(da una derashah di Rav Ari Kahn)
Come è risaputo, aprendo la cantica di Haazinu, Moshè si rivolge a cielo e terra. Potrebbe sembrare solo un elemento poetico in un brano poetico, ma Rashì non è di questo avviso. Crede che cielo e terra debbano fungere da testimoni. Moshè è consapevole del fatto che di lì a poco sarebbe morto, e vuole dei testimoni eterni. Tuttavia, quando si rivolge a loro, utilizza un termine diverso. Al cielo dice Haazinu, alla terra tishmà. Perché questo slittamento? Queste parole di Moshè possono rivelarci molto su chi le ha pronunciate.
Il Targum Pseudo-Yonathan introduce un elemento interessante, perché aggiunge un titolo al nome di Moshè, ovvio per carità!, ma usato molto raramente. Moshè è anzitutto Rabbenu il nostro maestro, mentre si parla poco di Moshè ha-navì. Moshè è il più grande profeta che sia mai vissuto in Israele, ma questo brano può insegnarci qualcosa sulla profezia, e più in particolare sulla profezia di Moshè.
Il Sifrì paragona il discorso di Moshè a quello di un altro grande profeta, Yeshaiahu, che si era rivolto a cielo e terra, ma invertendo i verbi. Il motivo è che Moshè era più vicino al cielo e più lontano dalla terra, Yeshaiahu era lontano dai cieli, ma vicino alla terra.
In che senso si parla di vicinanza? Potremmo essere portati a dire che Moshè sia stato più vicino al cielo quando salì sul Sinai, ma è possibile intendere la cosa a livello spirituale. Moshè era più vicino al paradiso.
Rav Soloveitchik spiega che ci sono alcuni profeti maggiormente preoccupati dell’onore del cielo, altri preoccupati dell’onore della terra. La Mekhiltà afferma che ci sono tre tipi di figli, uno preoccupato dell’onore del padre, uno preoccupato dell’onore del figlio, e un terzo preoccupato sia dell’onore del padre che di quello del figlio. I tre figli del Midrash sono Yermiahu, Elihau e Yonà. Yermiahu onorava padre e figlio, Eliahu il padre ma non il figlio, Yonà il figlio ma non il padre.
Tutti conosciamo bene il libro di Yonà che leggiamo a Kippur, forse è meno noto Yonà così come compare nel secondo libro dei Re, quando al suo nome venne legata l’espansione geografica di Israele. Ma quando si trattava di convincere dei pagani circa la loro condotta peccaminosa, Yonà si dà alla fuga. Yonà era un profeta riluttante, e tutto dipendeva dalla sua preoccupazione per il popolo ebraico. Era interessato al figlio, vicino alla terra e lontano dal cielo.
Eliahu è il contrario. Il suo zelo discende dalla preoccupazione per l’onore divino. Onora il padre, ma non il figlio, ma per questo viene rimosso dal suo incarico. Era talmente vicino al cielo da essere portato in cielo su un carro. Yonà, che era vicino alla terra, scese nelle profondità del mare, sino a che non si dimostrò pronto a onorare anche il cielo.
Il terzo tipo di profeta è quello che si preoccupa del cielo e della terra. Il modello del Midrash è Yermiahu, ma anche Moshè e Yeshaiahu, sostiene rav Soloveitchik, avevano le stesse caratteristiche. Riuscivano a conciliare il ruolo di profeta e quello di leader del popolo ebraico. Ma Moshè si sentiva più vicino al cielo, Yeshaiahu alla terra.
In occasione del peccato del vitello d’oro, difendendo il popolo ebraico, Moshè esordisce preoccupandosi dell’onore del padre, e solo chiudendo il discorso ricorda i meriti dei padri, del popolo ebraico.
Nella sua esistenza Moshè è stato più vicino al cielo, ne ha conosciuto i segreti. Sarebbe stato comprensibile se avesse mostrato una preferenza. Ma sapeva al contempo di essere un inviato del popolo d’Israele. In questo suo discorso Moshè rivela qualcosa della sua personalità, della vicinanza che sentiva verso il cielo, ma questo non lo ha distolto dalla premura per coloro che sono sulla terra.
