(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Sicuramente la morte di Moshè crea in noi un vuoto che è difficile immaginare, per via delle numerosi funzioni che ricopriva: leader spirituale e religioso, ma al contempo uomo d’azione. L’uscita dall’Egitto non era solo un’operazione incredibile a livello logistico, ma la trasformazione di un popolo, che da schiavo divenne libero, da debolissimo a partner dell’Onnipotente sul Sinai. Non si tratta di una trasformazione solo sociale o economica, ma esistenziale.
Di tutti gli aspetti di questa multiforme figura quello che è rimasto per i posteri è quello di Maestro. Moshè è rabbenu, il nostro maestro. Prendere il suo posto non doveva essere semplice per Yehoshua. Sapere di non poterlo eguagliare doveva essere fonte di una profonda frustrazione. Già si era distinto come capo militare, ma non sarebbe potuto in ogni caso salire nuovamente per ricevere la Torà. I contemporanei si lamentarono del passaggio di consegne, il volto di Moshè era come quello del sole, quello di Yehoshua come la luna!
Il Talmud in massekhet Mo’ed Qatan descrive come le accademie rabbiniche rimangano oziose quando un grande maestro muore, ma la morte di Moshè porta delle conseguenze durature, che si riflettono ancora oggi. Alcuni non studiano Torà dopo minchah di Shabbat in segno di lutto.
La morte di Moshè portò Yehoshua a dimenticare trecento halakhot e provocò l’insorgere di settecento dubbi che vennero ristabiliti per mezzo della dialettica di Otniel ben Qenaz (Temurah 16a). Otniel, non Yehoshua: il dolore per la morte di Moshè fu evidentemente eccessivo per lui. Yehoshua non era un grande studioso: Otniel gli era superiore, Rashì suggerisce che lo fosse anche Pinechas.
In cosa risiede allora la superiorità di Yehoshua? Anzitutto nel fatto di avere ricevuto la tradizione direttamente da Moshé, così come leggiamo all’inizio del Pirqè Avot. Yehoshua non era tuttavia il solo allievo di Moshè, ve ne erano degli altri, con la differenza che Yehoshua servì Moshè con tutte le proprie forze. Yehoshua, e non altri, era colui che sistemava le panche nel Bet ha-midrash di Moshè.
Non viene premiato il talento, ma la costanza. Torà non è solo accademia. L’erudizione è solo una parte dell’equazione. Studiare la Torà senza la frequentazione costante di un saggio è insufficiente e talvolta pericoloso. Yehoshua è il primo a ricevere l’ordinazione rabbinica (semikhah). La missione di Yehoshua è ispirata da due elementi fondamentali: chazaq, essere forte, e fare in modo che la Torà non si allontani mai dalla sua bocca, come prima non si allontanava mai dalla tenda dove Moshè insegnava.
Ciascun completamento porta sentimenti contrastanti: compiacimento per quanto abbiamo fatto e paura del futuro. Ma dobbiamo farci forza, ricominciamo lo studio della Torà, rapportandoci nuovamente alla nostra tradizione in cerca di significati più profondi.
Siamo investiti della sfida che ogni anello della catena della tradizione ha affrontato. Chazaq we-ematz, forza e coraggio! Chag sameach!
