La Torah non è soltanto un libro che insegna all’uomo come compiere le mitzvot: è una scuola attraverso la quale imparare a “guardare” la vita. Nella Parashat Ki Tetzè troviamo un esempio particolarmente significativo. La Torah prescrive la mitzvà della restituzione di ciò che è stato smarrito: “Non vedrai il bue di tuo fratello o la sua pecora dispersi sottraendoti ad essi; dovrai certamente ricondurli a tuo fratello.”
(Devarim 22:1). Pochi versetti dopo la Torah ribadisce: “Non potrai nasconderti/ignorare.” Rashì spiega l’espressione vehitallamtaּ come: “Chiudere l’occhio come se non lo vedesse.” È una definizione straordinaria dell’indifferenza. Non viene descritto un uomo che non ha visto. Al contrario: ha visto, ma decide di non vedere. L’occhio percepisce la realtà e l’uomo costruisce dentro di sé una cecità volontaria. Rabbenu Bachya estende ulteriormente il principio: Non riguarda soltanto un oggetto smarrito. Ogni volta che possiamo procurare un beneficio al prossimo o allontanare da lui un danno, siamo chiamati ad agire. Egli collega esplicitamente questo dovere ad “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. La Torah costruisce dunque un uomo incapace di vivere dicendo semplicemente: “non mi riguarda”. Ma proprio qui Chazal introducono una sorprendente precisazione sul termine vehitalamta. La Ghemarà in Bava Metzià 30a, insegna: “Vi sono volte in cui ti sottrarrai e volte in cui non ti sottrarrai.” La Ghemarà porta casi concreti in cui si è esentati dal “vedere” parlando di un Kohen che non deve entrare in un cimitero o il caso di dover salvaguardare l’onore di una persona anziana. È interessante: la stessa Torah scritta che ordina di non esentarsi insegna attraverso la Torah orale che non ogni mancato intervento può essere automaticamente definito indifferenza. Qui emerge un principio fondamentale. La Torah ci comanda di vedere, ma ci comanda anche e soprattutto di giudicare.
Non possiamo voltare lo sguardo davanti alla sofferenza dell’altro; ma tra il vedere e l’agire esiste il dovere di comprendere che cosa Hashem realmente richieda da noi. Viviamo invece in un mondo nel quale spesso qualcuno sembra voler compiere per noi tutti questi passaggi: sceglie ciò che dobbiamo vedere, ci dice come dobbiamo interpretarlo e infine stabilisce persino quali parole dobbiamo pronunciare. Se non pronunciamo quelle parole, il silenzio diventa indifferenza; dall’indifferenza si passa alla complicità e dalla complicità alla colpevolezza. Ma questa non è necessariamente la logica di “non nasconderti”. La Torah non dice: “devi giudicare come giudicano gli altri”. Dice: non chiudere i tuoi occhi. Ed esiste forse un’altra forma, ancora più sottile, di hit‘almut: non soltanto chiudere gli occhi davanti a ciò che abbiamo visto, ma permettere ad altri di decidere continuamente verso che cosa dobbiamo aprirli, quasi, paradossalmente, arrivando ad un ulteriore trasgressione del “non mettere inciampo di fronte al cieco”, cioè il non consapevole, dando a lui una visione distorta. Possiamo diventare sensibilissimi verso una sofferenza e completamente ciechi verso un’altra.
Possiamo indignarci davanti a ciò che tutti mostrano e dimenticare ciò che nessuno racconta. Possiamo perfino credere di combattere l’indifferenza mentre stiamo semplicemente imparando un’indifferenza selettiva. Per questo il messaggio della Torah è molto più esigente di uno slogan morale. Non puoi fingere di non vedere ciò che hai visto. Ma non puoi neppure rinunciare alla responsabilità di comprendere ciò che stai guardando. L’ebreo non deve avere gli occhi chiusi, ma neppure occhi guidati dalla mano di qualcun altro. Deve imparare a guardare attraverso la Torah. Forse è proprio questo uno dei significati più profondi di essere un “un popolo saggio e intelligente” (Devarim 4:6): non un popolo indifferente, ma neppure un popolo che rinuncia alla propria capacità di discernere. Perché alla fine la domanda che ci verrà posta non sarà soltanto: “Perché non hai guardato?” Potrebbe essere anche: “Hai veramente cercato di vedere?”
Chissà, forse non a caso ogni giorno recitiamo ad Hashem: Baruch Pokeach Ivrim, Benedetto colui che apre gli occhi ai ciechi: non chiediamo soltanto l’apertura delle palpebre fisiche, ma della nostra vista spirituale e intellettuale, che sia rischiarata dalla luce della Torah, per non cadere né nell’insensibilità verso il prossimo né nella manipolazione del nostro giudizio.
Shabbat Shalom
