(da una derashah di Rav Lichtenstein
Quando Ya’aqov si sveglia, in seguito alla grandiosa visione che apre la parashà, riconosce la temibilità del luogo, e dice che non è altro che “la casa del Signore e la porta del cielo”. Ramban ritiene che si tratti di luoghi differenti, uno la casa del Signore e l’altro la porta del cielo, identificabili con Beer Sheva e Yerushalaim. Altri fra i commentatori non sono dello stesso avviso: Rashì ad esempio ritiene che si tratti di un unico luogo: il Bet ha-miqdash è il luogo da cui si innalzano le preghiere e i sacrifici.
Tuttavia bisogna ancora chiarire cosa sia la porta del cielo, se si tratti di un’entità indipendente, staccata dalla casa, o se abbia invece un legame intimo con la casa. Questo ragionamento richiama da vicino la mitzwà della mezuzà: come è noto bisogna scrivere le parole dei primi due brani dello Shemà sugli stipiti delle case e sulle porte. Abbiamo la casa e la porta. I rishonim discutono se una porta, che non sia parte di una casa, ad esempio la porta di un cortile, sia sottoposta alla mitzwà della mezuzà. Forse bisogna appenderla solo alla porta della casa. Tutti sono d’accordo in ogni caso che esista una relazione fra la porta e la casa.
Questo discorso non ha solo una valenza halachica. Sullo sfondo c’è una questione filosofica fondamentale. In alcuni sistemi filosofici infatti la realtà divina è totalmente trascendentale, molto lontana da noi, in cielo e senza relazione alcuna con la terra, materiale e per questo disprezzabile. Altre visioni considerano la divinità come immanente, più vicina all’uomo, un suo partner. D. è nel mondo e il mondo è D. In questa visione D. è identificato con la natura.
L’ebraismo rigetta entrambi gli approcci. Q.B.H. è il luogo del mondo, ma il mondo non è il Suo luogo. Ciononostante, D. è vicino a noi, ed esercita una provvidenza continua nei nostri confronti.
Il cielo non è lontano dalla terra. D. è creatore del cielo e della terra. Non vi è alcuna tensione fra il D. del cielo e il D. della terra, è tutta una unica realtà. Questo ingenera delle apparenti contraddizioni, da una parte non possiamo cogliere la divinità che riempie il mondo e risiede al di sopra dei cieli; dall’altra ci rivolgiamo in preghiera al bet ha-miqdash, dove la presenza divina è posata, sulla terra. Questa contraddizione era già stata rilevata dal re Shelomò quando aveva inaugurato il Bet ha-midrash. Il Signore può risiedere sulla terra? I cieli non possono contenerLo, e tantomeno la casa che ho costruito. Tuttavia la casa si presenta proprio così, come in luogo in cui risiedere. La chiave per risolvere la contraddizione è proprio nella parashà di Wayetzè. Quel luogo rappresenta un’incredibile contrazione divina da una parte, la casa del Signore, quel Signore immanente che è nella terra, ma al contempo è la porta del cielo, la finestra sulla trascendenza, che non può essere colta. La mitzwà della mezuzà rappresenta in qualche modo il riconoscimento del lato immanente nella divinità, che si trova anche nella nostra casa.
Questa visione non tocca solo una mitzwà o un’altra, ma è una prospettiva generale sul mondo intero, che vede questo mondo come un’anticamera del mondo futuro, così come emerge dai Pirqè Avot. L’elemento qualificante all’interno di questo mondo non è il solo bet ha-miqdash, tutto il mondo rappresenta una casa. Quanto detto ha una rilevanza per la nostra vita quotidiana. Ci spinge ad assumere un comportamento paradossale, sentire la realtà divina in ogni tempo e luogo, senza dimenticare che la nostra realtà non è altro che una porta che conduce ad un altro mondo, lontano da noi.
