Mishnat haShavua’
La prima parte del IV capitolo del trattato Bavà Metzia’ si occupa delle modalità di acquisizione dei beni mobili. I principi generali dell’acquisizione sono illustrati nel I capitolo del trattato Qiddushin. La Mishnà (Qiddushin 1,5) stabilisce che la modalità di acquisto dei beni mobili è per mezzo della meshikhà. Esistono altri due metodi illustrati nella mishnà precedente, mesirà e hagbaà. Ciascun tipo di oggetto ha le sue modalità di acquisizione. Pertanto se si acquista un oggetto o un animale anche se è avvenuto il pagamento, sino a quando non c’è stata meshikhà la transazione non è avvenuta, ed entrambi le parti hanno facoltà di tornare indietro. Se invece c’è stata la meshikhà ma non il pagamento, la transazione è valida e le parti si sono già impegnate.
I Chakhamim in massekhet Bavà Metzià (47b) discutono su quali siano le modalità di acquisto previste dalla Torà: a) secondo l’opinione di Resh Laqish la meshikhà è presente esplicitamente nella Torà, in base a un verso in parashat Behar Sinai (Lv. 25,14). b) Secondo R. Yochanan invece ma’ot qonot, e la consegna del denaro rappresenta già secondo la Torà il perfezionamento dell’acquisto, e non è possibile già da allora tornare indietro. La fonte di R. Yochanan è l’heqdesh (wenatan ha-kesef weqam lò) La regola segue l’opinione di R. Yochanan.
I Chachamim hanno tuttavia stabilito che il denaro non è sufficiente, perché il venditore potrebbe dire al compratore: “il tuo grano si è bruciato nella soffitta”. Difatti se l’acquisto avvenisse solo per mezzo del denaro e l’acquirente lasciasse il bene acquisito presso il venditore, in caso di incendio il venditore non avrebbe interesse a mettere in salvo un bene altrui. Per questo i Chakhamim hanno stabilito che sino a quando non si ha la meshikhà il bene rimane proprietà del venditore.
Ciononostante, sebbene la sola consegna del denaro non costituisca una acquisizione, i Chakhamim non considerano il ripensamento un comportamento corretto, e sebbene non possano obbligare l’acquirente a completare l’acquisto, hanno la facoltà di stigmatizzare quel comportamento per mezzo della formula mì sheparà: “Colui che ha punito gli uomini del tempo del diluvio e del tempo della divisione (dor ha-mabul e dor ha-pelagà; la baraità aggiunge gli abitanti di Sodoma e Gomorra e gli egiziani nel mar Rosso) punirà anche colui che non mantiene la sua parola”.
Perché è stata scelta proprio questa formula? La Shittà mequbetzet in Bavà Metzià riporta l’insegnamento del Rosh, secondo il quale le generazioni e le popolazioni citate non mantenevano la propria parola.
Aderet Elyhau (Devarim 7,13) sottolinea come nelle varie punizioni ricordate siano presenti vari elementi, rispettivamente acqua, aria, fuoco, e tutti e tre insieme nella grandine. Chi non mantiene la parola, che è legata a questi tre elementi, riceve tutte e tre le punizioni.
Il tribunale rivolgeva questa formula a chi aveva avuto il ripensamento, e il venditore restituiva il denaro all’acquirente. R. Shim’on esprime un’idea differente: chi ha il denaro in mano può ripensarci. Il venditore pertanto, che ha ricevuto il denaro dal compratore, può non dar seguito alla vendita, ma l’acquirente con la consegna del denaro si è impegnato (Tosafot Yom Tov). Altri (Rambam, Bertinoro) intendono diversamente: sebbene non ci sia stata meshikhà il venditore ha la facoltà di perfezionare la vendita. La regola finale non segue l’opinione di R. Shim’on.
