“Sarai, moglie di Abramo, non gli aveva dato alcun figlio. Lei aveva una serva egiziana di nome Hagar (Genesi 16:1). Tra i vari capitoli del brano della Torah di questo sabato, leggiamo di Hagar, una donna egiziana che divenne servitrice di Sara. Il Midrash ci svela che Hagar era in realtà una principessa, figlia del faraone il quale la diede come serva a Sara dopo il loro incontro. Il faraone comprese la grandezza di Abramo e Sara e realizzò che per sua figlia sarebbe stato un grande privilegio lavorare nella loro casa.
Abramo e Sara vissero insieme per molti anni senza riuscire ad avere figli. Sara decise di fece sposare ad Abramo la sua serva Hagar per ottenere dei figli attraverso di lei. Hagar concepì immediatamente, e questo causò tensione tra lei e Sara. Un giorno Sara maltrattò e umiliò Hagar, la quale scappò via. Durante la fuga incontrò un angelo che la esortò a tornare a casa di Abramo e Sara e Hagar obbedì senza obiettare.
Il ritorno di Hagar da Abramo e Sara trasmette una grande lezione a ognuno di noi. Hagar comprese l’immenso valore e il beneficio dell’unirsi a questa coppia di anziani che venivano dall’altra parte del fiume Eufrate. Fu difficile per Hagar vivere in quella casa, date le tensioni che sorsero tra lei e Sara, ma accettò comunque il consiglio dell’angelo, arrivando a realizzare che vale la pena sopportare questa amarezza per il bene del grande privilegio di vivere con Abramo e Sara.
Il Talmud (Shabbat 31a), racconta la famosa storia di un non ebreo che si presentò davanti a Shammai per dichiarare che si sarebbe convertito all’ebraismo se lui gli avesse insegnato l’intera Torah in pochi istanti, nel lasso di tempo in cui lui riusciva a stare in equilibrio su un piede solo. Shammai mandò via quell’uomo in malo modo perché, per lui, non ci poteva essere serietà in quella assurda richiesta di abbracciare l’ebraismo imparando l’intera Torah in pochi secondi.
Quel non ebreo andò successivamente da Hillel e chiese la stessa cosa. Hillel lo abbracciò calorosamente e disse: “Ciò che non ti piace, non farlo al tuo prossimo. In questo concetto è racchiusa tutta la Torah, il resto è commento, vai e studia”.
Questa storia è spesso raccontata come esempio per definire le divergenze tra gli approcci di Hillel e Shammai, mostrando come Shammai seguisse una linea più severa, mentre Hillel era più paziente e tollerante. Tuttavia, è possibile individuare un’ulteriore prospettiva.
L’esperienza del non ebreo con Shammai, può essere raccontata come lo sfondo di quella avuta con Hillel. Ciò significherebbe che Hillel considerò questo potenziale convertito, sincero e ben intenzionato. Il non ebreo, nonostante sia stato respinto da Shammai, continuò la sua ricerca, perseverò nel suo intento di unirsi al popolo ebraico e in questo modo dimostrò a Hillel quanto tenesse in grande considerazione il privilegio di essere ebreo. La fermezza di quell’uomo, testimoniò a Hillel la sua sincera volontà di affrontare il difficile percorso. L’essersi rivolto a Hillel, non significava cercare una via più facile bensì, come Hagar, era pronto a tutto per essere parte del popolo ebraico.
Ogni mattina, in un brano che nel rito italiano non si usa più recitare, c’è questa frase: “Ashrenu ma tov chelkenu, uma naim goralenu, uma yafa meod yerushatenu/beati noi, quanto è buona la nostra porzione, quanto è piacevole la nostra sorte e quanto è bella la nostra eredità”.
Nella preghiera all’inizio di ogni giorno, queste parole ci ricordano quanto siamo privilegiati ad appartenere al popolo d’Israele e quanto sia bello e poter dedicare le nostre vite al servizio del Signore. Non importa cosa dobbiamo affrontare nel corso della giornata, fin da quanto apriamo gli occhi all’alba, dobbiamo essere consapevoli e soddisfatti del dono prezioso che abbiamo già ricevuto. Ogni giorno, dobbiamo affrontare le sfide che il mondo circostante ci presenta, che minano la nostra fede, ci pongono sotto l’influenza dell’inclinazione al male che, come scopo fondamentale mette ostacoli e difficoltà quando si cerca di osservare le mitzwoth. Per poi constatare e fronteggiare l’ostilità altrui, che sia veicolata o radicata in profondità, che così apertamente oggi ci viene manifestata. Vivere nell’appartenenza al popolo d’Israele, non è stato facile, non lo è oggi, e non lo sarà in futuro, fino a che il Signore non vorrà manifestare definitivamente la Sua Gloria. Nell’attesa di quel giorno, possiamo e dobbiamo guardare anche ad Hagar, un personaggio che erroneamente può essere considerato irrilevante, ma dal quale possiamo trarre ispirazione per ricordarci che siamo veramente fortunati e che qualsiasi difficoltà che sopportiamo, è un piccolo prezzo da pagare per il grande privilegio che ci è stato dato di servire, da ebrei, il Creatore dell’universo, Shabbat Shalom.
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