(da un articolo di Rav ari Kahn)
Il peccato del vitello d’oro non esce dal nulla. Come in altre occasioni, si può rinvenire il contributo di vari soggetti. Il disastro viene da corsi e ricorsi e dalla combinazione di varie circostanze. Anche qui vale il medesimo discorso.
La storia è tristemente nota. Il popolo, non vedendo Moshè tornare dal monte, si fa cogliere dal panico. Dal discorso che il popolo rivolge ad Aharòn, chiedendo una guida, emerge l’umanità di Moshè: il popolo si è abbandonato alle paure più primordiali. Moshè è un uomo e nulla più, è mortale e transitorio. Moshè non avrebbe potuto sopravvivere sulla montagna. Ora che era necessario rimpiazzarlo, serviva qualcosa di più concreto. Non intendevano sostituire la divinità trascendente, rappresentata dal Tetragramma, ma Eloqìm, la guida che potrà indicare loro la strada per proseguire il viaggio.
Stanno sbagliando, Moshè non è semplicemente un uomo. Non era di certo una divinità, perché ciò vorrebbe dire mettere in discussione i fondamenti dell’ebraismo. I Maestri tuttavia usano un linguaggio molto audace per descrivere il suo status unico. Secondo Avot deRabbì Natàn, salendo sul monte, Moshè attende sei giorni, per liberarsi di tutto il cibo e le bevande che erano nelle sue viscere e divenire come un angelo. Il suo corpo era stato purificato e preparato per la sua ascesa, e ciò lo aveva separato da tutti gli uomini. Scendendo dal monte, la sua santità era fisicamente percepibile, tanto che la gente non poteva contemplare il suo volto.
Aharòn di fronte alla richiesta non sembra cercare lo scontro, piuttosto vuole temporeggiare. Il popolo voleva un’entità che lo guidasse, non aveva chiesto un idolo, né come dovesse essere fatto. Aharòn da parte sua chiese loro dell’oro, la cosa più preziosa che possedevano, sperando di ricevere un rifiuto, ma aveva fatto male i propri conti, perché glielo consegnarono subito.
Cercò poi di procrastinare, dicendo che domani sarebbe stata una festa per H.
Circa la tecnica attraverso quale il vitello fu fabbricato, Rashì fornisce due spiegazioni del termine chèret: un bulino da incisore, o una specie di panno. Usare gli strumenti del mestiere potrebbe essere un modo per risvegliare la coscienza del popolo o per guadagnare tempo, in attesa del ritorno di Moshè, ma l’altra spiegazione è meno comprensibile: come fare uscire fuori un vitello con un fazzoletto, se non per mezzo della magia? Vuole essere un modo per scagionare Aharòn?
Nel resoconto che Aharòn fornì a Moshè non vengono ricordati questi elementi. Il vitello uscì da solo da fuoco. Emerge una contraddizione, lo ha fatto o non lo ha fatto? Forse opera una selezione dei fatti, per vergogna o paura di Moshé.
Il Maharàl è convinto che Aharòn non possa aver mentito. Tutti sapevano che Aharòn era coinvolto, qualsiasi rivisitazione sarebbe stata inutile. Nelle sue parole c’è dell’altro: avvenne qualcosa che neanche lui si aspettava, il vitello uscì fuori come se fosse vivo.
Chiaramente i Maestri sono consapevoli della discrepanza fra le due versioni, tanto che la ricostruzione di Aharòn non veniva tradotta in aramaico durante la lettura pubblica, al contrario della prima versione. Altri passi, elencati in Massèkhet Meghillà, hanno la stessa peculiarità, perché sono problematici. Molti commentatori suggeriscono che si intenda salvaguardare l’onore di Aharòn, ma la contraddizione rimane. Rashì suggerisce che la versione di Aharòn poteva essere ingannevole per i meno istruiti, che avrebbero potuto pensare che il vitello avesse dei poteri effettivi.
Rashì, parlando di un fazzoletto, apre la strada ad un’altra ipotesi, che il vitello sia il frutto di qualche incantesimo, pronunciato dall’Erev rav, la mescolanza che aveva lasciato l’Egitto con gli Ebrei, o da un certo Michà. Aharòn non sarebbe pertanto l’unico responsabile, e assieme a loro, anche Moshè avrebbe delle responsabilità. Il Talmud sostiene che Michà, da neonato, fu salvato da Moshè, attraverso il Nome divino, dal momento che non comprendeva quanto era destinato ai bambini ebrei.
Anche l’Erev rav era uscito dall’Egitto per via dell’insistenza di Moshè, che voleva concedergli una chance: i miracoli e il matàn Torà lo avrebbe aiutato ad abbandonare l’idolatria e far proprio il destino del popolo ebraico.
In entrambi i casi Moshè conduce alla loro salvezza, ma da una prospettiva umana, quella divina è molto più ampia. Moshè non può conoscere le conseguenze delle proprie azioni.
Tutti nella storia mostrano una qualche responsabilità.
Rav Kook però, in un passaggio altamente controintuitivo, descrive “le scintille sacre del paganesimo”, come se nell’idolatria possa esserci qualcosa di buono. Qualcosa del peccato del vitello d’oro viene trasferito nei Cherubini che erano sopra al Mishkàn. Anche il paganesimo più spinto ha un suo alone di spiritualità. I riti più estremi, come quelli del Molekh, con il sacrificio del figli alla divinità, lasciavano trasparire un senso del culto molto sviluppato, anche se distorto nel modo più aberrante. Per le loro divinità erano pronti a rinunciare a quanto avevano di più caro emotivamente. La soluzione non è però quella di eliminare il fervore religioso, questo deve essere solo reindirizzato al serivizio del vero D. Questo è il messaggio eterno della Aqedàt Yitzchàq. Il volersi avvicinare a D. è una forza positiva, il sacrificio umano un’aberrazione. Per questo Aharòn ha fallito: le persone erano pronte a dare tutto, ma proprio tutto per la divinità. L’innocenza, distorta dalla paura e dalla superstizione, può sfociare nell’idolatria, ma può essere anche incanalata nel servizio divino. I comandamenti della Torà servono a indirizzare questa forza.
