(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Il duro lavoro è molto diverso dalla schiavitù. L’uno è rispettato e lodevole, l’altra è umiliante e disumanizzante. Quando un essere umano viene trattato come un oggetto la scintilla divina in lui presente si eclissa. Il più delle volte questo non vale solo agli occhi dello schiavista, ma dello stesso schiavo. Una volta liberato dal fardello fisico della schiavitù, gli schiavi possono sviluppare delle cicatrici psicologiche ed emotive, mentre l’immagine e la mentalità dello schiavo si insinuano all’interno dell’individuo, che crede di essere inadeguato ed indegno. Spesso ci si riferisce a questo quadro, definito uscita dell’Egitto dagli ebrei, quando si parla della permanenza del popolo ebraico nel deserto.
Nella realizzazione del piano di schiavizzare gli ebrei, così come avverrà millenni dopo nella Shoà, un punto importante per il Faraone era quello della disumanizzazione delle vittime. La Torà presenta la crescita demografica degli ebrei in termini marcatamente egiziani, usando un linguaggio (Es. 1,7) che avrebbe incontrato l’approvazione di Goebbels. Gli ebrei si moltiplicano come parassiti (wayishretzù). Se questo è il punto di partenza, l’eliminazione dei bambini maschi può essere tranquillamente espresso in termini politically correct. Non si tratterebbe di infanticidio, ma di “controllo dei parassiti”.
Questa disumanizzazione era talmente tanto pronunciata e radicata nella mentalità egiziana, che le levatrici utilizzano questo pregiudizio contro lo stesso Faraone, quando paragonano le ebree a delle bestie, che partoriscono da sole, senza alcuna assistenza, prima ancora del loro arrivo. Il Faraone, convinto dalla sua stessa propaganda, ha considerato questa argomentazione come ragionevole.
Nello svolgersi delle dieci piaghe, mentre le angosce si abbattono sul Faraone e sugli egiziani, il tema della disumanizzazione torna nella narrazione, ma al contrario. Le piaghe possono essere viste come un processo volto al rovesciamento della società egiziana, per punire gli egiziani per la disumanizzazione degli ebrei. Lentamente, ma inesorabilmente, gli egiziani vengono ridotti ad animali. Più alto è il punto di partenza originario, più rovinosa sarà la caduta.
Il Faraone era una divinità auto-nominata, che si presentava come D. del Nilo, la forza vitale dell’Egitto, nelle parole di Ezechiele (29,3), il grande coccodrillo.
Per gli ebrei il fatto che ad essere colpito sia il Nilo potrebbe essere percepito come una punizione divina per l’omicidio degli infanti. Ma gli egiziani dovevano avere una percezione completamente differente: la trasformazione delle acque del Nilo in sangue è anzitutto un attacco al potere egiziano, rappresentato dal Nilo, e al Faraone. Per il Faraone si realizza una graduale involuzione, dal divino all’umano, dall’umano al subumano.
Ezechiele presenta il Faraone come un tanin, lo stesso termine usato per i presagi di Aharon. Non è casuale che la sua verga si tramuti proprio in un tanin, il simbolo scelto dal Faraone. In questo simbolo vi è una evoluzione: nell’episodio del roveto ardente la verga diviene un serpente, ora un coccodrillo, in un rovesciamento di quanto avvenne nel giardino dell’Eden, quando il serpente perse le proprie caratteristiche umane, fra cui gli arti. Il Faraone, che era un serpente con le gambe, perderà, piaga dopo piaga, la sua divinità, e poi la sua umanità. Con lo sviluppo delle piaghe regna la confusione, in modo particolare quando gli egiziani conducono il proprio bestiame nelle abitazioni per proteggerlo (Es. 8,20).
La società egiziana, il costrutto gerarchico per antonomasia, rappresentato dalla piramide, è capovolta. Chi è il padrone e chi lo schiavo? Chi è umano e chi animale? In questa ottica la perdita della capacità di esercitare il libero arbitrio viene messa a fuoco in un modo più preciso. Il libero arbitrio è un tratto tipicamente umano, gli animali sono guidati dall’istinto. Il Faraone aveva schiavizzato gli ebrei con l’argomento della disumanizzazione e viene pagato con la stessa moneta: prima perde la sua divinità, poi la sua umanità. In questo modo il suo destino è segnato.
