(da una derashà di Rav Lichtenstein)
La Torà ci narra che Avraham educò i suoi familiari ad osservare la strada del Signore, ma la Torà non ci spiega esattamente a cosa si riferisca. E’ possibile spiegare questa espressione letteralmente, e dire che questa condotta di vita consiste nel cercare di imitare D. nei suoi comportamenti, così come i chakhamìm ricordano a più riprese: come il Signore è misericordioso e longanime, così tu sii misericordioso e longanime e beneficia gratuitamente tutti… Così come il Signore è chiamato giusto… tu sii giusto, così come è chiamato pietoso… tu sii pietoso (Sifrì Eqev 49). Il Talmud nel trattato di Sotà si concentra su alcuni comportamenti in particolare, come quello delle visite ai malati, della consolazione di coloro che sono in lutto e della sepoltura dei morti. Anche in questo caso il comportamento divino funge da modello per il nostro.
Maimonide nelle Hilkhot de’ot tuttavia imbocca una strada leggermente differente. Come è noto, nel linguaggio maimonideo le de’ot non sono delle opinioni, bensì delle predisposizioni spirituali. Ci sono uomini che sono maggiormente indirizzati verso la rabbia, altri oltremodo remissivi, e così via. Maimonide ritiene che gli estremi per ogni predisposizione siano da evitare, e la che la via da perseguire sia quella mediana, che non tende verso i due estremi. Questa secondo Maimonide è il derekh H., la via del Signore, e in questo modo si mette in pratica il precetto di andare secondo le Sue strade. Questo è il motivo per cui i Profeti hanno utilizzato un determinato tipo di linguaggio riferendosi a D., pur essendo, ragionando rigorosamente, improprio, per dirci che quella è la strada che noi uomini siamo tenuti a seguire, sforzandoci di imitarLo per quanto ci è possibile. Maimonide scrive in seguito esplicitamente che questa è quella che la Torà chiama Derekh H. e quella secondo la quale i discendenti di Avraham devono essere istruiti.
Le parole di Maimonide sono sotto certi aspetti sconvolgenti: come fa a sapere che l’intenzione della Torà è proprio quella? Forse la Torà vuole esattamente il contrario, che cerchiamo delle predisposizioni spirituali estreme, che siamo modesti, generosi e misericordiosi al massimo grado! E’ possibile che, dal momento che Maimonide considera questo atteggiamento quello più corretto, lo camuffi definendolo derekh H. e scrivendo che questo era il programma educativo di Avraham? Indubbiamente dobbiamo considerare Maimonide al di sopra di questi sospetti. Evidentemente secondo lui questo è il senso genuino dei versi della Torà. Effettivamente, se facciamo attenzione ai termini che la Torà utilizza, ci accorgeremo di una stranezza: il compito dei discendenti di Avraham è compiere tzedaqà umishpat. Viene invece evitato un altro termine spesso accomunato, il termine chesed. Nel Morè Nevukhim (3,53) Maimonide spiega la differenza fra questi tre termini, e mentre tzedaqà umishpat denotano un atteggiamento volto a perseguire la giustizia e rendere agli altri quanto spetta loro, il chesed rappresenta il beneficare qualcuno andando oltre quanto gli spetta. Maimonide prosegue spiegando che ad esempio che fa della tzedaqà non sta compiendo un atto di chesed ma di tzedeq per l’appunto. Il beneficiario di questo comportamento non è, come sembrerebbe, il povero, ma l’offerente stesso, che fa del bene a stesso, e dà alla propria anima quanto le spetta. Ciò che viene chiamato chesed va ancora oltre, e supera ciò di cui l’anima dell’individuo avrebbe bisogno. Il fatto che non venga usato il termine chesed autorizza Maimonide a interpretare il verso in questo modo.
Bisogna aggiungere che il programma maimonideo prevede che vi sia una progettualità in questa predisposizione. Basandosi sull’immediato certamente una persona potrà qua e là comportarsi in maniera corretta, ma non potrà di certo trasmettere questo imperativo alle generazioni successive.
Quanto Maimonide scrive è sotto molti aspetti controintuitivo. Ci aspetteremmo infatti una tendenza, nell’organizzazione del servizio divino, di renderlo un’esperienza estrema, e non il frutto del bilanciamento di varie predisposizioni spirituali. Questa strada non rischia di rendere il servizio divino un’esperienza grigia e noiosa? Non c’è il pericolo di fermarsi,quando si è raggiunta l’agognata via mediana?
Questo poi sembra contraddire quanto Maimonide scrive nelle Hilkhot Teshuvà, dove l’amore per D. viene descritto come una malattia d’amore, il più grande amore che un uomo possa provare, un sentimento tutt’altro che misurato.
In realtà una cosa non esclude l’altra. Il sentimento religioso può essere fortissimo e acceso, ma il regime di vita deve seguire tzedaqà e mishpat. Chi vive in cerca dell’estasi religiosa può raggiungere delle altezze incredibili, ma può arrivare altresì in luoghi non desiderabili e persino peccare. Per raggiungere certe altezze serve ordine e controllo. Maimonide rappresenta due aspetti del servizio divino che convivono l’uno accanto all’altro. Non si può vivere solo secondo una delle due modalità. Solo chi ha costruito una condotta basata su tzedaqà e mishpat può avventurarsi nell’amore smisurato dello Shir ha-shirim, per poi tornare alla sua normalità senza timore, e insegnare ai propri figli questa strada.
