(da un articolo di Rav Ari Kahn)
La parashà di Mishpatim si chiude con l’ascesa di Moshè sulla montagna e con la sua permanenza per quaranta giorni e quaranta notti, Terumah si apre con la richiesta di offerte per la costruzione del mishkan. Nel flusso del testo sembra esserci continuità. Rashì tuttavia ci mette in guardia: questa continuità è artificiale, e non corrisponde alla corretta sequenza degli eventi. Ironia della sorte, anche il suo commento è “fuori luogo”: si trova infatti alla fine del capitolo 31, nella parashà di Ki Tissà. En muqdam umeuchar baTorà, la Torà non rispecchia un ordine cronologico: il 17 di Tammuz vennero rotte le tavole, e solo a Kippur l’ira divina si spense. Subito dopo arriva l’ordine di costruire il mishkan.
Il commento Rashì suscita varie domande, alcune di carattere generale, altre più specifiche. Perché anzitutto prendere le distanze da una lettura piana del testo? Quali sono le prove che si possono addurre per dimostrare che gli eventi si sono svolti diversamente? E se è così, perché il testo è scritto così?
Una risposta tutto sommato semplice a tutti questi quesiti è che la Torà segue logiche differenti dalle nostre, predilige l’unità tematica a discapito della continuità cronologica. Questo approccio non ci lascia tuttavia soddisfatti: ogni elemento della Torà vuole insegnarci delle verità teologiche e filosofiche. Se il testo è stato trasmesso in un determinato ordine deve esserci un motivo.
La lettura di Rashì ha delle implicazioni teologiche. Il peccato del vitello d’oro precede l’ordine di costruire il mishkan. Senza peccato del vitello d’oro non ci sarebbe stato alcun ordine. Il peccato del vitello d’oro veniva dalla frustrazione di servire una divinità assolutamente trascendente, condizione avvilente per l’uomo che vuole qualcosa di tangibile da adorare. Il mishkan è in quest’ottica una concessione all’uomo che ha fallito. Questo tipo di approccio ci porta a considerare in modo differente gran parte del libro di Shemot e Waiqrà. Tutto ciò che ha a che fare con il mishkan verrebbe declassato. Il vero ebraismo non conoscerebbe mishkan, sacrifici o altari.
Il Rambam affronta la questione nel Morè Nevukhìm (3,32): il servizio divino riguarda il cuore, ma l’uomo è guidato nei suoi comportamenti dall’abitudine. Visto che gli uomini adoravano le proprie divinità secondo talune modalità, D. asseconda la natura dell’uomo, e prevede nel Suo servizio i medesimi elementi.
Questa visione delle cose viene contraddetta da vari episodi e versetti, in modo particolare nel libro di Bereshit, agli albori della storia umana, quando le influenze pagane non erano ancora ipotizzabili. Nella Cantica del Mare i figli di Israele vedono il loro futuro nella terra promessa e la costruzione del Santuario. Tutto questo avviene prima dell’episodio del vitello d’oro.
Ramban esprime una visione delle cose molto diversa da quella del Rambam. Il santuario ha una sua santità intrinseca, è una continuazione del dono della Torà. I paralleli linguistici fra il matan Torà e l’inaugurazione del Mishkan sono numerosi. In tale ottica la santità del Sinai viene trasferita sul mishkan. Ciò faceva parte del piano, e chiaramente la posizione di Rashì viene respinta con forza.
Le conclusioni a cui Rashì perviene sono in qualche modo controintuitive: come è possibile che istituzione tanto centrale nell’esperienza ebraica abbia delle origini tanto infauste?
Bisogna notare altresì che Rashì non afferma mai che non ci sarebbe stato un santuario, indipendentemente dal peccato del vitello d’oro. Questa è una nostra intuizione. Nella Torà in precedenza non si parla però di un Mishkan, ma di un Santuario, una struttura permanente in terra di Israele. Perché allora un mishkan? La risposta è ovvia: prima della costruzione del Bet ha-miqdash dovranno passare ancora centinaia di anni. Ma non doveva essere così. Spesso pensiamo che i quarant’anni nel deserto siano una conseguenza del peccato degli esploratori, ma dal commento di Rashì emerge dell’altro: dal peccato del vitello d’oro il Signore stava aspettando. La matematica è dalla parte di Rashì: il decreto per il peccato degli esploratori, che avvenne nel secondo anno dall’uscita dall’Egitto, durò 39 anni.
E’ possibile però considerare le cose più positivamente: dopo il Sinai il popolo ebraico sarebbe dovuto partire nella sua marcia trionfale, che sarebbe dovuta culminare con la conquista di Israele e la costruzione del Bet ha-miqdash.
In altre parole il testo riflette aspetti diversi dello sviluppo, fornisce anzitutto una visione organica che lega Sinai e santuario, così come emerge dal commento del Ramban; dopo il peccato del vitello d’oro descrive come andarono effettivamente le cose, secondo quanto sostiene Rashì. Venne quindi costruito un mishkan, e non un Bet ha-miqdash, nel deserto, e non in Israele. Ma la verità a livello teologico rimane immutata, il Santuario deve condurre la rivelazione nella nostra esperienza quotidiana.
Il mishkan sarà in luogo in cui si realizzerà il contatto con D., che è il motivo fondamentale per cui il popolo ebraico è stato portato fuori dall’Egitto. Troviamo un duplice movimento, uno dal basso verso l’alto, ma al contempo un movimento dall’alto verso il basso, con D. che accompagna la sua Torà, che è il fulcro del mishkan. In questo modo avviene l’unione fra D. e Israele. Come in un matrimonio, c’è la consegna di un anello, nel nostro caso la Torà; ma serve anche una casa nella quale convivere. Il santuario serve agli uomini per trasformare il mondo fisico in qualcosa di spirituale, ma d’altra parte D. deve comprimere la spiritualità all’interno del mondo fisico.
