Nella Parashah odierna leggiamo l’episodio dell’incontro di Ya’aqov con Esaù. Una grande suspense lo precede. Ya’aqov, di ritorno dal suo viaggio ventennale, manda messaggeri nella direzione del fratello e viene sapere che questi stava marciando verso di lui con quattrocento uomini. Verso di lui o contro di lui? Ya’aqov si prepara alla guerra, mette da parte dei doni, divide il proprio accampamento in due e prega H. per chiedergli la salvezza. Ma il S.B. non gli risponde.
Questo fatto suscita numerosi interrogativi. Anzitutto, perché Ya’aqov temeva il fratello, dal momento che nel sogno della scala che aveva avuto alla partenza H. stesso gli aveva promesso piena assistenza e un tranquillo ritorno nella Terra dei Padri? Non era questo sufficiente? No. La berakhah che Esaù aveva ricevuto da suo padre pronosticava per lui che sarebbe vissuto della sua spada. Ciò non lasciava Ya’aqov tranquillo, avendo la coscienza dell’altra berakhah carpita…
Il Midrash insiste che Ya’aqov in preda al panico commise due errori. Il primo consiste nell’aver assunto nei confronti del fratello un atteggiamento remissivo. Ciò è sottolineato dal linguaggio adoperato: “Così dice il tuo servo Ya’aqov”. Ma anche l’espressione di apertura è indicativa: Wayishlach Ya’aqov mal’akhim lefanaw: perché non elaw? Sembra sottintendere una sottomissione. E’ sbagliato mostrarsi deboli nei confronti del malvagio, sia sotto il profilo tattico che quello etico. Il libro di Mishlè (25,26) paragona il giusto che cede davanti a un malvagio a una fonte inquinata, da cui non si può bere come ci aspetteremmo: qualcosa di storto, inerente alla sua personalità, gli impedisce di affrontare la situazione e di superarla. I veri eroi della Shoah sono coloro che hanno resistito invece di rinunciare ai propri ideali in cambio di un vantaggio materiale effimero.
Ma il secondo errore è stato persino peggiore del primo. Più avanti il testo afferma che dopo l’incontro con Ya’aqov Esaù “proseguì per la sua strada verso Se’ir”. Il Midrash sempre attento alle pieghe del testo ne deduce che Easù era già diretto a Se’ir fin dall’inizio e fu stornato e attirato altrove. Da che cosa? Dai messaggeri inviatigli da Ya’aqov! In buona sostanza Ya’aqov aveva svegliato il cane che dormiva. Un altro versetto di Mishlè (26,17) lo paragona a colui che si intromette in una lite non sua. Non che la controversia con Esaù non riguardasse Ya’aqov direttamente, anzi. Ma il fatto di avere stuzzicato l’avversario mentre la sua aggressività era per così dire in letargo lo ha eguagliato a colui che si inserisce in un argomento che non lo riguarda. Almeno per quel momento!
Apparentemente i due errori di Ya’aqov rivelano una contraddizione nella sua personalità: remissività è sinonimo di passività, mentre la ricerca dell’incontro a tutti i costi delinea un’iperattività. Rinquadrandoli in ordine cronologico diremo più esattamente che il Patriarca va verso il fratello per poi umiliarsi al suo cospetto. In realtà si tratta di due aspetti della medesima debolezza: l’incapacità di definirsi se non in rapporto con il nemico. Se consideriamo i due fratelli non come persone fisiche, ma rispetto alle proprie discendenze nei secoli, le conseguenze di questi errori sarebbero state per noi incalcolabili e disastrose! Per questi motivi il S.B. ora non rispose alla preghiera di Ya’aqov: “prenditi tutta la responsabilità delle tue scelte avventate”. Lo farà più avanti, la notte che precedette l’incontro, allorché Ya’aqov dovette combattere contro l’angelo. Vinse, ma rimediò la slogatura di una gamba. E’ un segnale: la gamba rappresenta ciò che garantisce all’individuo la forza di mantenere la propria posizione. E la propria identità indipendentemente da come ci vedono e ci definiscono gli altri. Non è un caso che la parola adoperata nel contesto per definire la gamba, yarèkh, significa più esattamente coscia, ma anche discendenza. La Torah ci insegna come costruire il nostro futuro. Dobbiamo fare attenzione. Essere autentici, ligi cioé proprio alla nostra identità più profonda.
