(da un articolo di Rav Ari Kahn)
La Torà nella parashà di Shofetìm stabilisce come risolvere i dubbi che possono sorgere in ambito religioso. La soluzione è semplice e ragionevole. Si prevede che ci sia un sistema legale a più livelli per risolvere le controversie e chiarire la legge. L’ultimo livello di giudizio però presenta la particolarità di avere un’autorità assoluta. Non possiamo allontanarci da quanto stabilito a destra o sinistra.
Rashì ritiene che questo ultimo particolare abbia bisogno di una spiegazione: “anche se ti dice che la destra è la sinistra e che la sinistra è la destra, e tanto più se ti dice che la destra è la destra e la sinistra è la sinistra.
Questa lettura allarga l’autorità dei giudici portandola all’estremo. Anche se una persona è completamente convinta della correttezza di un proprio comportamento, se la decisione dei giudici è in contraddizione con la sua certezza è tenuta ad adeguarsi alla loro decisione.
Il commento di Rashì sembra allontanarci dal senso piano del testo: questo infatti sembrava riferirsi ad una situazione dubbia, circa la quale veniva chiesto il parere dei giudici. Qui invece una delle parti in causa, o persino uno dei giudici manifesta una certezza assoluta su un punto, senza però riuscire a persuadere gli altri giudici. Anche in questo caso, la parte in causa o il giudice sono tenuti a sottomettersi al parere della maggioranza, anche se questo è evidentemente sbagliato.
Come ci si può aspettare che una persona, in modo particolare rispetto ad una verità divina, si attenga a un pronunciamento che considera sbagliato?
Qui viene posto un problema filosofico più ampio: abbandonare le proprie certezze per adeguarsi a quanto stabilito dai giudici.
Il Sefer ha-chinukh (mitzwà 496) ritiene che è meglio seguire un pronunciamento sbagliato in un caso particolare, evitando di discutere con i giudici, e continuare ad affidarsi al loro parere autorevole piuttosto che creare una situazione nella quale ciascuno decide per sé, perché ciò comporterebbe la distruzione della dottrina, divisioni a non finire e il dissolvimento totale del popolo ebraico.
Il timore è quello dell’insorgere dell’anarchia legale, sociale e nazionale. Pragmaticamente è meglio accettare che vi siano degli errori occasionali che veder collassare il sistema.
Più in generale tuttavia c’è un problema ancora più diffuso: questi errori umani inquinano un sistema divino, un sistema divino che ha un anello debole, rappresentato dall’uomo, che è il partner divino nel processo di rivelazione della verità divina al mondo.
La decisione sbagliata dei giudici presenta una sorta di cortocircuito: da una parte contraddice la parola divina, ma dall’altra va esattamente nella sua direzione, perché è la Torà stessa a stabilire l’autorità assoluta dei giudici.
Quando sentiamo questa affermazione siamo colti da un senso di nausea: come è possibile che chi vuole seguire la Torà debba comportarsi contro la Torà, anche se sta seguendo la Torà stessa? Questo è il trionfo della procedura sulla sostanza, che non soddisfa la nostra sete di verità!
Il Gaon di Vilna affronta questo problema spiegando il famosissimo brano nel trattato di Bavà Metzià (59b) riguardante rabbì Eli’ezer. In quella storia troviamo degli aspetti paradossali, poiché la controparte è rappresentata dalla stessa divinità, che è costretta, per così dire, a farsi da parte. Gli altri maestri non si fecero smuovere dalla logica di Rabbì Eli’ezer, dai suoi miracoli, da una voce celeste. Il Gaon di Vilna spiega questo brano alla luce di un famoso brano del Midrash sulla creazione dell’uomo. La natura umana è un affronto al sigillo divino della Verità. L’uomo, con le sue debolezze e le sue contraddizioni, non può accostarsi alla verità, così come essa è in cielo. A quel livello, molto semplicemente, l’uomo non dovrebbe esistere. Per creare l’uomo era necessario, così come dice il Midrash, gettare la verità a terra. In questo modo D. perse il controllo sulla verità. La verità è divenuta altro, basata almeno in parte sulla comprensione umana. La verità terrena si basa necessariamente sulla natura umana.
L’azione divina di gettare la verità a terra richiama Moshè quando rompe le tavole della legge. Non si tratta di un gesto di pura rabbia, ma della constatazione del fatto che la Verità divina presenta delle incompatibilità con questa terra. Moshè aveva appena visto il Cielo, e aveva capito che fra cielo e terra c’era una voragine.
Questa nuova dimensione e questa nuova verità consentono all’uomo di esistere. Secondo gli standard della verità celeste l’uomo non potrebbe e non dovrebbe esistere, sarebbe sempre sistematicamente colpevole. In questa nuova dimensione esistono la preghiera e il perdono, che è in un certo senso una corruzione della verità. Le conseguenze delle nostre azioni dovrebbero essere irreparabilmente fissate, non ci sarebbe alcun Kippur, nessun’altra scala di valori in cui verità e giustizia vengono ammorbidite. La chiave e la possibilità della nostra esistenza sono celate proprio in questa verità infranta, dal momento che non saremmo in grado di vivere secondo la vera verità. Questa verità infranta è il fondamento della nostra creazione e ciò che ci permette di continuare ad esistere.
