La parashà di Toledot pone diversi problemi rispetto ai rapporti intergenerazionali. La Torà sottolinea come la decisione di Esav di sposare Yehudit e Basemat abbia avuto delle conseguenze negative per Yitzchaq e Rivqà. Il brano in questione è una delle fonti fondamentali sull’educazione dei figli. Com’è possibile che da uno tzaddiq come Yitzchaq sia uscito ‘Esav? E soprattutto: Yitzchaq sapeva quello che stava succedendo? Nella tradizione rabbinica ‘Esav è considerato un abile manipolatore e dissimulatore, ma era riuscito ad ingannare anche suo padre? I commentatori si sono dilungati su queste domande. Le conseguenze delle scelte educative di Yitzchaq si ripercuoteranno sulla famiglia e in modo particolare su Ya’aqov. Sarebbe potuta andare altrimenti o l’indole di ‘Esav in un modo o nell’altro sarebbe emersa? Nel suo commento alla Torà Sforno si confronta con queste difficoltà.
Commentando l’ultimo verso del capitolo 26 sottolinea due aspetti: il non riconoscere la grandezza della malvagità di ‘Esav e il non riprenderlo per quello che faceva. Sul primo punto per un genitore è molto difficile trovare il giusto equilibrio. Spesso ci si rende conto che i propri figli vanno sviluppando dei caratteri che andrebbero corretti, ma si è portati a lasciar correre e pensare che dei piccoli squilibri si aggiusteranno naturalmente con la maturazione. Esistono situazioni che invece sono irrecuperabili senza un intervento del genitore, cosa che Yitzchaq ha evitato di fare, e, spiega Sforno alla fine della parashà, avrebbe invece prodotto degli effetti significativi. La Torà infatti narra che in seguito all’abbandono da parte di Ya’aqov della casa paterna, e la richiesta di cercare moglie presso la famiglia di Rivqà, ‘Esav prese in sposa Machalat figlia di Yishma’el. Da qui capiamo che se Yitzchaq fosse stato più chiaro e risoluto, ‘Esav, al contrario di quanto ci saremmo potuti aspettare, gli avrebbe dato ascolto.
Come è noto, l’antefatto della benedizione attribuito a Ya’aqov è rappresentato dalla cecità di Yitzchaq. Rashì, basandosi sul midrash, fornisce varie spiegazioni di questo fatto:
a) le nuore offrivano dell’incenso ad altre divinità; la cecità dipende quindi con un rapporto causa effetto dai comportamenti e dalle scelte di ‘Esav;
b) durante la ‘aqedat Yitzchaq le lacrime degli angeli caddero sui suoi occhi; non vi sarebbe quindi relazione fra le due cose, derivando da un episodio precedente;
c) permise a Ya’aqov di ricevere le benedizioni; la cecità svolge quindi un ruolo funzionale rispetto allo sviluppo successivo della storia. Sforno nota che la cecità di Yitzchaq è prematura rispetto a quanto è avvenuto per gli altri patriarchi, che non ne avrebbero sofferto pur avendo un età più avanzata, tanto che Avraham sposò Qeturà e Ya’aqov, nonostante quanto avesse patito, sebbene non vedesse più bene, vide i figli di Yosef in Egitto. Questa cecità ha un motivo, che dipende dall’atteggiamento troppo morbido nei confronti di ‘Esav. Sforno costruisce un paragone con la figura del sacerdote Elì, che divenne non vedente. I suoi figli, Chofnì e Pinechas, si distinguevano per due comportamenti deplorevoli, così come narrato nel secondo capitolo del primo libro di Samuele: prendevano per sè senza riguardo la carne dei sacrifici che venivano offerti nel Santuario di Shilò e giacevano con le donne che si assembravano presso la tenda della radunanza. Il libro di Samuele (vv. 22-26) registra una timida reazione da parte di Elì, che non sortisce effetto alcuno. In punto di morte, quando Elì aveva 98 anni, viene descritto come un vecchio con gli occhi spenti, che non vedeva nulla. Secondo Sforno in entrambi i casi la cecità deriva da una scarsa risolutezza nell’affrontare le intemperanze dei figli. Un intervento più deciso, in entrambi i casi, avrebbe permesso di recuperarli.
