Riflessioni a partire da una lezione di Rav Yona Metzger
Nella Parashat Lech Lechà assistiamo a un episodio sorprendente. Tra i pastori di Avraham e quelli di suo nipote Lot nasce una controversia, e Avraham prende una decisione drastica: «Ti prego, non vi sia discordia tra me e te […] Separati, ti prego, da me». Ma come è possibile? Proprio Avraham, l’uomo del Chesed, della benevolenza, che avvicinava le persone alla conoscenza di Hashem e che arriverà persino a intercedere per gli abitanti di Sodoma, decide di allontanare il proprio nipote?
Rashì (Bereshit 13:7) spiega che i pastori di Lot, anziché riconoscere l’irregolarità del proprio comportamento, cercavano di giustificarlo attraverso ragionamenti apparentemente fondati. Non si trattava soltanto di sbagliare, ma di trasformare l’errore in qualcosa di legittimo.
È ciò che la psicologia definisce razionalizzazione: costruire spiegazioni apparentemente logiche per giustificare comportamenti che non vogliamo riconoscere come sbagliati.
Questo meccanismo compare già alle origini dell’umanità. Quando Hashem interroga Adam dopo il peccato, egli risponde: «La donna che Tu hai posto accanto a me, lei mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Chavvà, interrogata a sua volta, risponde: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». Entrambi ammettono l’azione, ma cercano di spostare altrove la responsabilità. Esiste tuttavia una differenza ancora più pericolosa: un conto è riconoscere di aver sbagliato cercando delle attenuanti; un altro è convincersi che il proprio errore sia addirittura giusto. Rav Yona Metzger racconta un episodio attribuito a Rav Yosef Shlomo Kahaneman, fondatore della Yeshivà di Ponevezh. Durante un dibattito pubblico, due rappresentanti di comunità ebraiche americane ammisero entrambi di non osservare lo Shabbat. Il primo, oppresso dalle difficoltà lavorative, rispose arrossendo di vergogna; il secondo dichiarò con disprezzo di non attribuire importanza alla sua osservanza. Rav Kahaneman spiegò che, nonostante l’identica risposta, tra i due esisteva una differenza abissale: il primo riconosceva il proprio errore, il secondo lo aveva trasformato in una convinzione.
La Ghemarà insegna: «Quando una persona commette una trasgressione e la ripete, essa finisce per sembrargli permessa» (Yoma 86b). E ancora: «Chi commette una trasgressione e se ne vergogna ottiene il perdono delle proprie colpe» (Berakhot 12b). Ma la vicenda di Lot nasconde un insegnamento ancora più profondo. La Torà precisa che Hashem tornò a parlare ad Avraham dopo che Lot si fu separato da lui. Rashì osserva che, finché Lot rimaneva al suo fianco in quella condizione spirituale, la parola divina si allontanava da Avraham. Diversi Chachamim, richiamando una lettura mistica, presentano Lot come simbolo dello Yetzer Harà, l’inclinazione al male.
Avraham rappresenta così l’uomo impegnato nella propria elevazione, mentre Lot raffigura quella forza capace di insinuarsi persino nei nostri ragionamenti, convincendoci che ciò che desideriamo sia necessariamente giusto. Ma allora perché Avraham intercede per Sodoma e Gomorra, città profondamente corrotte, mentre decide di separarsi dal proprio nipote? La differenza non risiede nella gravità delle colpe, né nel fatto che gli abitanti di Sodoma fossero più meritevoli di Lot, ma nel tipo di rapporto. Avraham prega per Sodoma affinché la presenza di eventuali giusti possa risparmiare la città dalla distruzione; con Lot, invece, deve affrontare una convivenza che rischia di compromettere la propria integrità spirituale. Pregare per qualcuno non significa necessariamente dover vivere accanto a lui. E infatti, quando Lot viene catturato, Avraham rischia la propria vita per salvarlo. Non aveva smesso di amarlo: aveva soltanto compreso che, talvolta, per continuare a fare del bene, bisogna anche saper prendere le distanze. Il Chesed non è assenza di confini. La vera benevolenza non consiste nell’accettare qualsiasi comportamento, ma nel saper distinguere tra l’amore per una persona e l’approvazione delle sue azioni.
Talvolta, proprio per non diventare complici di ciò che riteniamo sbagliato, dobbiamo imparare a porre dei limiti senza perdere la capacità di amare. Il contrario dell’atteggiamento di Lot lo troviamo in David HaMelech. Quando il profeta Natan lo rimprovera, David non costruisce giustificazioni, ma pronuncia: «Chatati laHashem, Ho peccato davanti a Hashem».
È da qui che comincia la Teshuvà, il ritorno a Hashem. Il Rambam insegna che il riconoscimento della colpa è parte essenziale del pentimento. La Torà non ci chiede di essere uomini incapaci di cadere, ma uomini capaci di riconoscere la propria caduta. Perché finché sappiamo di aver sbagliato, possiamo correggerci. Il vero pericolo comincia quando, invece di cercare la strada per rialzarci, ci convinciamo di non essere mai caduti.
