Avvertenza importante: quanto riportato non intende rappresentare un psaq halakhà, ma vuole fornire semplicemente degli spunti di riflessione.
Lo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni ha sollevato numerosissime domande in ambito halakhico. E’ permesso guidare un auto senza pilota di Shabbat? E’ permesso mangiare della carne prodotta in laboratorio a partire da cellule di maiale? Recentemente a Yerushalaim è nato un centro, il Jerusalem College of Technology, che è nato per elaborare delle risposte a queste domande, avvalendosi della collaborazione di rabbini ed ingegneri per inquadrare correttamente le domande da un punto di vista tecnico e alakhico.
La domotica è una disciplina in rapidissima espansione. Alcuni dispositivi di ultima generazione stanno modificando, e lo faranno in maniera ancora più significativa nei prossimi anni, la nostra vita. Numerosi milioni di persone apprezzano i vantaggi derivanti dagli assistenti vocali sui propri smartphone, e i loro corrispettivi domestici, come Amazon Echo (per gli amici Alexa) e Google Home (Ok Google) sono già in grado di governare molti dispositivi all’interno della casa, oltre a garantire un elevato livello di interazione con gli utenti, per rispondere alle loro domande, azionare la musica, mettere la sveglia, raccontare barzellette, e molto altro. Attraverso la connessione alla rete domestica interagiscono con i dispositivi, compiendo operazioni che sino a pochi anni fa sembravano fantascientifiche, e che oggi sono ordinarie. Hanno la capacità ad esempio di accendere una speciale luce a led ad una determinata ora, stabilendone l’intensità e il colore. E’ possibile stabilire il comportamento di ogni singolo elemento che entra a far parte di questo sistema.
Come qualsiasi altra innovazione tecnologica, questi dispositivi presentano varie, interessanti domande halakhiche, in modo particolare riguardo il loro uso per lo Shabbat.
Anzitutto non si può non sottolineare l’utilità di questi dispositivi nella preparazione per lo shabbat, ad esempio per la temporizzazione di dispositivi elettrici di varia natura, come la plata (facendo attenzione ai cibi che vengono posti sopra di essa e alle relative norme), per mezzo di prese intelligenti che sono l’evoluzione degli orologi sabbatici che tutti conosciamo.
Più intricata la questione legata all’uso di questi dispositivi durante Shabbat. Nei prossimi anni sicuramente verranno prodotti autorevoli responsa rabbinici che regoleranno questo campo che diverrà sempre più rilevante nelle nostre vite. Ciononostante è possibile iniziare ad inquadrare il problema, confrontandolo con altre questioni simili.
Una piccola nota sul funzionamento di questi dispositivi: indipendentemente dalla sentita questione della privacy, sono sempre in ascolto, dal momento che la loro attivazione dipende sostanzialmente dalla pronuncia di una parola, sia essa Alexa per Amazon Echo o Ok Google per Google Home. Il sistema peraltro non è ancora precisissimo, e pronunciando per esempio il termine Alaska si rischia di attivare il dispositivo, provocando l’accensione della tipica luce blu. I loro microfoni sono quindi sempre in ascolto, in attesa di captare la parola di attivazione.
L’uso del microfono di Shabbat è senza dubbio problematico. Il fatto che il microfono sia già in funzione non rappresenta un motivo per permettere, dal momento che la nostra voce provoca delle variazioni a livello elettrico, e soprattutto suscita senza ombra di dubbio la risposta del dispositivo che accende la luce e inizia a interagire con noi, parlandoci. La cosa migliore è pertanto staccare il microfono prima di Shabbat, cosa che al momento può avvenire staccandolo dalla rete elettrica, o in alternativa, se vogliamo ad esempio sfruttare le azioni che abbiamo programmato prima di Shabbat, disattivare manualmente il microfono (questi dispositivi sono dotati di un tasto fisico per disattivarlo). Alcuni auspicano l’introduzione di un comando vocale per entrare in “modalità Shabbat” disattivando pertanto i microfoni.
Circa le conseguenze dei nostri comandi vocali, si tratta di un caso che ha delle regole più stringenti della amirà le-akum (dire al non ebreo di compiere un’azione proibita durante Shabbat, cosa proibita all’infuori di casi particolari previsti dalla halakhà). Il non ebreo ha infatti la facoltà di non attenersi a quanto gli abbiamo chiesto, mentre il dispositivo eseguirà quanto gli chiediamo.
Se dimentichiamo di spegnere il microfono prima di Shabbat, sarà consentito parlare in sua presenza, dal momento che capta sempre quanto diciamo. In vari passi del Talmud viene affermato il concetto in base al quale melekhet machashevet aserà Torà. I Maestri, definendo il lavoro proibito di Shabbat, hanno stabilito alcuni criteri: ad esempio il lavoro deve essere accompagnato da un pensiero coerente al lavoro che si sta svolgendo, deve essere effettuato in modo creativo e non distruttivo, non deve essere svolto in modo inusuale.
Altra discriminante importante per la definizione del lavoro è la certezza dell’effetto della propria azione. Su questo punto discutono i tannaim: è possibile trascinare un letto di Shabbat, sapendo che è possibile che tracci un solco, compiendo un’azione paragonabile per il proprio effetto all’aratura, che è uno dei 39 lavori? Questo tipo di azione è consentita, ma come dovremmo regolarci se la conseguenza della nostra azione è certa, come quando il letto che intendiamo spostare è molto pesante e saremo pressoché certi di tracciare un solco. In questo caso si parla di psik reshè, ed è proibito di Shabbat. Trova applicazione per esempio nel passaggio di fronte ad una fotocellula che aziona una luce, come avviene in molti condomini. In generale, quando l’effetto dell’azione è indesiderato, l’azione è considerata ammissibile dai poseqim, mentre quando è desiderabile, l’azione è proibita. Se non abbiamo alcun vantaggio o alcuno svantaggio, come dovremmo considerare l’azione? In generale i poseqim proibiscono in questo caso. Per questo motivo è opportuno spegnere il microfono prima di Shabbat. Vi è tuttavia un’opinione minoritaria, quella dell’Arukh, che ammette questo tipo di azione.
C’è un’altra considerazione, che è collegata all’insignificanza dell’azione che intendiamo proibire. Lo Shevet ha-Levì permette per esempio di versare dell’acqua bollente in un recipiente che contiene delle piccole gocce d’acqua, perché si tratta di un’azione troppo insignificante per rappresentare una melakhà. Parimenti possiamo camminare per la strada pur sapendo che c’è un satellite in orbita che sta registrando quanto facciamo. In base a tale logica se abbiamo dimenticato il microfono acceso ci sarebbe comunque consentito parlare.
