comprendeva anche persone non ebree, che conoscevano poco o per nulla l’ebraico: Rasag intendeva rendere accessibili i libri biblici mediante traduzione e chiarimento. Inoltre voleva rafforzare la fede degli ebrei, superare le controversie e confutare credenze che considerava erronee, comprese quelle dei caraiti. La lingua della traduzione è limpida, razionale e comprensibile ai lettori arabofoni, anche quando ciò comporta una minore aderenza letterale al testo della Torà. Rasag cercava altresì di eliminare le ambiguità della lingua originale, probabilmente anche in rapporto alle sue dispute con i caraiti, e si discostava dalla lettera per trasmettere insegnamenti ed evitare errori in materia di fede.
Possiamo distinguere alcune caratteristiche principali del commento breve. In primo luogo, il rifiuto dell’antropomorfismo: Rasag evita di tradurre letteralmente i passi che attribuiscono a Dio caratteristiche o azioni corporee. Per esempio, in Genesi 17,22, וַיַּעַל אֱלֹהִים — «Dio salì» — viene reso «La gloria di Dio salì». In secondo luogo, i chiarimenti interpretativi: in Genesi 3,20, a proposito di Eva, כִּי הִוא הָיְתָה אֵם כָּל־חָי — «Perché ella fu la madre di ogni vivente» — diventa «la madre di ogni essere vivente dotato di parola», poiché Eva non era la madre degli animali. In terzo luogo, l’identificazione di luoghi, popoli, oggetti e animali: Rasag riconduce nomi biblici a realtà conosciute ai suoi contemporanei; così fa con i luoghi menzionati in Genesi 14,1-8 e con le pietre del pettorale sacerdotale, tradotte mediante i nomi di gemme note al suo tempo.
In quarto luogo, le precisazioni dottrinali: in Genesi 14,19, בָּרוּךְ אַבְרָם לְאֵל עֶלְיוֹן — «Benedetto sia Abram dal Dio Altissimo» — Rasag rende l’espressione in modo da sottolineare che si tratta del Dio che è Altissimo, e non di una divinità superiore ad altre. In quinto luogo, le modifiche per evitare interpretazioni che disonorino Dio: in Genesi 12,17, וַיְנַגַּע יְהוָה אֶת־פַּרְעֹה נְגָעִים גְּדֹלִים וְאֶת־בֵּיתוֹ עַל־דְּבַר שָׂרַי אֵשֶׁת אַבְרָם — «Il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi piaghe a causa di Sarai, moglie di Abram» — Rasag traduce: «Il Signore informò il faraone che avrebbe fatto venire su di lui e sulla sua casa grandi piaghe a causa di Sarai». La modifica serve a evitare l’obiezione secondo cui Dio avrebbe punito il faraone senza che questi sapesse che Sarai era sposata.
Il commento lungo e le sue caratteristiche
Purtroppo non possediamo il manoscritto completo del commento lungo di Rasag, ma soltanto parti della Genesi e dell’Esodo: una perdita davvero dolorosa. Nell’introduzione al commento lungo Rasag espone tuttavia il suo metodo interpretativo:
«È opportuno che ogni persona dotata di comprensione interpreti sempre il libro della Torà secondo il significato semplice delle parole, quello più noto e più frequentemente usato tra coloro che parlano quella lingua […], a meno che la percezione sensibile o la ragione non contraddicano quel significato, oppure che il senso letterale contraddica un altro versetto chiaro o la tradizione dei profeti».
La regola generale è dunque interpretare i versetti secondo il loro significato immediato, tranne nei casi in cui: (a) l’esperienza sensibile lo contraddica; (b) la ragione lo contraddica; (c) esista una contraddizione fra versetti; (d) la tradizione dei maestri contraddica il significato letterale. Per ragioni di spazio non presenterò esempi di tutte e quattro le categorie, ma mi soffermerò sull’ultima: i casi in cui l’interpretazione non segue il senso letterale perché questo contrasta con la tradizione rabbinica. Come abbiamo visto, uno degli scopi di Rasag era difendere la Torà orale contro la posizione caraita. Per questo, in numerosi passi halakhici, egli si allontana dal significato immediato dei versetti, li interpreta alla luce della tradizione e cerca di dimostrare, attraverso altri passi biblici e il ragionamento, che l’halakhà dei maestri è razionalmente necessaria.
Un esempio è Esodo 21,24, עַיִן תַּחַת עַיִן — «Occhio per occhio». Rasag riferisce una lunga disputa con il caraita Ben Zuta sul problema se il versetto prescriva la perdita effettiva di un occhio oppure una compensazione economica:
«Disse Rav Saadia: Non possiamo interpretare questo versetto alla lettera. Se una persona colpisse l’occhio del prossimo e gli togliesse un terzo della vista, come sarebbe possibile infliggergli un colpo identico, senza aggiungere né diminuire? Potrebbe forse perdere completamente la vista! Il problema è ancora più grave per l’ustione, la ferita e la contusione: se fossero inflitte in un punto pericoloso, la persona potrebbe morire, e la ragione non lo ammette. Ben Zuta gli disse: Ma altrove è scritto: “Come avrà prodotto una lesione in una persona, così sarà fatto a lui” (Levitico 24,20). Il Gaon rispose: Abbiamo casi in cui la preposizione be- vale ‘al, “su”; il significato è quindi che gli venga imposta una pena. Ben Zuta replicò: “Come ha fatto, così sarà fatto a lui” (Levitico 24,19). Il Gaon rispose: Anche Sansone disse: “Come hanno fatto a me, così ho fatto a loro” (Giudici 15,11), ma Sansone non prese le loro mogli per darle ad altri: si limitò a ripagarli secondo ciò che avevano fatto. Ben Zuta domandò: Se chi ha causato la lesione è povero, quale sarà la sua punizione? Il Gaon rispose: Se un cieco acceca un uomo vedente, che cosa gli si potrà fare? Il povero potrà forse arricchirsi e pagare, mentre il cieco non potrà mai restituire la vista».
Un altro esempio della sua lotta contro i caraiti riguarda Esodo 34,18, שָׁמוֹר אֶת־חֹדֶשׁ הָאָבִיב — «Osserva il mese della primavera». Rasag si oppone ai caraiti che stabiliscono l’intercalazione dell’anno in base al grado di maturazione dell’orzo nel mese di Nisan:
«E chi non si affida alla tradizione dei padri e alla loro pratica visibile, e si assume l’onere di raggiungere una conclusione soltanto mediante il pensiero […], troverà da parte mia quindici risposte contro la sua posizione».
Rasag sviluppa diffusamente la polemica, arrivando fra l’altro a definire Anan «sia maledetto il suo ricordo». Nelle controversie con i caraiti egli ricorre soltanto ai versetti biblici e ad argomenti razionali, non alle tradizioni rabbiniche, proprio perché i suoi interlocutori non ne riconoscevano l’autorità.
D. L’importanza storica di Rasag
Se dovessimo indicare la persona che esercitò l’influenza più vasta e profonda sullo sviluppo dell’eredità ebraica nel Medioevo, potremmo affermare senza esitazione che fu Rav Saadia Gaon. Fu un innovatore in numerosi campi: nella linguistica e nella letteratura halakhica la sua opera segnò una svolta decisiva rispetto a ciò che l’aveva preceduta; nell’esegesi fu uno dei padri e dei pionieri dell’interpretazione ebraica della Bibbia. Ma il suo risultato forse più importante fu la capacità di raccogliere le sfide della propria epoca e di affrontare, attraverso il commento alla Torà e Il libro delle credenze e delle opinioni, i movimenti e le correnti di pensiero che riteneva minacciassero la tradizione d’Israele, difendendola con fermezza e senza compromessi.
Note
1. Gaon era il titolo attribuito ai capi delle accademie di Sura, Pumbedita e della Terra d’Israele tra il VII e l’XI secolo. Probabilmente è l’abbreviazione di Rosh Yeshivat Gaon Yaakov, «capo dell’accademia dell’orgoglio di Giacobbe». Da questo titolo deriva il nome di «epoca dei geonim».
2. Rasag nacque nella regione del Fayyum, nell’Alto Egitto secondo la descrizione della lezione; da qui il soprannome al-Fayyumi.
3. La contestazione dell’autorità rabbinica sembra avere origine dal fatto che Anan ben David non fu scelto come esilarca. Dotato di una forte personalità, di un pensiero sistematico e di notevole acutezza, seppe riunire quanti si opponevano alla guida babilonese. Rav Avraham ibn Daud, studioso spagnolo del XII secolo e autore del Sefer ha-Qabbalà, descrive così l’origine del movimento: «Ai suoi tempi [di Rav Yehudai Gaon] vissero Anan e suo figlio Shaul, sia cancellato il nome dei malvagi. Anan apparteneva alla casa di David e in principio era uno studioso della Torà, ma in lui fu riconosciuto un difetto. Per questo non fu ordinato gaon, né ricevette aiuto dal Cielo per diventare esilarca. A causa della gelosia e del rancore che nutriva nel cuore, suscitò un ostacolo e si mise a sviare e istigare Israele contro la tradizione dei sapienti, diventando un anziano ribelle […]. Inventò di propria iniziativa leggi non buone e giudizi dai quali non si trae vita. Dopo la distruzione del Tempio, infatti, i settari si erano indeboliti, finché sorse Anan e li rafforzò».
4. Rasag compose una traduzione dell’intera Bibbia, ma queste lezioni si concentrano soltanto sui suoi commenti alla Torà.
5. Rasag scrisse introduzioni alla maggior parte delle sue opere.
6. Yehoshua Blau osserva: «Non c’è dubbio che la traduzione di Rasag fosse destinata a ebrei che non comprendevano la Bibbia nel suo originale ebraico. Lo dimostra chiaramente il suo commento, nel quale la traduzione è inclusa: il contenuto stesso del commento testimonia in modo inequivocabile che esso è rivolto soltanto agli ebrei, perché un non ebreo non sarebbe in grado di comprendere le discussioni halakhiche che vi compaiono. La questione è se anche la traduzione, a differenza del commento, fosse destinata soltanto agli ebrei o anche ai non ebrei. A questo proposito è significativa la testimonianza di Rav Avraham ibn Ezra in un celebre passo del commento a Genesi 2,11: “Forse fece così [cioè tradusse in arabo i nomi delle famiglie, delle regioni, degli animali, degli uccelli e delle pietre] per onore del Nome, perché tradusse nella lingua e nella scrittura degli ismaeliti, affinché non dicessero che nella Torà vi sono parole che non conosciamo”». Y. Blau, «Sulla traduzione della Torà di Rav Saadia Gaon», in Volume giubilare in onore di Rav Mordechai Breuer, raccolta di studi ebraici a cura di M. Bar-Asher, Gerusalemme 5752 [1992], p. 634.
7. Il metodo traduttivo di Rasag è molto vicino alla definizione di una buona traduzione proposta da Maimonide nella lettera a Shemuel ibn Tibbon, a proposito della traduzione della Guida dei perplessi: «Ti chiarirò ogni cosa dopo averti enunciato un principio generale: chi vuole tradurre da una lingua all’altra cercando di rendere ogni singola parola con una sola parola, e di conservare anche l’ordine delle espressioni e delle frasi, farà grande fatica e produrrà una traduzione incerta e molto confusa […]. Non bisogna procedere così. Il traduttore deve prima comprendere il significato, poi esprimerlo in modo che quel significato sia comprensibile nella lingua di arrivo; per farlo non può evitare di anticipare e posticipare, rendere una parola con molte parole e molte parole con una sola, omettere o aggiungere termini, finché il contenuto risulti ordinato e comprensibile nella lingua nella quale traduce». Lettere di Maimonide, ed. Y. Shilat, Ma’ale Adumim 5748 [1988], vol. II, p. 532.
8. Nell’edizione dei commenti di Rasag curata da Rav Yosef Qafih per il Mossad Harav Kook (pubblicata in un volume e anche nell’edizione Torat Chayim), il curatore ha tradotto in ebraico soltanto i punti in cui una parola, un’espressione o un versetto ammettevano più significati e Rasag ne sceglieva uno, oppure i punti in cui egli si discostava dalla resa letterale o introduceva una specifica interpretazione. Nella sua introduzione Rav Qafih scrive con grande modestia: «Il mio primo lavoro in questa raccolta fu riunire dalla traduzione del nostro maestro tutte le parole e le modifiche che presentano un valore interpretativo e renderle in ebraico. Questa selezione mi ha richiesto grande attenzione sotto due aspetti: anzitutto, evitare di tradurre semplicemente la traduzione, compiendo un lavoro inutile e appesantendo soltanto il lettore; infatti il testo biblico è davanti a noi: a che pro trasformare il testo biblico, parole del Dio vivente, in un ebraico e in uno stile dati a Mosè sul Sinai, nel mio ebraico imperfetto?». Mossad Harav Kook, introduzione, p. VIII.
9. (a) Su questo punto Rasag segue Onkelos. (b) Nella sua opera Credenze e opinioni, trattato II, capitolo 9, Rasag dedica una sezione all’attribuzione di corporeità a Dio nella Bibbia e scrive: «Quanto alla tradizione ricevuta, abbiamo trovato che i sapienti della nostra nazione, fedeli alla nostra religione, ogni volta che incontravano tali espressioni problematiche non le traducevano in termini corporei, ma le volgevano verso un significato appropriato […]».
10. Rasag presenta questo esempio nella sua introduzione: «Se intendessimo l’espressione “ogni vivente” secondo il significato letterale comunemente noto, negheremmo ciò che è evidente ai sensi, perché questo implicherebbe che il leone, il bue, l’asino e tutti gli altri animali siano figli di Eva».
11. Ibn Ezra commenta sarcasticamente l’identificazione dei quattro fiumi che uscivano dal giardino dell’Eden proposta da Rasag: «Non vi è alcuna prova che il Pishon sia il Nilo […], perché egli non possiede una tradizione al riguardo […]. Forse li ha visti in sogno? E in alcuni di essi si è già sbagliato, come spiegherò a suo luogo; non faremo dunque affidamento sui suoi sogni […]» (Ibn Ezra, commento a Genesi 2,11).
12. Questi princìpi si applicano anche al commento breve.
13. Non possediamo tutti i commenti di Rasag, ma Ibn Ezra lo cita spesso. Il suo commento a questo versetto è riportato nel commento lungo di Ibn Ezra a Esodo 21,24.
14. Ben Zuta era un sapiente caraita che disputò con Rasag sull’interpretazione dei versetti biblici.
15. In altri termini, nell’ebraico biblico la preposizione bo, «in lui», può anche significare «su di lui»: il versetto va allora interpretato come l’imposizione di una pena a suo carico, non come l’inflizione della stessa lesione sul suo corpo.
16. Nel celebre poema Essa meshali («Eleverò la mia parabola»), Rasag deride i caraiti e dimostra che la Torà orale è indispensabile per osservare e comprendere quella scritta, perché quest’ultima richiede spiegazioni e dettagli che non contiene. La lezione cita le seguenti strofe, qui riportate in ebraico e tradotte:
דת אלוקינו חלפו לנתר
המותר לאסור והאסור להתר
בלי יראה ובלי אימה
«Hanno alterato la legge del nostro Dio, per trasformare il permesso in divieto e il divieto in permesso, senza timore né reverenza».
אורך הסכה אמות כמה
ורחבה כמה באמה
וגבהה וקצב התכונה
«Quanti cubiti deve misurare la lunghezza della sukkà? E quanti la larghezza, e l’altezza, e quale deve essere la misura della sua struttura?»
גרגרים כמה הוא הפרט
האחת מאלה חקוקה בחרט?
או במקרא צפונה?
«Quanti granelli costituiscono la quantità stabilita? Una sola di queste prescrizioni è forse incisa con lo stilo, oppure nascosta nel testo biblico?»
דבק ציצית מאין ידענו היות
כמה חוטים וכמה חוליות
אם עשרה אם שמונה…
«Da dove sappiamo come si devono fissare gli tsitsit, quanti fili e quanti gruppi di avvolgimenti, se dieci oppure otto?»
כל אלה וכמוהם רבים
אשאל לכל קורא כתובים
היש בם פירוש אחת מהנה?
«Tutte queste cose e molte altre simili domanderò a chiunque legga le Scritture: vi si trova forse la spiegazione di una sola di esse?»
לולי המשנה והתלמוד
אשר כל זה בם למוד
וכהנה וכהנה
«Se non fosse per la Mishnà e il Talmud, nei quali tutto questo viene insegnato, insieme a molte altre cose simili».
https://www.etzion.org.il/he/tanakh/studies-tanakh/biblical-commentaries/r-saadia-gaon-commentator
