R. Shlomo Aschkenasy che guida il Kolel del Bostoner rebbe a Gerusalemme, cita di frequente i rebbe chassidici della dinastia polacca di Gur (il kolel è una casa di studio per lo studio avanzato e a tempo pieno del Talmud e della Halakhà, frequentata prevalentemente da uomini sposati). In un commento preparato in occasione di Kippur, egli citò il rebbe Yisrael Alter (Gora Kalwaria, 1894–1977, Gerusalemme), il quarto rebbe della dinastia a Gerusalemme dal 1948 fino al 1977, l’anno della sua morte.
R. Yisrael era noto per i suoi aforismi criptici. Un giovane studente della yeshivà Sefas Emes dei chassidìm di Gur, in procinto di tornare a casa, ebbe l’occasione di incontrare il rebbe al Kotel (il cosiddetto “muro del pianto”, che circonda la spianata dove era locato il Santuario di Gerusalemme). Il rebbe gli chiese: “Sai qual è il più grande miracolo del Signore?”. Senza attendere risposta dal giovane, il rebbe gli disse: “Il fatto che non ride”. Con queste parole il rebbe lo salutò lasciando il giovane sconcertato.
Sperando di riuscire a trovare chi potesse sciogliergli l’enigma, egli si affrettò ad andare alla yeshivà, dove si rivolse al rosh yeshivà r. Pinchas Menachem Alter (Varsavia, 1926–1996, Gerusalemme; dal 1992 al 1996 fu il settimo rebbe della dinastia di Gur) chiedendogli il significato delle parole del rebbe.
Quando sentì le parole del rebbe riferite dal giovane, r. Pinchas Menachem sorrise e disse: “Anche io avevo sentito queste parole e non avevo idea di cosa il rebbe intendesse dire. Ma mi feci coraggio e glielo chiesi. Questa è la soluzione: quando una persona fa una promessa e non la mantiene, trova delle scuse. Dopo più volte che questo avviene, la persona che promette perde credibilità e quando fa delle promesse la gente gli ride in faccia. Con il Ribbonò shel ‘Olàm (il Padrone del mondo) le cose non vanno così. Ogni anno promettiamo che cambieremo il nostro comportamento. Nelle nostre preghiere quotidiane chiediamo «Facci tornare alla Tua Torà, perdonaci» e poi ricadiamo negli stessi errori. Con tutto ciò il Padreterno non ci ride in faccia. Egli aspetta con pazienza e ci incoraggia a riprovare perché un giorno potremmo veramente mantenere le nostre promesse”.
Noi ridiamo in faccia a chi promette e non mantiene, ma il Padreterno non ride. Egli dà valore ai nostri sforzi anche se noi non vediamo risultati. Ogni piccolo sforzo lascia un’impronta. Questa fu la scoperta di r. Akivà. Mentre si trovava accanto all’imboccatura di un pozzo, chiese: “Chi ha scavato questa pietra?”. Risposero: “L’acqua che vi cade continuamente, giorno dopo giorno (Avòt de-rabbì Natàn, 6:2)”.
R. Akivà si rese conto che se la prima goccia non avesse avuto nessun effetto, la stessa cosa sarebbe successa con la seconda goccia. Era quindi evidente che anche la prima goccia aveva un effetto anche se invisibile all’occhio umano. Quello che vide era quindi una dimostrazione che ogni piccolo sforzo lascia un segno. Immediatamente Rabbi Akivà applicò a se stesso il seguente ragionamento a fortiori: se l’elemento tenero [l’acqua] riesce a consumare quello duro [la pietra], a maggior ragione le parole della Torà, dure come il ferro, potranno aprirsi un varco nel mio cuore, che è fatto di carne e sangue! Aveva quarant’anni quando iniziò a studiare Torà e, dopo tredici anni, la insegnava in pubblico.
Lo stesso avviene con la teshuvà (il ritorno sulla retta via): il Signore apprezza ogni sforzo, anche senza immediato successo, perché ogni piccolo passo nella direzione della teshuvà ha un effetto.
Nei Tehillìm (Salmi, 89:10) leggiamo che il Signore loda le onde del mare quando salgono: “Tu domini la maestà del mare; quando esso solleva le sue onde, Tu le esalti“. Il rebbe Simcha Bunim di Peshischa (Polonia, 1765-1827) spiegò che le onde meritano di essere lodate per il loro continuo sforzo. Cercano si salire ma continuano a recedere. Nonostante tutto non si arrendono mai. E così possiamo prendere esempio dalle onde. Non dobbiamo mai stancarci di provare e riprovare, perché, su in alto, ogni tentativo lascia un segno ed è apprezzato.
