(da una derashah di Rav Lichtenstein)
Quando iniziamo la ‘amidà benediciamo il Signore nostro e dei nostri padri, D. di Abramo, D. di Isacco, D. di Giacobbe. La prima parte dell’espressione è molto significativa, ma ci è chiara. C’è una continuità di fondo fra i nostri padri e noi, e un patto che viene trasmesso di generazione in generazione, che è la spina dorsale del popolo ebraico nel suo sviluppo storico. E’ meno chiaro però perché ogni patriarca sia ricordato separatamente. La stessa stranezza la incontriamo, a più riprese, nell’episodio del roveto ardente, all’inizio del libro di Shemot.
E’ evidente che fra i patriarchi sussistano delle differenze, che non consentono di accomunarli. Inoltre ciascuno dei patriarchi rappresenta uno step successivo nella formazione del popolo ebraico. Ciascuno di essi nella propria esperienza deve affrontare la scelta di unirsi al cammino. Per Avraham ciò è più evidente. Lui ha intrapreso la ricerca. Ha deciso di abbracciare questa strada, ma avrebbe potuto adeguarsi al mondo circostante ed essere idolatra come gli altri. Anche Yitzchaq e Ya’aqov devono affrontare una decisione simile. Yishma’el e ‘Esav hanno fatto altre considerazioni. Ciascuno dei patriarchi, indipendentemente, ha scelto la strada di H. E’ chiaro pertanto perché nella ‘amidà ciascuno di essi viene ricordato separatamente.
Come sappiamo però al termine della prima benedizione della ‘amidà le cose cambiano, e viene ricordato solo Avrahàm. Non si tratta evidentemente di una scelta solo stilistica, ma di un aspetto che sottolinea l’unicità di Avraham. La ghemarà in massekhet Pesachim lega le varie parti delle rassicurazioni divine ai patriarchi, ma la benedizione concerne solo Avraham. Qual è il punto che lo caratterizza? Rav Lichtenstein ritiene che nella figura di Avraham vi sia una duplicità di fondo, assente negli altri patriarchi. C’è in Avraham un duplice movimento, verso l’interno e verso l’esterno, che non c’è negli altri patriarchi. Avraham costituisce la keneset Israel, si sente investito di un’importante responsabilità, quella di essere il capostipite di una discendenza che vive secondo tzedaqà e mishpat, ma d’altro canto sente anche di avere una responsabilità verso il resto del mondo. E’ famoso il midrash che identifica le persone che avevano fatto a Charan con i convertiti. Avraham sa di dover diffondere il messaggio divino nella terra. Avraham costruisce la sua casa e si rivolge all’esterno, mentre Yitzchaq e Ya’aqov sono occupati solo con la loro famiglia.
Quando preghiamo inizialmente ci rivolgiamo verso l’interno, alla nostra casa, solo il movimento finale è rivolto verso l’esterno.
Se pensiamo alla condizione attuale del popolo ebraico noteremo che molti non seguono la strada di Avraham. Alcuni oscurano l’Avraham fondatore del popolo ebraico. Ritengono che il pluralismo e l’internazionalismo siano fondamentali, misconoscendo Israele come entità autonoma, con delle sue radici, un’essenza indipendente ed uno scopo unico nel mondo. Attribuiscono importanza solo all’universalismo, e vorrebbero Israele come un popolo fra gli altri, esattamente come gli altri. Il movimento verso l’interno è in questo modo cancellato. Altri seguono la strada opposta. Il rivolgersi alle altre nazioni non ha alcun valore. Credono che non esistano altri all’infuori di loro, creando un modello totalmente autoreferenziale. Questa non è la strada che Avraham aveva intrapreso. Avraham annunciava la sua notizia al mondo intero e al contempo costruiva la sua casa. Convertiva delle persone e trasmetteva la sua eredità spirituale a Yitzchaq. Seguiva un indirizzo senza tuttavia abbandonare l’altro. Abbiamo un compito gravoso, quello di non rinunciare alla nostra parte nella congrega di Israele, senza dimenticare la nostra responsabilità verso il resto dell’umanità. Solo così saremo veramente benedizione per il mondo.
