L’ottavo capitolo di Sanhedrin è dedicato al trattamento del Ben Sorèr u-Morèh, il figlio ribelle che sottrae i soldi al padre per comprarsi carne e vino (italiano!) da mangiare e bere in abbondanza. La Mishnah 8,3 pone ulteriori limiti all’applicabilità della Legge. Se il figlio ruba i soldi del padre ma mangia sotto il suo controllo (in casa sua), ovvero ruba ad altri e mangia sotto il controllo del padre ancora non è punibile. Il figlio è punibile solo ad entrambe le condizioni: se ruba al padre e mangia fuori dal suo controllo, perché in questo modo dimostra di non aver alcuna considerazione non solo della proprietà, ma anche dell’autorità paterna. Sebbene i Maestri si sforzino di affermare che il ben sorèr u-moreh lo hayah we-lo ‘atid lihyot (“non è mai esistito e non esisterà mai”, R. Shim’on in Sanhedrin 71a), è evidente che ciò si riferisce solo alla sua figura giuridica nella Halakhah. Nella realtà il figlio ribelle esiste eccome. E il problema è tutto nella qualche volta tormentata relazione padre-figlio: non la figlia femmina (8,1) e non la madre. R. Yossi ben Yehudah sostiene che il din di ben sorèr u-moreh va applicato anche se il figlio ruba alla madre, ma l’opinione maggioritaria e la Halakhah dissentono.
Commentando la Parashat Noach Sforno sostiene che l’intera vicenda di Noach e dei suoi figli ruota intorno al concetto di genitorialità, la capacità di accettare le responsabilità del genitore. Ed è una Parashah apparentemente tutta declinata al maschile. Nel primo verso si afferma che Noach “giusto” nelle azioni e “integro” nel suo modo di pensare (muskalot) “procedeva con D.” (Bereshit 6,9). Per Sforno ciò allude alla sua attitudine a rimproverare chi sbaglia secondo la norma della Torah. Solo dopo che Noach ebbe sviluppato questa capacità nei confronti dei suoi contemporanei potè avere figli, come narrato nel versetto successivo. Segno che fra le due virtù c’è un legame. Interessante come Sforno ritorna sull’argomento a proposito delle generazioni successive. Quando più avanti Noach si ubriacò e si denudò, i suoi tre figli reagirono in modo diverso. Shem si adoperò immediatamente per coprire la vergogna del padre e Yefet si accodò alla sua iniziativa. il Midrash narra che invece Kena’an, il figlio di Cham, si approfittò del nonno per evirarlo e lo fece sotto gli occhi del padre Cham senza che questi facesse nulla per fermarlo, suscitando la sua condanna a essere non semplicemente servo, ma “servo dei servi dei suoi fratelli” (9,26). Qualcosa della trasmissione dei valori in famiglia non aveva funzionato.
Un altro nipote di Cham fu il potente re Nimrod, che aspirava a dominare su tutta la terra (10, 8-9). Sforno sottolinea come all’origine del progetto della Torre di Babele ci fosse proprio la volontà di potenza di Nimrod. Che male c’era a costruire un edificio che giungeva al cielo? – domandano molti commentatori. Nulla, risponde Sforno: ma ci sono azioni apparentemente e immediatamente innocenti, che possono tuttavia avere pesanti conseguenze negative in seguito (cfr. anche comm. a Qohelet 8,9). Nimrod aveva deciso di imporre a tutto il mondo il culto di se stesso. A questo si riferisce l’antropomorfismo con cui è detto che “D. scese a vedere” (11,5). Il verbo scendere, spiega Sforno, non va inteso in senso fisico, ma intellettuale: voglio vedere dove porterà in futuro questo comportamento. E’ la stessa espressione che i Maestri adoperano nei confronti del ben sorèr u-moreh. Che male c’è nel mangiare carne e bere vino? “Egli viene condannato in previsione della fine che farà: meglio che muoia innocente anziché colpevole”. Processo alle intenzioni? No, a un’educazione distorta, o forse semplicemente mancata. “Anche Shem aveva avuto figli”, dice la Torah (10,21). Fra i suoi discendenti si annovera ‘Ever. ‘Ever seguì a sua volta le orme del capostipite Shem, ma si trattava, osserva Sforno, di orme positive. A nome di entrambi era intitolata una Yeshivah dove avrebbero studiato i Patriarchi. I cugini camiti si rendevano conto della differenza e provavano invidia per questo? Viene fatto di pensarlo. La proposta di costruire la Torre di Babele viene motivata con l’intento di “farsi un nome” (we-na’asseh lanu shem”) e il gioco di parole mi sembra eloquente. L’errore stava nel metodo. Se vuoi essere come Shem devi studiare Torah. Shem alberga in semplici tende (9,27), non in cima alle torri. Perché in definitiva Noach riuscì a salvare dal Diluvio solo i suoi famigliari, nonostante si fosse tanto prodigato a rimproverare gli altri? – domanda Sforno. Perché il rimbrotto non basta. Nella Parashah non udiamo mai la sua voce. Bisogna insegnare Torah in positivo. I suoi figli si salvarono, in realtà, solo per i meriti personali del padre. Ci sarebbero volute altre dieci generazioni affinché comparisse un altro discendente di Shem e ‘Ever, colui che attirava gli altri al Servizio Divino mediante la sua parola e il suo insegnamento e “faceva anime” (12,5): Avraham Avinu. I problemi intergenerazionali non si possono affrontare solo con i rimproveri. Questi, da soli, creano solo opposizione da parte dei figli e acquiescenza da parte dei padri i quali, posti di fronte alla loro inefficacia, tenderanno a un certo punto, per quieto vivere, a tacere e persino a giustificare i figli. Se vogliamo evitare l’insorgenza del ben sorèr u-moreh occorre che il padre insegni Torah ai figli. Sii previdente e positivo!
