(da una derashah di Rav Lichtenstein)
Al centro del dramma che caratterizza l’ultimo terzo del libro di Bereshit, troviamo le intricate relazioni all’interno della famiglia di Ya’aqov. L’atmosfera velenosa era piena di sospetto e di tensione. Il midrash con il suo linguaggio pittoresco, raffigura lo scontro fra fratelli come quello fra un leone e un bue.
Uno dei fili conduttori di questa storia è abbastanza sorprendente, un elemento inaspettato che riflette lo sviluppo del dramma e lascia un segno sugli eventi stessi, il pianto. Come reazione o come impulso, il pianto si manifesta in alcuni momenti critici della storia, ma in modo totalmente asimmetrico. I fratelli non piangono. Sono uomini di azione, che pianificano e mettono in pratica. Non hanno romanticismi o emozioni burrascose. A parte Byniamin, sono dei pastori, intenti a sistemare il mondo e creare l’infrastruttura di ciò che sarà la nazione di Israele. Si dedicano ai propri compiti, senza lasciare spazio al dramma o ai sentimentalismi. Anche quando la situazione diviene difficile, non si fanno prendere dallo sconforto, pianificano, tramano. Anche dopo la morte di Ya’aqov elaborano uno schema per salvarsi dalla presunta ira di Yosef. Evitano la supplica e le lacrime. Non piangono mai. Non piangono neppure per le proprie azioni. Dopo aver venduto Yosef mangiano. Dei giusti come loro avrebbero dovuto avere un freno. Non percepivano invece alcunché che impedisse loro di mangiare. Persino la sofferenza del padre non li coinvolge. Il nome di Yosef era sufficiente per fare scoppiare Ya’aqov in un pianto disperato, ma i fratelli non venivano coinvolti.
Yosef invece piange, e tanto. In almeno otto occasioni nella storia, da quando incontra nuovamente i fratelli in Egitto, troviamo delle lacrime. All’interno della narrazione c’è, in circostanze mutevoli, in momenti e in contesti diversi, una catena di pianti. E’ possibile trarre due conclusioni generali su questo fiume di lacrime:
a) il pianto anzitutto non ha una motivazione e un ambito di manifestazione monolitici; è un fenomeno molto diversificato, ci sono lacrime di dolore, di gioia, di lutto, di celebrazione, di eccitazione, di impotenza, di supplica, di disperazione, di auto-rimprovero, di pentimento. Il pianto di Yosef ha mille sfaccettature.
b) ogni pianto ha un suo significato unico, ma fa parte di una catena progressiva che è il riflesso di un dramma interno.
Nella storia Yosef ha una evoluzione molto significativa. Non rimane il sognatore vanitoso che vediamo all’inizio. Nei momenti più difficili anzi si astiene dal piangere. Quando viene gettato nel pozzo, descritto dai Maestri come una tana di serpenti e di scorpioni, Yosef non piange. Neppure la vendita lo scompone. Piuttosto che autocommiserarsi per il proprio amaro destino, si trasforma da cercatore di fratelli ad abile manager della casa di Potifar. Neanche la prigione lo fa piangere, neppure quando si sentirà abbandonato e tradito. Mostra una stabilità mentale notevole, di fronte agli alti e bassi della sua realtà. Non è il pericolo che fa piangere Yosef, quello che lo fa piangere è un incontro molto meno pericoloso, quello con i fratelli. Il misto di emozioni lo influenza potentemente. La separazione dura oltre due decenni. In questo tempo Yosef diviene un leader fermo, determinato, energico, l’incarnazione del pragmatismo e dell’efficienza. Forse ha nostalgia della casa paterna, della sua atmosfera. Sicuramente è in pena per il destino del padre. Tutto ciò tuttavia non lo smuove. Si vede dal nome assegnato ai figli, Menashè e Efraim, che richiamano distacco e dimenticanza. Nulla fa piangere Yosef, tranne l’incontro con i fratelli. Tutti i sentimenti repressi e sommersi emergono, i ricordi sopiti riaffiorano. Si apre un vaso di Pandora. C’è una battaglia, non solo contro i fratelli, ma con se stesso, con il proprio passato, presente, futuro. Nella lotta con i propri demoni si apre quella porta che per i Maestri non è mai chiusa, la porta delle lacrime. Yeats diceva che dalle nostre liti con gli altri nasce la retorica, da quella con noi stessi la poesia. La poesia è emozione, e il pianto ha un posto d’onore. Basta vedere i fratelli per mettere in crisi tutto il solido mondo egiziano che Yosef si era costruito. Escono fuori sentimenti inaspettati, compassione, forse persino amore. Yosef, che si mostra abilissimo stratega, quando vede i fratelli soffrire si commuove. Ma non è capace ancora di piangere davanti ai fratelli, non è in grado di abbattere le barriere, nei confronti dei fratelli e di sé. Ma non potrà nascondere la verità a se stesso per sempre. Quando un certo pensiero è uscito, non c’è speranza di rimetterlo dentro. In questo frangente Yosef non è in grado, piangendo, di guardare i fratelli in faccia, apertamente e onestamente. Ma cambierà…
