(da una derashah di Rav Lichtenstein)
La Torà ci descrive i momenti in cui i fratelli di Yosef comunicarono a Ya’aqov della scomparsa del figlio e la reazione del padre. Gli elementi sono noti: portano la tunica di Yosef intrisa di sangue, Ya’aqov la riconosce e comprende che il figlio è stato ucciso, strappa le vesti, si veste di sacco ed entra in un lungo periodo di lutto. Quanto lungo? E’ possibile dare due letture: a) 3 giorni, dal momento che yamìm è un plurale, quindi almeno due, e rabbìm costituisce un’aggiunta; b) un anno. Dal testo la seconda ipotesi appare più corretta, dal momento che veniamo a sapere che Ya’aqov rifiuta di essere consolato. Perché è così? Perché Ya’aqov prolunga il lutto oltre il tempo che è considerato sufficiente? Per natura gli uomini sono portati a consolarsi. Il tempo fa la sua parte, e fa in modo che il defunto gradualmente scompaia dal cuore. Ya’aqov assume qui una scelta consapevole, quella di non consolarsi. In ogni caso, lui continuerà nel lutto. Emerge una profonda fedeltà a Yosef. Consolarsi vuol dire mentire, affermare che è possibile continuare la vita senza il defunto. Se per Ya’aqov è così, non si può dire altrettanto per i figli, che si consolano molto rapidamente e si attivano per consolare il padre. Da cosa deriva questo scarto?
Rambam nelle Hilkhot avelut scrive che non si piange il morto più di tre giorni e non si fa l’orazione funebre per più di sette giorni. A quale caso ci si riferisce? Ciò vale per il resto del popolo, ma per un chakham tutto segue la sua sapienza. E non si piange per più di trenta giorni, dal momento che non può esserci un sapiente più grande di Moshè rabbenu, che venne pianto per trenta giorni. Anche per l’orazione funebre non si va oltre i dodici mesi.
Il limite per il pianto quindi sarebbe trenta giorni. Probabilmente i fratelli si comportarono così, ma non andarono oltre. Ya’aqov aveva una percezione differente della regola. Se una persona ritiene di dover manifestare il lutto per un periodo più prolungato, è autorizzato a farlo, e così decide di fare. Nel lutto sussiste un aspetto soggettivo che non è sempre comprensibile agli altri. Spesso le persone non sono in grado di comprendere la profondità di determinati legami, e il dolore provocato dalla perdita. I grandi personaggi quando sono in lutto denotano una profondità di sentimenti sconosciuti alla maggior parte delle persone.
Rashì nel suo commento alla Torà spiega quanto avviene per Ya’aqov: un conto è la consolazione per una persona che è effettivamente morta, un altro è per una morte presunta. In fin dei conti Yosef è vivo. Per chi è morto davvero c’è un decreto che determina che ad un certo momento vi sia l’oblio, per chi è vivo il suo pensiero continua ad aleggiare nella mente dei propri cari.
Gli psicologi sostengono che la visione del corpo del defunto, o peggio la sua morte, rivestano una notevole importanza. In questo modo infatti si realizza l’incontrovertibilità della morte, e per questo è necessario un contatto faccia a faccia con essa. In secondo luogo, in assenza di ciò, l’uomo è portato a nutrire una flebile speranza, forse le cose si sono svolte diversamente, forse si tratta di una voce non verificata, forse… Consciamente o meno, Ya’qov spera che si chiarisca che è stato tutto un grosso malinteso.
Ciò che è certo è che Ya’aqov avvertiva di avere una responsabilità, ma non farà sentire la propria voce per riprendere i figli, sino al momento della propria morte. Moshè rabbenu farà altrettanto, quando ammonirà il popolo ebraico a più riprese nel libro di Devarim. Ciò determina vari vantaggi: la reprimenda non può essere troppo prolungata e ripetuta; chi viene ripreso non è colpito dal senso di vergogna legato all’incontro con colui che ha ammonito; non proverà rancore; l’ammonimento migliorerà in ultimi analisi, perché l’ammonimento porta pace. Perché Ya’aqov ha aspettato così tanto? Ya’aqov era pienamente conscio della sua situazione familiare, la gelosia, la competizione e l’odio che c’era fra i suoi figli. Sapeva che sarebbe potuto scapparci il morto. Sebbene fosse conscio di questa situazione, decide di non riprendere i figli. C’era il pericolo che qualcuno passasse dalla parte di ‘Esav. Ya’aqqov sentiva una responsabilità per aver mandato Yosef dai suoi fratelli a Shekhem. Non è sempre indispensabile avere una responsabilità diretta. E’ chiaro che sono responsabile dei danni provocati da me, o dal mio cane; esistono tuttavia delle situazioni in cui le persone, pur non avendo un comportamento scorretto, sono responsabili di alcune conseguenze delle proprie azioni. Come si era approcciato Ya’aqov ai sogni di Yosef? Non aveva ripreso nessuno, né Yosef, né i suoi fratelli. Li aveva lasciati nei loro litigi. Questa reticenza aveva una propria valenza specifica da un punto di vista educativo. Ma poi Ya’aqov manda Yosef a Shekhem. Per fare cosa? Per fare la spia sul comportamento dei fratelli? Per controllare che stessero facendo le cose al meglio? Per controllare se avessero bisogno di qualcosa? In ogni caso si tratta di un comportamento problematico. Da un certo punto di vista Ya’aqov doveva ritenersi responsabile. Chi ha provocato una morte si trova in una situazione emozionale difficilissima, dalla quale è complicato uscire. Gli altri hanno difficoltà a comprendere questa condizione. L’immagine del defunto non ti esce dalla testa. Non è concepibile esseri consolati. Ya’aqov doveva sentirsi così, e per questo non riesce a trovare conforto.
