Nella Parashat Re’eh la Torah ci comanda: «Se vi sarà tra te un bisognoso… non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la tua mano al tuo fratello bisognoso, ma gli aprirai la mano» (Devarim 15,7-8). Da questo precetto fondamentale si apre una visione che va ben oltre il concetto comunemente inteso di carità. La Tzedakà descrive infatti una dinamica più profonda, nella quale il mondo materiale e quello spirituale si incontrano: ciò che avviene quaggiù produce un effetto nei mondi superiori e, allo stesso tempo, ciò che proviene dall’Alto trova nell’azione dell’uomo il proprio strumento per manifestarsi nel mondo. Già la lingua ebraica, strumento attraverso il quale il mondo è stato creato, sembra suggerirci qualcosa di straordinario. Il verbo natan (נתנ), “dare”, è palindromo: può essere letto nei due sensi. Quasi a insegnarci che il movimento del dono non è mai veramente unidirezionale. Chi dà, nello stesso momento, riceve.
Chi dona non si limita a privarsi di qualcosa, ma entra in relazione con un altro essere umano e, attraverso di lui, con la Fonte stessa della berachà. La tradizione mistica vede inoltre nell’atto materiale della Tzedakà una rappresentazione del Nome ineffabile di Hashem, Yud-He-Vav-He. La Yud (י) è la moneta, piccola come la forma stessa della lettera; la prima He (ה), il cui valore numerico è cinque, rappresenta le cinque dita della mano di chi dona; la Vav (ו) è il braccio che si tende verso l’altro; la seconda He (ה) rappresenta infine le cinque dita della mano di chi riceve. L’uomo che dona, dunque, non compie soltanto un gesto sociale: attraverso il proprio corpo e la propria azione costruisce simbolicamente il Nome di Hashem e diviene un canale attraverso il quale la Shechinà può manifestarsi nel mondo. Ed è significativo che per completare quel Nome sia necessaria anche la mano di chi riceve. Senza quella seconda He il Nome rimarrebbe, per così dire, incompleto. Il povero, allora, non è semplicemente colui al quale facciamo un favore: è colui che ci permette di completare una mitzvà e di far dimorare la Presenza Divina nello spazio che si crea tra due esseri umani.
La psicologia e la sociologia moderne parlano talvolta di “altruismo egoistico”: si può dare anche per sentirsi migliori, per ricevere approvazione o per costruire un’immagine di sé. Quante volte viene resa pubblica perfino la cifra di un’offerta, quasi per mostrare più ciò che si possiede che ciò che si è realmente disposti a donare. La Torah conosce bene questa fragilità dell’animo umano e insegna che la Tzedakà deve essere accompagnata da discrezione e pudore. Il Rambam, nella sua celebre scala dei livelli della Tzedakà, considera particolarmente elevata la condizione nella quale chi dona non conosce l’identità di chi riceve e chi riceve non conosce quella del donatore. Non basta infatti aiutare il prossimo: bisogna farlo senza sottrargli la dignità.
La Gemarà insegna: “un dono fatto in segreto placa l’ira” (Bava Batra 9b): Nel nascondere il proprio gesto, l’uomo nasconde in qualche modo anche il proprio ego. Nessun applauso, nessun riconoscimento, nessun debito morale da riscuotere: rimangono soltanto colui che dona, colui che riceve e Hashem che dimora silenziosamente tra loro.
Nella nostra Parashà compare anche il precetto del Ma‘aser: «Aser te‘aser». I Maestri giocano sulle parole e insegnano: «Aser bishvil she-titasher» – “dai la decima affinché tu possa arricchirti” (Ta‘anit 9a).
Ma bisogna leggere con attenzione questo insegnamento, per non trasformare una mitzvà sublime in una sorta di investimento utilitaristico: dono dieci per ricevere cento. La Torah vuole insegnarci qualcosa di molto più profondo sul funzionamento spirituale della realtà.
Mi viene in mente, a questo proposito, un versetto particolarmente enigmatico: «Ve-chanoti et asher achon, ve-richamti et asher arachem» – “Concederò grazia a colui al quale concederò grazia e avrò misericordia di colui del quale avrò misericordia” (Shemot 33,19). A prima vista potrebbe sembrare quasi che la grazia divina sia arbitraria, chas veshalom. Ma esiste una chiave interpretativa molto più profonda: la misericordia che l’uomo fa scendere nel mondo diventa essa stessa la misura attraverso la quale il Cielo si rapporta a lui.
È il grande principio espresso dalla Mishnà: «Be-middà she-adam moded, bah modedin lo» – “con la misura con cui l’uomo misura, con quella viene misurato”. Forse possiamo comprendere così anche le parole di Mishlè: “la Tzedakà salva dalla morte”. Non semplicemente come premio esterno per un’azione compiuta, ma perché nel momento in cui l’uomo dà vita, dignità, sostegno e speranza a un’altra creatura, egli stesso si attacca alle middot del Creatore e quindi alla Fonte della vita. Forse questo è il segreto di natan: puoi leggerlo andando e puoi leggerlo tornando. Perché nessuna mano che si apre rimane veramente vuota.
Noi crediamo di essere stati noi a incontrare il povero; forse, invece, è Hashem che ha fatto incontrare due mani perché entrambe avevano qualcosa da ricevere. Una aveva bisogno di pane, l’altra aveva bisogno della mitzvà. Una cercava aiuto per continuare il proprio cammino, l’altra cercava, forse senza saperlo, una strada per avvicinarsi al Cielo. E quando finalmente la moneta lascia una mano, percorre il braccio e raggiunge silenziosamente l’altra, per un istante quelle due persone non sono più soltanto chi dà e chi riceve: insieme hanno scritto nel mondo il Nome di Hashem.
E forse un giorno, guardando indietro alla nostra vita, comprenderemo che molte delle mani che credevamo di aver sostenuto erano, in realtà, le mani con cui Hashem stava sostenendo noi.
Perché la vita è uno specchio spirituale: quando l’uomo si prende cura delle creature del Creatore, scopre che il Creatore si è sempre preso cura di lui.
Shabbat Shalom
