Mishnat haShavua’
I commentatori alla Torà manifestano varie perplessità sulla validità della vendita della primogenitura da parte di ‘Esav. Per questo nella Torà ci sono dei particolari che vengono spiegati per conferire validità da un punto di vista tecnico, come l’uso del termine kayom da parte di Ya’aqov, la necessità di far giurare ‘Esav e farlo giurare “lì – per me”.. L’Or ha-Chayim (Gn. 25,31; 33) nel suo commento alla Torà sottolinea ad esempio come nella primogenitura vi siano aspetti non tangibili e quindi non sottoposti a vendita come il kavod e la ma’alà. Il Rambam nelle hilkhot mekhirà stabilisce che non è possibile vendere o regalare un qualcosa che non abbia mamash. Una seconda difficoltà è rappresentata dal fatto che la primogenitura assumerà valore solo con la morte di Yitzchaq e una vendita di un qualcosa che non sia venuto ancora al mondo (davar shelò ba la’olam) non è da considerarsi valida. Sulla mancata validità di questa vendita ci sono fra i rishonim due indirizzi fondamentali, uno secondo il quale non c’è piena convinzione da parte del compratore, e uno per cui c’è un difetto nella vendita, dal momento che non c’è nulla a cui riferire il qinian, dal momento che non è ancora al mondo.
Il principio su davar sheenò ba la’olam si impara da una mishnà in massekhet Qiddushin. Il caso è quello di un uomo che ha fatto qiddushin con una donna pensando che fosse una kohenet ed era invece una levià, o viceversa; che fosse ricca ed era povera, o viceversa. In questo caso i qiddushin hanno valore, dal momento che lei non lo ha indotto in errore. In tal senso i pensieri delle persone che non vengono esplicitati non hanno alcun valore (devarim shebalev enam devarim; vedi Qiddushin II,2;3).
La mishnà presenta vari altri casi:
a) un non ebreo che intende sposare un’ebrea e dice “quando mi convertirò farò qiddushin”, o viceversa;
b) uno schiavo che dice ad una donna libera che farà i qiddushin quando sarà liberato o viceversa un libero che dice ad una schiava che farà i qiddushin quando sarà liberata;
c) un uomo che dice ad una donna sposata che farà qiddushin dopo la morte del marito;
d) un uomo che dice alla sorella della moglie che farà qiddushin dopo la morte della sorella;
e) un uomo che dice ad una donna in attesa di ibbum o chalitzà da parte del cognato che farà i qiddushin dopo la chalitzà.
In tutti questi casi i qiddushin non hanno valore perché in questo momento non avrebbe la possibilità di mettere in atto quanto dice. I presupposti affinché ciò possa avvenire si verificheranno in un secondo momento, e non avranno valore per via della situazione attuale.
Allo stesso modo se un uomo dicesse a un altro: se tua moglie partorirà una femmina è consacrata a me, i qiddushin non hanno valore perché la bambina non è ancora venuta al mondo. Se però la donna era incinta e il fato riconoscibile, le sue parole hanno valore e i qiddushin sono validi. Secondo alcuni questa ultima parte del discorso va depennata dal testo della mishnà, poiché, anche se il feto è riconoscibile, non è ancora venuto al mondo, e rispecchierebbe pertanto l’opinione di coloro che sostengono che è possibile vendere qualcosa che non sia ancora venuto al mondo.
