Mishnat haShavua’
Un argomento halakhico che compare nella parashà di Wayeshev è quello dell’ibbum (levirato). Il Radaq scrive che si tratta di un’antica usanza di Israele, già praticata prima del matan Torà. La storia è conosciuta: Yehudà ebbe tre figli, Er, Onan e Shelà. Yehudà prese in moglie per Er Tamar, ma Er era malvagio e morì. Yehudà pertanto propose a Onan di unirsi con la vedova del fratello, per garantirgli una discendenza.
Rashì spiega la logica di quanto avviene: il figlio nato prenderà il nome del fratello morto. Ibn Ezrà fornisce una spiegazione lapidaria della mitzwà, per escludere quanto poi sosterrà il Ramban, che la mitzwà originariamente si estendeva anche ad altri parenti del defunto e non al solo cognato, ma scrive che ne parlerà più diffusamente (si allungherà), se il Signore allungherà i suoi giorni sino a lì. Ramban contesta Rashì (e molti contestano lui, perché a loro avviso non ha capito quanto Rashì intendesse, vedi il commento di Shadal) perché non è indispensabile che il figlio prenda il nome del fratello mancato, ma il suo posto, e la prova è la storia di Rut, dove il figlio di Boaz (che non era però il fratello del defunto, ma un goel) e Rut non viene chiamato Machlon, come il defunto marito, ma ‘Oved. Secondo Ramban dietro questa mitzwà è nascosto un grande sod. Ramban ammette di non sapere se l’iniziatore della cosa, già prima del matan Torà, sia stato Yehudà, come è riportato nel Midrash, o altri.
Alla mitzwà dell’Ibbum è dedicato il primo trattato dell’ordine Nashim, il terzo della Mishnà, il trattato di Yevamot. Il fatto che l’ordine inizi proprio con questo trattato e non, ad esempio, con Ketubot, scrive Rambam nella sua introduzione all’ordine, è singolare. Ma, spiega, il Bet Din non ha un obbligo di far sposare le persone, cosa che dipende dalla loro volontà, mentre rispetto all’ibbum, o all’eventuale chalitzà, ha sì un obbligo. Dare la precedenza alle cose necessarie è opportuno, e per questo inizia l’ordine con Yevamot.
Dopo Yevamot ci sono due trattati, Nedarim e Nazir, che hanno come argomento i voti, che vengono presentati dalla Torà anzitutto come voti femminili (vedi l’inizio della parashà di Mattot, dove i voti presentati sono quelli di una moglie e di una figlia).
L’argomento successivo è quello dello scioglimento del matrimonio, nei trattati Ghittin e Sotà, e solo da ultimo Qiddushin. La logica avrebbe suggerito di inserirlo prima di Ketubot, ma non si voleva dividere Yevamot da Ketubot, dal momento che affrontano il medesimo argomento che è quello del rapporto sessuale. Tuttavia, perché non mettere Qiddushin prima di Ghittin? Chi ha ordinato la Mishnà ha voluto seguire l’ordine del testo della Torà, dove i qiddushin vengono presentati dopo il divorzio, quando la Torà dice Weyatzeà wehaietà leish acher (uscirà e sarà di un altro uomo). Da questo accostamento il Talmud imparerà alcune halakhot dei qiddushin.
Il brano nella Torà nella parashà di Ki Tetzè (Dt. 25, 5-10) rappresenta la fonte fondamentale sulla mitzwà dell’ibbum, a cui è dedicato il trattato di Yevamot, che è considerato a ragione uno dei più complicati nella tradizione orale. Per questo vedremo, aiutandoci con l’introduzione del Qehati, alcuni principi generali su questa mitzwà:
- i fratelli di cui si parla, sono fratelli da parte di padre e non di madre; i figli di Ya’aqov ad esempio nella parashà di Miqetz si presentano come dodici fratelli figli di uno stesso padre. I fratelli da parte di padre poi vivono assieme, nella stessa casa, cosa che non avviene per i fratelli da parte di madre, che vivono nelle case dei rispettivi padri;
- quando si parla del non avere figli per mettere in pratica della mitzwà dell’ibbum, non si intende figli maschi, ma anche figlie femmine o nipoti, una discendenza insomma…
- se il defunto aveva più mogli è sufficiente che uno dei fratelli del defunto faccia l’ibbum con una delle cognate, esentando gli altri fratelli e le altre cognate dalla mitzwà dell’ibbum o dalla chalitzà;
- nel momento in cui per qualche motivo decade per una donna la mitzwà dell’ibbum, subentra il divieto di unirsi al fratello del coniuge;
- se la donna era vietata al cognato per via di una parentela (ad esempio se era sua figlia, e il fratello aveva quindi sposato la nipote), la mitzwà dell’ibbum non viene messa in pratica; lo stesso vale per le altre eventuali altre mogli del defunto in quanto tzarot; la casistica in questo caso è molto complicata e molto più estesa, perché riguarda anche le tzarot delle tzarot.
la donna che è esentata dall’ibbum lo è anche dalla chalitzà.
