Il pentimento, o meglio il ripensamento, non attiene solo alle cattive azioni. Quante volte mi capita nella stesura di un articolo di rivedere il testo in preparazione, vuoi per chiarire meglio i concetti, vuoi per aggiungere fonti o idee. Non sempre aggiunte e correzioni sovvengono ancora in fase di scrittura. Spesso mi capita di voler introdurre modifiche dopo che il pezzo è già stato consegnato per la stampa e ciò costringe il curatore o l’editore a un supplemento di lavoro, districandosi ormai fra differenti versioni: lo ringrazio per questa pazienza! Ma la disperazione subentra a pubblicazione ormai avvenuta. Quando non c’è più nulla da fare, il testo è nelle mani dei lettori e non può più essere cambiato, non resta che annotare le ulteriori modifiche per il giorno in cui ne programmeremo una riedizione. Sapendo che in molti casi questa è una pia illusione.
Credo che non succeda solo a me. Di più. La scrittura è solo un esempio. La considerazione riguarda forse qualsiasi gamma di attività. La Parashat Haazinu è costituita dall’ultima Cantica (Shirah) di Moshe. Esordisce lodando il S.B. Commentando la prima parte del versetto:
הַצּוּר֙ תָּמִ֣ים פׇּֽעֳל֔וֹ כִּ֥י כׇל־דְּרָכָ֖יו מִשְׁפָּ֑ט אֵ֤ל אֱמוּנָה֙ וְאֵ֣ין עָ֔וֶל צַדִּ֥יק וְיָשָׁ֖ר הֽוּא
Devarim 32, 4: La Rocca la cui opera è perfetta, perché tutte le Sue vie sono giustizia: è un D. di fedeltà e non di iniquità; giusto e retto Egli è.
Sh.R. Hirsch si interroga sul concetto di temimut e lo interpreta in modo originale. Egli scrive che di D. conosciamo solo l’opera; che per opera non si intende solo il risultato ma anche il modus operandi e che il modus operandi di H. si differenzia dall’azione umana proprio per il fatto che ciò che noi uomini facciamo è perennemente imperfetto e insoddisfacente anche nelle buone iniziative. Ciò che D. realizza, invece, “in qualsiasi momento lo si osservi, sebbene lo si consideri ancora in fase di formazione rispetto allo scopo da raggiungere, cionondimeno il lavoro formativo di D. è già finito, assolutamente perfetto in ogni stadio della sua creazione… Mentre l’opera dell’uomo è caratterizzata solo da imperfezioni, nello sforzo continuo di rimediare lentamente agli errori commessi, la regola che D. imprime al mondo avanza a passi ciascuno dei quali è già completo e perfetto in se stesso”.
Per questo possiamo avere confidenza in Lui. Che cosa fa la differenza fra noi e Lui? Hirsch avanza una proposta. Non solo i Suoi fini sono retti, ma anche i mezzi che Egli adopera per realizzarli. Spesso noi uomini riteniamo invece che il fine giustifichi i mezzi. Non basta, anzi. Se il mezzo non è all’altezza del fine da perseguire ciò impedisce al fine di realizzarsi compiutamente e ci lascia perennemente insoddisfatti. Mezzi iniqui hanno la forza di intorbidire anche fini di per sé giusti e renderli mediocri. E’ noto invece che la Torah prescrive:
צֶ֥דֶק צֶ֖דֶק תִּרְדֹּ֑ף
Devarim 16, 20: La giustizia, la giustizia perseguirai.
R. Bunim da Prszischa domanda perché ripetere due volte la parola giustizia? Manca una preposizione: il versetto va piuttosto letto come se fosse
צֶ֥דֶק בצֶ֖דֶק תִּרְדֹּ֑ף
“La giustizia con la giustizia perseguirai”.
Giustizia di fini perseguirai mediante giustizia di mezzi. Solo così imiterai il S.B. e ti avvicinerai alla perfezione.
Come si fa? Attraverso un percorso straordinario che H. ci mette a disposizione e si chiama Teshuvah: essa trasforma il tardivo ripensamento in un fermo proposito, con risultati duraturi. Ma attenzione: vi sono due possibilità alternative.
אָמַר רֵישׁ לָקִישׁ: גְּדוֹלָה תְּשׁוּבָה שֶׁזְּדוֹנוֹת נַעֲשׂוֹת לוֹ כִּשְׁגָגוֹת, שֶׁנֶּאֱמַר: ״שׁוּבָה יִשְׂרָאֵל עַד ה׳ אֱלֹהֶיךָ כִּי כָשַׁלְתָּ בַּעֲוֹנֶךָ״, הָא ״עָוֹן״ — מֵזִיד הוּא, וְקָא קָרֵי לֵיהּ מִכְשׁוֹל. אִינִי?! וְהָאָמַר רֵישׁ לָקִישׁ: גְּדוֹלָה תְּשׁוּבָה שֶׁזְּדוֹנוֹת נַעֲשׂוֹת לוֹ כִּזְכִיּוֹת, שֶׁנֶּאֱמַר: ״וּבְשׁוּב רָשָׁע מֵרִשְׁעָתוֹ וְעָשָׂה מִשְׁפָּט וּצְדָקָה עֲלֵיהֶם (חָיֹה) יִחְיֶה״! לָא קַשְׁיָא: כָּאן מֵאַהֲבָה, כָּאן מִיִּרְאָה.
Yomà 86b: Disse Reish Laqish: “Grande è la Teshuvah al punto che le colpe volontarie diventano per chi le fa dei semplici errori, come è detto: ‘Torna Israel fino al S. tuo D. perché sei inciampato nel tuo peccato’ (Hoshea 14, 2)”. – (Obiezione:) Invero, il peccato è una colpa volontaria, e qui viene definita “inciampo”: come è possibile? Inoltre, non ha forse affermato Reish Laqish invece: “Grande è la Teshuvah al punto che le colpe volontarie divengono per chi le fa dei meriti, come è detto: ‘Allorché il malvagio ritorna dalla sua malvagità e si comporta secondo giustizia e carità per merito di questo egli vivrà?’ (Yechezqel 33, 19)”. – (Risposta:) Non c’è contraddizione: qui si intende Teshuvah per amore, lì Teshuvah per timore.
וּלְבָב֥וֹ יָבִ֛ין וָשָׁ֖ב וְרָ֥פָא לֽוֹ
Yesha’yahu 6, 10: E il suo cuore comprenda, si penta e guarisca.
שׁ֚וּבוּ בָּנִ֣ים שׁוֹבָבִ֔ים אֶרְפָּ֖ה מְשׁוּבֹתֵיכֶ֑ם
Yirmeyahu 3, 22: Tornate figli ribelli: guarirò la vostra ribellione.
Per comprendere la differenza occorre considerare che la Teshuvah dell’anima è paragonata dai Profeti alla cura di una malattia del corpo. Già R. ‘Azaryah Picchio (Venezia, sec. XVII; Binah le’Ittim, Derashah n. 1 per Shabbat Shuvah) spiegava che esistono due tipi di medicina per la salvaguardia del corpo. Anticipando di molto i tempi nostri egli distingue una medicina “naturale” che “cerca di sollecitare l’uomo ad aiutare la natura a compensare ciò che manca” da una medicina che si limita a ricorrere a “medicamenti esterni”. Mentre quest’ultima è parziale e artificiale, la prima parte da un presupposto che oggi chiameremmo olistico: “esiste un’interrelazione fra le varie parti del corpo, in modo che una risulti facilmente sottoposta all’influenza dell’altra. Ciò aiuta la natura a temperarne la causa e a sbarazzarsi del dolore e della malattia”. Lo stesso dicasi della Teshuvah per l’anima. Nella Teshuvah “per amore” è “la forza dell’intelletto della persona stessa a prevalere, una volta che abbia compreso quanto si è ribellata al suo Creatore. Avendo presenti le sue colpe in tutta la loro grandezza, si leverà a riconoscere in cosa deve fare ritorno a D. senz’altro obiettivo che la Sua grandezza e la Sua altezza. Farà Teshuvah completa e si tratterà davvero di una medicina ‘naturale’. Se però il suo intelletto non arriverà a rafforzarsi tanto, ci si limiterà a una Teshuvah ‘per timore’ paragonabile alla medicina esterna: sarà costretto a ciò dalle sofferenze e dalla paura di essere punito”.
Ben inteso, entrambe le forme sono accettate da D., scrive Picchio, ma è evidente la superiorità della Teshuvah “per amore” in analogia con i quattro vantaggi della medicina “naturale” su quella “esterna”.
1. Le medicine “artificiali” non hanno esito certo e garantito, in quanto il medico procede spesso per semplice intuizione e supposizione. Alla stesso modo la Teshuvah che sopraggiunge “per timore” delle punizioni, non essendo il risultato di un risveglio interiore, può portare a confusione: si rischia di concentrarsi su elementi secondari trascurando di far Teshuvah su quel peccato che è la vera fonte del problema.
2. Le medicine “artificiali” presentano effetti collaterali che possono indebolire o danneggiare il corpo, in quanto non si limitano ad attaccare le parti malate. Allo stesso modo può capitare che una Teshuvah basata su spinte esterne nell’allontanare gli elementi nocivi dal nostro animo elimini anche dei fattori positivi.
3. Dal momento che le medicine “artificiali” agiscono per forza possono avere effetti dolorosi, mentre la medicina “naturale” si compie da sola nel modo più dolce, senza che il corpo ne risenta.
4. Infine c’è l’eventualità che medicine imposte dall’esterno, pur sradicando il male, non riescano fino in fondo nello scopo perché il dosaggio somministrato non è sufficiente. Quanto rimane della malattia in noi finirà per risvegliarla nuovamente e provocare una ricaduta. Parimenti la Teshuvah “per timore” declassa le colpe volontarie in semplici errori, ma la radice della mala pianta persiste e può incitare a nuove trasgressioni. La medicina “naturale”, invece, ripulisce il corpo completamente. Anche la Teshuvah “per amore” non lascia più traccia alcuna delle trasgressioni trasformandole addirittura in meriti.
C’è peraltro uno strumento esterno di cui il S.B. ci dota come aiuto indispensabile per raggiungere lo scopo: le Mitzwot. Se quest’anno Haazinu non fosse letta in concomitanza con Shabbat Shuvah sarebbe accompagnata da una Haftarah sullo stesso argomento della Parashah. I Maestri hanno stabilito di associare alla Cantica finale di Moshe l’ultimo Canto del re David (2Shemuel 22). Non ci sorprende di trovare dei parallelismi lessicali in determinati versetti. Ecco dunque come David dal… canto suo descrive la temimut di D.
הָאֵ֖ל תָּמִ֣ים דַּרְכּ֑וֹ אִמְרַ֤ת ה’ צְרוּפָ֔ה מָגֵ֣ן ה֔וּא לְכֹ֖ל הַחֹסִ֥ים בּֽוֹ
2Shemuel 22, 31: D. la cui via è perfetta! La Parola di H. è pura; scudo Egli è per tutti coloro che si rifugiano in Lui.
Rispetto alla Parashah in cui Moshe insiste sulla Giustizia e la Fedeltà di D. nelle Sue opere, David parla della Sua purezza nella Parola. Peraltro affermare che D. è puro sarebbe di un’ovvietà tale da indurci a reinterpretare l’espressione. Ecco che la Parola Divina, la Mitzwah non è semplicemente pura di per sé, ma ha la forza di purificare gli altri. Ciò può avere tre diverse implicazioni.
Secondo Maimonide la radice tzaraf in ebraico ha il significato di mettere alla prova. Egli si basa su un’affermazione del Midrash relativa al nostro versetto:
רַב אָמַר לֹא נִתְּנוּ הַמִּצְווֹת אֶלָּא לְצָרֵף בָּהֶן אֶת הַבְּרִיּוֹת, וְכִי מָה אִיכְפַּת לֵיהּ לְהַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא לְמִי שֶׁשּׁוֹחֵט מִן הַצַּוָּאר אוֹ מִי שֶׁשּׁוֹחֵט מִן הָעֹרֶף, הֱוֵי לֹא נִתְּנוּ הַמִּצְווֹת אֶלָּא לְצָרֵף בָּהֶם אֶת הַבְּרִיּוֹת
Bereshit Rabbà 44, 1: Rav afferma che le Mitzwot sono state date solo per mettere alla prova le creature: cosa importa al S.B. se la macellazione viene eseguita sul collo dell’animale invece che sulla nuca?
Se l’uomo è disposto a eseguire disposizione irrazionali, si vuol dire, significa che ha fede. Ma Maharal si ribella a questa lettura: non esiste dettaglio di alcuna Mitzwah che non abbia una ragione, per quanto recondita. Egli associa perciò alla radice tzaraf il significato di temprare. Come l’orefice, in ebraico tzorèf, separa il metallo prezioso dalle scorie, così le Mitzwot offrono una disciplina che nobilita l’uomo. Egli valorizza la seconda parte del Midrash:
דָּבָר אַחֵר, הָאֵל תָּמִים דַּרְכּוֹ, זֶה אַבְרָהָם, שֶׁנֶּאֱמַר (נחמיה ט, ח): וּמָצָאתָ אֶת לְבָבוֹ נֶאֱמָן לְפָנֶיךָ. אִמְרַת ה’ צְרוּפָה, שֶׁצֵּרְפוֹ הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא בְּכִבְשַׁן הָאֵשׁ
Bereshit Rabbà 44, 1: Altra interpretazione: il versetto si riferisce ad Avraham, di cui è detto: “hai trovato il suo cuore fedele dinanzi a Te” (Nechemyah 9, 8), nel senso che il S.B. lo ha temprato nella fornace di fuoco.
Personalmente prediligo una terza lettura: tzaraf (o meglio tzeref, alla terza coniugazione) nel senso di unire. Non c’è Teshuvah senza unione. Lo leggiamo nella quinta Berakhah dello Shemoneh ‘Esreh, in cui domandiamo a D. di aiutarci proprio a fare Teshuvah. Ecco il testo nei riti ashkenazita e sefaradita:
הֲשִׁיבֵֽנוּ אָבִֽינוּ לְתוֹרָתֶֽךָ וְקָרְ֒בֵֽנוּ מַלְכֵּֽנוּ לַעֲבוֹדָתֶֽךָ וְהַחֲזִירֵֽנוּ בִּתְשׁוּבָה שְׁלֵמָה לְפָנֶֽיךָ: בָּרוּךְ אַתָּה ה’ הָרוֹצֶה בִּתְשׁוּבָה
Facci tornare, nostro Padre, alla Tua Torah, avvicinaci, nostro Re, al Tuo Servizio (‘Avodah) e facci tornare in Teshuvah completa dinanzi a Te. Benedetto Tu H. che prediligi la Teshuvah.
Se confrontiamo questo testo con la Mishnah nei Pirqè Avot:
שִׁמְעוֹן הַצַּדִּיק הָיָה מִשְּׁיָרֵי כְנֶסֶת הַגְּדוֹלָה. הוּא הָיָה אוֹמֵר, עַל שְׁלשָׁה דְבָרִים הָעוֹלָם עוֹמֵד, עַל הַתּוֹרָה וְעַל הָעֲבוֹדָה וְעַל גְּמִילוּת חֲסָדִים
Avot 1, 2: Shim’on il Giusto… soleva dire: “Su tre cose il mondo poggia: sulla Torah, sulla ‘Avodah e sulle opere di assistenza”,
notiamo che mentre la Berakhah allude ai primi due pilastri, il terzo manca! Lo ritroviamo solo nel rito italiano:
הֲשִׁיבֵֽנוּ אָבִֽינוּ לְתוֹרָתֶֽךָ וְדַבְּקֵנוּ בְּמִצְוֹתֶיךָ וְקָרְ֒בֵֽנוּ מַלְכֵּֽנוּ לַעֲבוֹדָתֶֽךָ וְהַחֲזִירֵֽנוּ בִּתְשׁוּבָה שְׁלֵמָה לְפָנֶֽיךָ: בָּרוּךְ אַתָּה ה’ הָרוֹצֶה בִּתְשׁוּבָה
Significativamente esso è scritto come secondo stico: segue il riferimento alla Torah, ma precede il cenno alla ‘Avodah. Peraltro la traduzione corretta non è “uniscici alle Tue Mitzwot”: sarebbe questa una mera ripetizione pleonastica dell’invito a tornare alla Torah. Esso va inteso invece nel senso: “crea fra noi unione tramite le Tue Mitzwot”. Le Mitzwot devono concorrere a fare di Israel un popolo unito! Questo obiettivo è persino più importante del Servizio Divino, anzi: ne è il presupposto e pertanto viene prima nel testo. Come dice ancora il Midrash:
רַבִּי אוֹמֵר גָּדוֹל הַשָּׁלוֹם שֶׁאֲפִלּוּ יִשְׂרָאֵל עוֹבְדִים עֲבוֹדַת כּוֹכָבִים וְשָׁלוֹם בֵּינֵיהֶם, אָמַר הַמָּקוֹם כִּבְיָכוֹל אֵינִי יָכוֹל לִשְׁלֹט בָּהֶם, כֵּיוָן שֶׁשָּׁלוֹם בֵּינֵיהֶם
Bereshit Rabbà 38, 6: Rabbì diceva: “Grande è la pace! Persino se gli Israeliti servissero l’idolatria, una volta che ci sia pace fra loro – dice l’Onnipresente – per così dire non potrei esercitare la Mia autorità su di essi, dal momento che sono in pace fra loro”.
Che sia un anno di pace, anzitutto fra noi! Gmar Chatimah Tovah!
