Questa settimana vorrei proporvi una riflessione un po’ diversa dal solito. Generalmente, nei miei commenti alla Parashà, cerco di approfondire gli insegnamenti della Torà attraverso le interpretazioni dei nostri Maestri. Stavolta, invece, vorrei raccontarvi un piccolo viaggio del pensiero, nato durante una delle mie sessioni di studio. Le considerazioni che ne sono scaturite sono personali, certamente opinabili, e non pretendono di svelare le intenzioni nascoste di una norma. Ma una delle cose che amo maggiormente nello studio della Torà è proprio questa possibilità di lasciarsi sorprendere: attraversare la superficie apparentemente arida di una disposizione giuridica e intravedere significati che vanno ben oltre la sua funzione pratica. Qualche giorno fa, studiando la Mishnà, mi sono imbattuto in un passo del trattato Peà (3:6) che mi ha costretto a fermarmi più volte. Rabbì Akiva nell’ambito della regola di donare la Peà, l’angolo del campo, affronta alcune questioni relative alla proprietà terriera, introducendo termini come Prozbul, Kinyan Agav, Metaltelin, beni con o senza Achrayut. Un linguaggio tecnico, fatto di regole e meccanismi giuridici apparentemente lontani dalla spiritualità. Per comprenderli ho dovuto approfondire una distinzione fondamentale del diritto ebraico: quella tra beni immobili, come i terreni, e beni mobili, come denaro, oggetti e merci. I terreni vengono definiti anche beni dotati di Achrayut, ossia di garanzia patrimoniale, perché possono rimanere vincolati al pagamento di un debito. La Mishnà insegna che attraverso un procedimento chiamato Kinyan Agav, letteralmente “acquisizione insieme a”, è possibile “trasferire beni mobili unitamente a un terreno”. La cosa sorprendente è che quegli oggetti non devono necessariamente trovarsi sul terreno stesso: possono essere anche molto lontani!
Eppure, attraverso determinate condizioni giuridiche, l’acquisizione del terreno permette di acquisire anche quegli oggetti. Poi ho incontrato il Prozbul, un istituto introdotto da Hillel per consentire la riscossione di determinati prestiti anche dopo l’anno sabbatico, la Shemità, che normalmente comporterebbe la remissione dei debiti. Anche in questo caso, generalmente, è necessario che il debitore possieda un terreno, persino minuscolo. Mi sono domandato: perché proprio la terra?
Le spiegazioni halachiche sono precise, ma nella mia mente cominciava a prendere forma un’immagine: il terreno, a differenza dei beni mobili, possiede un carattere di stabilità. È qualcosa che rimane fermo, un punto di riferimento al quale possono essere giuridicamente ricondotte realtà mobili e lontane.
Ho immaginato un piccolo paletto conficcato nella terra, al quale fossero legati fili lunghissimi, come una “corda d’argento”. Non importa quanto lontano arrivino: tutti rimangono collegati a quel punto stabile.
Ed è stato allora che il pensiero è corso alla Parashat Bereshit.
«Il Signore D-o formò l’uomo dalla polvere della terra e soffiò nelle sue narici un alito di vita».
L’uomo, Adam, prende il proprio nome dall’Adamà, la terra. Una creatura tratta dalla materia, alla quale D-o affida qualcosa che la trascende infinitamente: la Neshamà, l’anima.
Mi è piaciuto immaginare il corpo come quel minuscolo terreno del Kinyan Agav: qualcosa di materiale e limitato, ma capace di accogliere un tesoro spirituale immensamente più grande: L’anima. Quasi un Pikadòn, un deposito prezioso affidato alla nostra custodia. Approfondendo questa immagine ho scoperto qualcosa di sorprendente. Rabbì Natan di Breslov, nel Likutey Halachot, scrive: «Poiché tutti i beni mobili (metaltelim) del mondo rappresentano scintille di anime» (Choshen Mishpat, Hilchot Chezkat Karkaot 3).
E da lì il pensiero ha continuato a viaggiare, fino a raggiungere la scala che Yaakov vede in sogno: «Una scala poggiata sulla terra, la cui cima raggiungeva il cielo». La scala raggiunge il cielo proprio perché poggia sulla terra. Senza quella base, sarebbe sospesa nel vuoto. Forse anche l’uomo deve imparare a essere così: con i piedi saldamente radicati nelle proprie responsabilità e nelle azioni quotidiane, ma con lo sguardo e le aspirazioni rivolti verso l’alto. E forse dovremmo ricordarcene anche quando studiamo quelle numerose e minuziose regole che sembrano disciplinare ogni istante della nostra esistenza: una Mitzvà significa anzitutto “comandamento”, ma i Maestri la accostano anche al concetto di unione, legame. Ogni precetto, persino il più tecnico e apparentemente meccanico, può diventare un filo che ci lega ad HaKadosh Baruch Hu, trasformando il più piccolo gesto terreno in un incontro tra cielo e terra.
Ripensando al mio studio, mi sono accorto che forse il messaggio più bello non riguardava neppure il terreno, ma il modo in cui guardiamo le cose. Quante volte liquidiamo come insignificante ciò che non comprendiamo? Quante volte scambiamo la complessità per aridità, o la difficoltà per mancanza di significato? O, ancora peggio, la semplicità di lettura con la semplicità di significato. Forse è anche questo uno degli insegnamenti più preziosi dello studio della Torà: imparare a non fermarsi alla superficie, a non confondere ciò che ancora non comprendiamo o ciò che stimiamo troppo semplice, con ciò che è privo di significato. Perché talvolta, proprio dietro una regola apparentemente arida, possono nascondersi riflessioni capaci di cambiare il nostro modo di guardare il mondo.
Avevo aperto la Mishnà per comprendere come si potessero acquistare degli oggetti attraverso un pezzo di terra. Non immaginavo che quello studio mi avrebbe portato a interrogarmi su come l’uomo, creato dalla terra, possa imparare a raggiungere il cielo.
