Quando Ya’aqov nostro padre, in viaggio da Beer Sheva’ alla volta di Charan, pernottò a Bet El e vide in sogno la celebre scala, la Torah racconta che rispose alle promesse divine pronunciando a sua volta un voto: “se D. sarà con me, mi proteggerà in questo viaggio che sto intraprendendo e mi darà del pane da mangdi HQBH è la verità. iare e un abito da indossare e tornerò in pace alla casa di mio padre e H. mi sarà di guida, questa pietra che colloco come stele sarà la Casa di D.” (Bereshit 28,20-22). R. ‘Ovadyah Sforno ci spiega che il Patriarca nella sua Tefillah si riferiva a tre generi di pericolo, quegli stessi di cui nel Talmud si dice: “Tre cose portano l’uomo a venir meno alla propria volontà e a quella del Creatore: gli uomini malvagi, l’atmosfera cattiva e le strettezze della povertà” (‘Eruvin 41b). La richiesta di protezione durante il viaggio allude agli “uomini malvagi”, cioè a eventuali assalitori; la richiesta di cibo vuole evitare le “strettezze della povertà” e infine la preghiera per un ritorno “in pace” significa “in salute”, a scanso di malattie che sono la conseguenza dell’ “atmosfera cattiva”.
I limiti dell’uomo sono di tre specie. Nel suo cammino verso il Bene egli è condizionato dall’esistenza di nemici che lo minacciano con la guerra; è condizionato dal rischio della povertà; infine è condizionato dalle malattie. Ogni giorno ciascuno di noi deve far fronte a tutte queste problematiche, se non vuole essere distratto nel suo compito più alto, che consiste nel saperle superare e sublimare. Un compito nello stesso tempo alto e arduo, nel quale siamo chiamati a esercitare tutta la nostra intelligenza, sensibilità e disponibilità.
C’è un vocabolo chiave nella nostra Parashah. Sforno, commentando dello stesso episodio le parole iniziali della Torah: “si imbattè nel luogo (wayifgà’ ba-maqom)” (28,11), scrive che “si intende il luogo destinato al pernottamento degli ospiti che era allora allestito nella via principale di ogni città”. Garantire un servizio di ospitalità per chi arriva da fuori è sempre stato percepito anche come un dovere istituzionale della Comunità Ebraica. L’argomento è affrontato qualche anno prima di Sforno da R. Judah ha-Levy Mintz di Padova (1408-1506, suocero di R. Meir Katznellenbogen) in un suo Responso alla Comunità di Treviso. L’uso in quella comunità era di assegnare gli ospiti potenziali alle varie famiglie per mezzo di tagliandi recanti i nomi di queste ultime, introdotti in un’urna e sorteggiati. Alcuni capifamiglia avrebbero voluto che “l’ospite stesso e non lo shammàsh ritirasse autonomamente dall’urna il tagliando con il nome di chi lo avrebbe ospitato. Ciò avrebbe avuto l’effetto di imbarazzarlo e di fare in maniera che non tornasse un’altra volta. Ovviamente altri pensavano che questo non fosse il modo di accogliere gli ospiti. L’uso corretto avrebbe dovuto essere che lo shammàsh ritirasse i tagliandi dall’urna e li consegnasse ai viandanti evitando di svergognare i bisognosi”. R. Mintz rispose: “Guai a coloro che deliberatamente mettono i poveri in imbarazzo”.
Lo stesso termine maqom (“luogo”) che all’inizio della Parashah indica un punto di riferimento e di condivisione è successivamente usato da Lavan con ben altra accezione. Dopo aver acconsentito inizialmente che Ya’aqov sposasse la sua figlia minore Rachel di cui era innamorato, Lavan ci ripensa e con l’inganno gli fa trovare sotto il baldacchino nuziale la propria figlia maggiore Leah. Alle proteste di Ya’aqov Lavan risponde: “non è uso del nostro luogo dare in sposa la minore prima della maggiore (lo ye’asseh khen bimqomenu latèt ha-tze’irah lifnè ha-bekhirah)” (29,26). Sforno spiega che Lavan aveva addotto a pretesto l’opinione pubblica contraria degli “uomini del luogo (anshè ha-maqom)” (29,22) che egli aveva invitato in massa al convito nuziale. La preoccupazione di cosa dirà la gente è fortemente condizionante. Ammesso e non concesso che Lavan fosse sincero, è ancora più preoccupante il trincerarsi di molti amministratori dietro vere o presunte convenzioni del luogo quando questo torna comodo per giustificare un no razionalmente immotivato.
Molto più tardi, alla fine di una non facile convivenza ventennale alle dipendenze di Lavan, con la responsabilità del mantenimento di due mogli, due concubine e dodici figli, Ya’aqov dovette correre ai ripari. Essendogli giunta alle orecchie la leshon ha-rà’ sparsa dai figli di Lavan che Ya’aqov l’avesse imbrogliato sulla ricompensa pattuita, Ya’aqov decise, in obbedienza a una voce celeste, di tornare in Eretz Kena’an. Ma lo fece, nota Sforno, in un modo del tutto inadeguato a una personaltà del suo calibro. Semplicemente fuggì di nascosto, senza dire una parola. Temeva che Lavan potesse requisirgli tutto. E non aveva torto: “Lavan prese a dire a Ya’aqov: le figlie son figlie mie, i figli son figli miei, il gregge è il mio gregge e tutto ciò che vedi mi appartiene” (31,43) Ya’aqov scappò in un altro luogo, commenta Sforno, fuori dalla giurisdizione di Lavan, dove questi e gli uomini del suo luogo non avrebbero avuto la forza di mettergli le mani addosso. D. stesso ingiunge a Lavan di “non parlare con Ya’aqov nel male o nel bene” (31,24): che non lo minacciasse, ma neanche tentasse di convincerlo con le buone a tornare indietro. Sappiamo che la supplica iniziale di Ya’aqov fu esaudita appieno. Mentre era partito munito solo della sua verga di pastore, dopo vent’anni aveva di che dividere il suo accampamento in due. Il Patriarca potè tornare “in salute” nell’antica sede. Quanto a Lavan, alla fine la Parashah ci dice che si limitò a dare un bacio d’addio e una benedizione a figli e figlie e poi “fece ritorno al suo luogo (wayashov Lavan li-mqomò)” (32,1). Due concezioni di luogo (maqom) si confrontano nella nostra Parashah: maqom come luogo di incontro da parte di chi non teme confini (Ya’aqov) contrapposto a maqom come luogo di scontro e di resistenza stretta e gretta da parte di chi invece vive dei propri confini (Lavan).
