“Di Davide, canto Maskil; Beato colui la cui trasgressione è stata portata, il cui peccato è coperto” (Salmi 32:1). Le parole iniziali in ebraico del Salmo 32, che in alcuni riti è scelto come “Shir shel Yom/il Salmo del giorno, recitano così: “Ashre nesui pesha”. La traduzione letterale è: “Beato colui la cui trasgressione è stata portata (perdonata dal Signore)”. Tuttavia, la radice della parola “nesui” è “nasa”, che significa anche “essere sollevato” o “essere elevato”. Riferendosi a questo significato, il Midrash offre il seguente commento: “Beato l’uomo che è superiore al proprio peccato, e non quello il cui peccato è superiore a lui”. Dunque, è lecito chiederci, cosa significa essere “superiori al proprio peccato”? Rav Yosef Yehudah Leib Bloch di Telsiai (1860-1929) spiega che ciò si riferisce alla prospettiva che si ha riguardo i propri errori. Anche se si è sbagliato, finché è chiaro che si è superiori al proprio errore, ovvero che quell’atto è al di sotto della propria dignità e non consono alla propria natura, la strada verso il recupero rimane aperta e percorribile. Quando giungerà il momento di rimettersi in carreggiata, la persona saprà scartare quell’azione in quanto inappropriata per sé.
L’ostacolo al recupero, invece, sorge quando l’individuo non si sente superiore al proprio peccato. Ciò può accadere sostanzialmente per due ragioni: perché ha elevato il peccato a gesto di valore morale, ad esempio giustificandolo o addirittura idealizzandolo, oppure, perché ha abbassato la percezione di sé al punto da non considerarsi più superiore a tali azioni peccaminose vedendole come un riflesso della propria identità.
Essere “superiori al peccato”, pertanto, diventa una prospettiva fondamentale per chi desidera vivere il giorno di Kippur in modo efficace e significativo. Infatti, questo sarebbe il messaggio che il giorno di Kippur rivolge alla persona: “il peccato può averti sedotto e intrappolato, ma non ti definisce e non ti si addice. Potresti aver commesso degli errori, forse anche gravi, ma tu sei più grande di loro”.
Il Maimonide (Rabbi Moshe ben Maimon 1135-1204) presenta il concetto di libero arbitrio come uno dei fondamenti della Torah. Se una persona non è libera di scegliere, allora non è responsabile delle proprie azioni, non merita né ricompensa per la sua osservanza né punizione per la sua trasgressione delle mitzwoth.
È interessante notare come che la trattazione del concetto del libero arbitrio da parte di Maimonide non avvenga in “Hilkhot Yesode HaTorah/regole dei fondamenti della Torah”, bensì in “Hilkhot Teshuvah/regole del pentimento”, come dire che la questione della capacità di scegliere tra il bene e il male debba precedere quella di come compiere la Teshuvah.
Ma cosa si cela dietro questa scelta insolita di collocazione?
Maimonide ritiene che trattare il libero arbitrio nel contesto della Teshuvah, metta in risalto la possibilità di scegliere il bene anche per chi ha già scelto il male. Non dobbiamo pensare che la capacità di scelta esista solo nella fase iniziale e che, una volta intrapreso un cammino (nel bene o nel male), si rimanga vincolati a esso senza alcuna speranza di poter cambiare. Per questo motivo, Maimonide attende di giungere alle regole del pentimento per discutere del libero arbitrio, perché vuole rivelare la piena potenza di questo concetto. Chi si scoraggia, ritenendo impossibile cambiare in meglio, semplicemente non comprende appieno di cosa sia capace. A costui Maimonide rivolge un messaggio: l’essere umano è pienamente in grado di scegliere la strada giusta, anche dopo averne imboccata una sbagliata.
Da questa idea emerge la fiducia piena e incrollabile che il Signore ripone nella nostra capacità di correggere gli errori e di migliorare. Dio ci insegna di rimediare ai nostri sbagli perché sa che ne siamo capaci. Mentre esamina e giudica le nostre azioni, al tempo stesso Dio ci riconosce valore e ci conferma sia come individui sia come Suo popolo. Dovremmo comprendere e interiorizzare questo messaggio di fiducia e affermazione, poiché è proprio questo che può darci la forza di cambiare in meglio.
C’è una frase che introduce la confessione dei peccati (Vidduy), che reciteremo da stasera fino a domani sera in tutte le cinque preghiere del giorno di Kippur: “Poiché non siamo così sfrontati e ostinati da dire al Tuo cospetto, Eterno nostro Dio e Dio dei nostri padri, di essere tzaddikim/giusti e di non aver peccato; perché abbiamo peccato noi e i nostri padri”.
Queste parole, esprimono in modo chiaro e diretto l’impossibilità di sfuggire alla verità delle nostre azioni errate, che dovremmo affrontare e riconoscere. Non solo, in questa frase c’è una sorta di invito a prestare molta attenzione a ciò che riconosciamo di voler dire o non dire. Non abbiamo l’audacia di affermare di “essere tzaddikim/giusti e di non aver peccato” e poi abbiamo il coraggio di dire, “poiché abbiamo peccato noi e i nostri padri”. Da un lato non diciamo “non abbiamo peccato”, ammettendo così di averlo fatto, e dall’altro non diciamo “siamo tzaddikim/giusti” il che implicherebbe la conclusione opposta, ovvero che non lo siamo. Per quale ragione allora, in questo verso non c’è una ritrattazione esplicita, anzi, sembrerebbe l’espressione indecisa di chi non sa più come definirsi.
Forse, il messaggio qui è che non dobbiamo assolutamente ritrattare l’affermazione di essere “tzaddikim/giusti”. Il popolo ebraico è composto da “tzaddikim/giusti” ed è proprio questo che gli permetterà di elevarsi al di sopra dei propri errori. Dobbiamo essere pronti ad ammettere di aver compiuto azioni negative, ma non diremo mai di essere persone cattive alla radice. Per questo non diciamo di essere “giusti che non hanno peccato”, bensì “giusti che hanno peccato” ma che sono pronti a cercare di fare meglio.
La Teshuvah è un principio fondamentale che tra i suoi doveri ha quello di recitare il Vidduy, la confessione dei peccati. Esiste un’usanza diffusa di battersi il petto mentre si recita questa formula. L’interpretazione comune è che, così facendo, rimproveriamo il nostro cuore per averci indotto in errore. Ma c’è un’altra possibile lettura di questo gesto. A volte scuotiamo un oggetto perché vi si è introdotto un elemento estraneo e indesiderato e così facendo cerchiamo di farlo uscire via. Il nostro cuore è quell’oggetto, puro e sacro. È possibile che, nel corso dell’anno, altri elementi vi si siano insinuati, cercando di penetrare nella nostra natura. Il Vidduy, la confessione dei peaccati, è il processo attraverso il quale esprimiamo ed eliminiamo tali elementi. A tal fine, battiamo il cuore per liberarlo da qualsiasi intrusione estranea alla nostra natura.
A tutti, il mio augurio di uscire da questo giorno sacro con un buon sigillo e nella riscoperta di un cuore ebraico puro, Gmar Chatimah Tovah.
