Mishnat haShavua’
Nel suo commento alla Torà Rashì (Bereshit 29,27) spiega grammaticalmente un’espressione difficile nella parashà di Wayetzè. Dopo aver scoperto l’inganno di Lavan, quest’ultimo fa una proposta a Ya’aqov, malè shevu’a zot, per poi prendere in sposa Rachel. Rashì spiega che bisogna intendere shavua shel zot, completare la settimana di questa, vale a dire Leà, terminando i sette giorni di Mishtè. Non è possibile intendere shevu’a come se fosse shavu’a, perché altrimenti sotto la shin avremmo trovato un patach. Inoltre shavu’a in ebraico è maschile (a.e. nella mitzwà della sefirat ha-’omer è detto shiv’à shavu’ot, al maschile). Ibn Ezrà, il Rashbam e Radaq riportano lo stesso insegnamento, che risulta anche nel Targum Onqelos (Shevu’ata dedà) e ancora più esplicitamente nel Targum Yerushalmi (Shiv’at yomè mishtutà deLeà). Ramban sostiene invece che i sette giorni di Mishtè siano stati introdotti successivamente da Moshè.
Non si deve intendere l’espressione come se si riferisse ai sette anni di lavoro per Rachel (o per Leà, vedi il commento del Malbim). Infatti, spiega il Bekhor Shor, Yosef nacque mentre Ya’aqov stava ancora lavorando per Rachel.
Il Midrash, riportato dal Mizrechì, impara da qui che en me’arevin simchà besimchà, non si mischia gioia a gioia. Lo stesso insegnamento viene portato nel Talmud Yerushalmì nel primo capitolo di Mo’ed Qatan (I,7). Nachal Qedumim spiega che qui i sette giorni avevano la funzione di rendere pubblico il matrimonio e di mostrare che Ya’aqov era d’accordo. Il Talmud Bavlì non riferisce questo insegnamento a tale episodio, poiché ci troviamo prima del matan Torà.
La Mishnà in massekhet Meghillà riporta una berakhà sui sette giorni di mishtè, la birkat chatanim, che viene recitata in quei giorni. L’argomento della Mishnà è la definizione dei casi in cui è necessaria la presenza di un minian per fare determinate cose. Il motivo per cui queste halakhot sono riportate qui è che nel capitolo IV, così come nel capitolo III, vengono riportate delle halakhot sulla lettura della Torà e sulla haftarà. Peraltro alla fine del cap. III (nella ghemarà i cap. III e IV sono invertiti) rappresenta la fonte principale sulle letture festive.
La ghemarà impara il principio in base al quale vi sono delle cose per cui è necessario un minian dal versetto in Lv. 22,32 weniqdashtì betokh benè Israel, accostandolo all’episodio dei meraghelim nel versetto hibadelù mitokh ha-’edà hazot. Viene infatti effettuata una ghezerà shavà attraverso il termine mitokh. Come i meraghelim malvagi erano dieci, così per santificare il Nome divino bisogna essere in dieci.
La mishnà riporta vari esempi di casi in cui è necessario disporre di dieci maschi adulti:
- poresin al shemà: sono state portate varie spiegazioni su questa espressione. Secondo Bertinoro si tratta del caso di dieci persone che arrivano al Bet ha-keneset dopo che il pubblico aveva recitato lo Shemà. Uno di loro recita il qaddish, Barekhù e la prima berakhà dello Shemà. Poresin etimologicamente è come perusà, che indica la metà, e recita appunto la metà delle due berakhot prima dello Shemà. Secondo il Ran, che riporta l’opinione di Rashì, si parla invece di dieci che avevano pregato non in pubblico e ritrovandosi, non avendo ascoltato né il qaddish né la qedushà, fanno recitare a uno il qaddish e barekhù, oltre alla prima berakhà prima dello Shemà che contiene la qedushà. Lo stesso Ran porta poi l’opinione dei gheonim, secondo i quali il termine poresin va inteso come si benedice, vale a dire è possibile che uno reciti le berakhot dello Shemà e gli altri escano d’obbligo rispondendo amen solo in presenza di un minian;
- per la ripetizione della ‘amidà;
- per la birkat kohanim;
- per la lettura della Torà;
- per la lettura della haftarà;
- per il ma’amad umoshav: ci si riferisce al momento in cui si accompagna il defunto per la sepoltura. Ci si fermava sette volte per piangere il morto e ogni volta ci si sedeva e si ripartiva, e per questo si chiama ma’amad umoshav. Secondo altri invece ciò avveniva di ritorno dal funerale;
- per la birkat avelim;
- per la consolazione degli avelim;
- per la birkat chatanim, vale a dire le sheva berakhot; la ghemarà spiega che la differenza fra la birkat avelim e la birkat chatanim è che gli avelim non fanno parte del minian, mentre lo sposo sì;
- per lo zimmun con il Nome (Eloqenu);
- per la stima di un valore di un terreno o di una persona che ha consacrato il proprio valore. In questo caso uno dei dieci deve essere un Kohen, come si impara nella parashà di Bekhukkotay. La necessità di dieci persone deriva dal fatto che il termine kohen è ripetuto dieci volte nel brano, e le volte successive alla prima viene considerata dai chakhamim una limitazione, che si estende di volta in volta, e gli altri nove quindi possono non essere kohanim. La stima del terreno viene assimilata a quella di una persona, poiché in un versetto (Lv. 25,46) lo schiavo viene accostato al terreno.
