Durante la festa di Sukkot nella Birkat ha-mazon recitiamo la frase Ha-Rachaman Hù yaqìm lanu et Sukkat David ha-nofelet, basata su un verso del profeta Amos (9,11): “In quel giorno farò risorgere la capanna di David che è caduta, riparerò le sue brecce, farò risorgere le sue rovine e la ricostruirò come in antico”.
Molti commentatori riferiscono il verso, come vedremo, al ristabilimento della monarchia in Israele, e in modo particolare alla venuta del Mashiach, di stirpe davidica, chiamato nel Talmud (Sanhedrin 96b) bar nafli (il figlio del caduto!). Gli studiosi considerano questo epiteto una rilettura e una reinterpretazione del greco uios nefelon (il figlio delle nuvole), un’allusione escatologica al figlio dell’uomo del libro di Daniel. Fra l’altro il valore numerico di bar nafli è lo stesso di Ben Yishai (David era figlio di Yishai), 372.
L’uso di inserire questa espressione nella birkat ha-mazon è, come dimostrato dagli studiosi, relativamente antico.
Ma qual è il legame con Sukkot? Dovremmo ricordare l’uscita degli ebrei dall’Egitto, e la protezione divina nel deserto!
Rav Chayim Kanievsky, interrogato sulla scelta di questa espressione per Sukkot, rispose telegraficamente che, dal momento che nel verso compare il termine sukkà, si tratta di un testo appropriato per le tefillot di Sukkot.
Altresì è possibile concentrarsi maggiormente sul senso di Sukkot e sulla provvisorietà della vita umana. Il Pirqè avot considera questo mondo un’anticamera del mondo futuro. I problemi eterni sono gli unici veramente pressanti.
Per quale motivo viene scelta proprio questa espressione per descrivere il popolo di Israele? Non sarebbe stato possibile scegliere un’altra immagine più grandiosa, come quella della torre, che troviamo nel Cantico dei Cantici (7,5): “Il tuo collo è una torre d’avorio”?
Il Maharal affronta la questione in Netzach Israel (cap. 35). Le stirpe regali abitualmente vengono designate come “casa”. Si parla spesso di casati regali. Il casato di David costituisce una eccezione poiché è chiamato sukkà.
La differenza fra la casa e la sukkà è rappresentata dalla stabilità della casa. Una casa, finché non cade, è un edificio stabile. Quando crolla, se viene ricostruita, è una nuova casa. Della vecchia non rimane nulla. Per la sukkà è differente. Se cade, non ci vuole molto a ricostituirla, e così è per la stirpe davidica. Gli elementi del tetto della sukkà rimangono sempre disponibili per essere rimessi al proprio posto. Una sukkà può risollevarsi dopo la caduta, e in attesa di essere risollevata, mantiene il nome di sukkà. Questo è l’elemento caratterizzante di Israele e del suo regno. Una sukkà non è in grado di resistere a un vento eccezionale. Così la storia del regno in Israele è stata sottoposta a una nutrita serie di sconvolgimenti. Non è importante quante siano le persecuzioni e gli esili che il popolo ebraico ha dovuto affrontare. Dopo ogni evento avverso il popolo ebraico è sopravvissuto, e la sua sovranità può essere restaurata in ogni momento. Il Midrash spiega il versetto che apre la parashà di Nitzawìm “attem nitzawìm ha-yom kullekhem” riferendosi al destino di Israele. Quando il Signore considera le azioni dei malvagi, questi non hanno possibilità di risollevarsi. Non così per Israele: come afferma il profeta Mikhà (7,8) “ki nafalti qamti, kì eshev bachoshekh H. or lì – se sono caduto, mi rialzerò; se siedo nelle tenebre D. è luce per me”.
