(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Con il completamento della costruzione del Mishkan, Moshè pronuncia una benedizione (Es 39,43): “Mosè esaminò tutto il lavorò e constatò che essi l’avevano eseguito precisamente secondo quanto il Signore sveva ordinato; quindi Mosè li benedisse”.
E’ naturale che Moshè voglia fare così in questo momento, in fondo il Mishkàn doveva essere un luogo di culto. Che cosa disse? Secondo Rashì questa preghiera è rimasta ancora oggi nella nostra liturgia, ed è un brano che ci è familiare. Disse: “Sia la volontà che la presenza divina si posi sull’opera delle vostre mani. Sia la grazia del Signore D. nostro su di noi, rinsaldi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rinsaldala”, verso che ricordiamo ogni settimana all’uscita di Shabbat prima della havdalà. Questo è uno dei brani che inizia con le parole tefillà leMoshè, e potrebbe tranquillamente essere recitato da un qualsiasi artigiano dopo aver terminato un lavoro. Il messaggio è immediato e comprensibile a tutti. Quando l’uomo con fatica riesce a creare qualcosa di utile, è portato a chiedere a D. di benedire l’opera delle sue mani e il frutto del suo lavoro. Rashì cita solamente una parte del verso, fidandosi delle nostre conoscenze bibliche, ma il testo intende stabilire alcuni concetti fondamentali, che è opportuno ribadire: il Mishkan è espressione fisica della presenza divina in mezzo a Israele, e il ruolo di quest’ultimo nel mondo è frutto della volontà divina. Non ci si deve pertanto stupire dell’associazione di Rashì.
E’ arduo valutare gli sforzi umani. Sforno affronta la questione partendo da una constatazione quantomai immediata: la quantità d’oro utilizzata per la costruzione del Mishkàn impallidisce di fronte a quella usata per edificare il primo Tempio, e quella del primo Tempio non è paragonabile a quella che Erode utilizzò per ristrutturare il secondo. Un osservatore poco attento potrebbe arrivare alla conclusione che l’edificio più costoso sia anche il più santo, mentre, dice Sforno, è vero il contrario: il Mishkàn ha una santità maggiore del primo Tempio, e questo del secondo. La quantità di oro utilizzata era inversamente proporzionale alla santità del luogo. Il fattore chiave non era l’oro, ma le persone che erano impegnate nella costruzione dell’edificio. Il Mishkàn era stato costruito da Betzalèl, il Bet ha-miqdash da lavoratori stranieri, commissionati per il progetto. Il Netzìv propone una lettura del genere per gli abiti del Kohèn Gadòl, e più in generale, per la produzione di tutti gli oggetti sacri. L’intenzione iniziale, e i dettagli che hanno condotto alla creazione, si riflettono nel prodotto finale. Il Netzìv porta per sostenere questa idea un brano che riguarda uno dei grandi pilastri dell’educazione ebraica, R. Chyià.
Il Talmud, nel trattato di Bavà Metzià (85b) riporta un dialogo fra R. Chaninà e R. Chyià. R. Chaninà riteneva che sarebbe stato in grado di rigenerare la Torà con le proprie argomentazioni logiche se questa, D. non voglia, fosse stata dimenticata da Israele. R. Chyià sosteneva di aver fatto di più per la salvaguardia della Torà. Infatti aveva seminato del lino, con questo aveva fabbricato delle reti con cui aveva catturato dei cervi, dandone la carne agli orfani e usandone la pelle per scrivere dei sifrè Torà. Con questi si recò in una città in cui non c’erano insegnanti, e insegnò i cinque libri della Torà a cinque bambini, e i sei libri della Mishnà e sei bambini, ordinando loro di continuare a studiare sino al suo ritorno.
L’ingegno e la lungimiranza di R. Chyià ci stupiscono, ma le sue capacità operative ci lasciano perplessi. Avrebbe potuto infatti mettere a reddito il lino, per comprare delle pelli sul mercato. E’ vero che in questo modo ha sfamato degli orfani, ma l’obiettivo educativo, che era quello principale, sarebbe potuto essere perseguito con maggiore efficacia.
Il Maharshà spiega che R. Chyià voleva permeare di santità tutti gli elementi della sua impresa, sin dall’inizio. Gli studenti lo avrebbero sentito. Un sottoprodotto santo non è paragonabile all’intero processo! Come essere certo che un cacciatore qualsiasi avesse le intenzioni corrette?
Moshè con la sua preghiera non vuole conferire al prodotto finale la sua santità. Questa c’era sin dall’inizio. Vuole piuttosto emulare D., quando benedice l’opera della creazione. Moshè non fa altro che inaugurare una tradizione, che si sarebbe riflessa nel Bet ha-miqdàsh, quando un gruppo di Kohanìm finiva il proprio turno, e si avvicendava con un altro gruppo. Dicevano “che Colui che risiede in questa casa pianti in mezzo a voi fratellanza, amore, pace e amicizia” (Yerushalmì Berakhot).
Tutto questo, che è l’essenza del Mishkàn e del Bet ha-miqdàsh, è realizzabile solo in virtù delle modalità attraverso le quali è stato costruito. Chiudendo il libro di Shemòt, Moshè benedice tutti coloro che hanno contribuito alla costruzione, e indirettamente tutti noi. Che le nostre intenzioni e le nostre azioni possano essere permeate di santità; che Colui che ivi dimorava possa ispirare in noi fratellanza, amore, pace e amicizia, per avvicinare la redenzione finale e la ricostruzione della dimora terrena di D.
