(da una derashah di Rav Lichtenstein)
Quando i Maestri del musar parlano dell’uomo si riferiscono evidentemente anche ai Bene Noach. Non Adam, che rischiava di essere divinizzato dai malakhim e che riempiva il mondo intero, ma una creazione divina, l’anima umana, che accomuna tutti gli esseri umani. Ciascuna anima è un’entità metafisica e morale. La nostra relazione con i Benè Noach dovrebbe essere ispirata da tale visione umanistica. In ampie fasce di popolazione in Israele vi è una sorta di disprezzo di fondo, di ispirazione europea, che ha alimentato un senso di superiorità negli ebrei. Questa sicuramente, sia da un punto di vista halakhico che etico, è una prospettiva sbagliata.
Lo scopo per cui gli esseri umani sono stati creati, non gli ebrei- ma gli esseri umani – è servire D. La declinazione del servizio è differente, ma il compito è il medesimo.
La tradizione ebraica si interessa molto dell’essere umano come chiamato e obbligato ad eseguire dei comandamenti, meno dell’essere umano come essere libero. Anche i non ebrei sono coinvolti in questa comprensione. I loro obblighi a ragione sono chiamati sheva mitzwot Benè Noach, che sono comandamenti divini. Ci sono delle differenze, sicuramente quantitative e probabilmente qualitative, ma la dimensione dei comandamenti afferisce senza ombra di dubbio anche al mondo non ebraico.
Quali sono gli elementi fondamentali del servizio divino? Nelle parole dei Chakhamim troviamo tre ambiti fondamentali nei quali viene utilizzato il termine avodà, i sacrifici, la tefillà e la Torà.
Anche se i sacrifici ci sembrano un ambito squisitamente ebraico, secondo la halakhà un Ben Noach può fabbricarsi un altare per offrire dei sacrifici, e persino offrirne nel Bet ha-Miqdash.
Anche la tefillà ha una sua rilevanza per un Ben Noach. Sono ben note le parole del profeta Isaia, che vengono abitualmente riferite alla fine dei giorni, secondo le quali il Santuario, la Mia casa, sarà casa di preghiera per tutti i popoli.
Il mondo della Torà sembra essere molto più lontano dai non ebrei; sono note tuttavia le parole di R. Meir (Sanhedrìn 59), che riconosce una ricompensa a un non ebreo che studi Torà.
Quale deve essere il nostro rapporto con i non ebrei? Certamente dobbiamo fare riferimento ad alcuni valori universali, che caratterizzano anche il servizio dei non ebrei, ma al contempo si deve tenere a mente la scelta e la qedushà di Israele. Sussistono infatti delle differenze incommensurabili, che è possibile intendere come metafisiche o come il frutto di processi storici.
Non dobbiamo commettere l’errore di minimizzare quanti abbiamo di fronte in base a considerazioni di ordine numerico, paragonando le 613 mitzwot ai sette precetti noachidi, e dicendo quindi che questi ultimi sono sufficienti ad innalzare i non ebrei dalla barbarie. I nostri Maestri hanno inteso ciò in tutt’altro modo: Ramban per esempio nel suo commento alla Torà (Wayishlach 34,53), parlando dell’obbligo noachide di istituire tribunali, ritiene che questo comandamento contenga una parte considerevole delle norme di Choshen Mishpat.
Il quadro tuttavia non è ancora completo. C’è anche la relazione con il nemico e con l’idolatra. In questo senso troviamo delle affermazioni molto forti nella halakhà.
Spesso si dice che ciò che deve ispirarci nella nostra relazione con gli altri è il verso “ama il prossimo tuo come te stesso”. Tuttavia l’interpretazione tradizionale lo riferisce al “tuo prossimo nella Torà e nelle mitzwòt”, limitandolo sensibilmente. Vi è tuttavia un altro comandamento, che è quello di seguire le strade del Signore, che ha un ambito di applicazione molto più ampio. Spesso si accusa la halakhà di essere fondata su tecnicismi e formalismi riguardanti minimi particolari. Questa è una visione parziale, dal momento che la halakhà stimola delle azioni alla luce di valori generali. Una di queste direttrici è senza dubbio quella di seguire le vie del Signore. La halakhà riveste un ruolo centrale, perché ispira il nostro modo di pensare e di essere educati, ma va intesa nella sua interezza, in una prospettiva più possibile ampia.
