(da una derashah di Rav Ari Kahn)
I versi che aprono la parashah di Wayetzè sono famosissimi. Ya’aqov si congeda dai genitori e intraprende il suo viaggio. Con l’arrivo della notte si imbatte in un luogo dove pernottò, e lì ebbe la visione della scala.
La visione di Ya’aqov è in qualche modo legata a quella che ebbero suo padre e suo nonno nell’episodio della legatura, ma vi sono degli aspetti, molto particolareggiati, che la differenziano dalla percezione che ebbero i suoi antenati. Ya’aqov capisce di trovarsi di fronte a una porta nel cielo, che collega il mondo fisico e il mondo spirituale. Descrive questo mondo spirituale attraverso una manifestazione fisica. Solo dopo apprenderemo che questo luogo ha un nome, Luz, che Ya’qov chiamerà Bet El, casa di D. Tornando da Charan, Ya’aqov visiterà nuovamente questo luogo.
Non dobbiamo sorprenderci del fatto che la tradizione identifichi questo luogo con Yerushalaim. Il suo ruolo centrale nella nostra visione del mondo richiede un esame più approfondito.
In questi episodi, come nell’episodio della legatura di Yitzchaq, ci accorgeremo che il termine maqom torna con una frequenza inusitata. Ma non è la prima volta che il termine maqom ricorre nella Torah.
Bisogna premettere che, sebbene questa parola assuma spesso una valenza puramente spaziale, viene anche usata più specificamente per designare D. Maqom è un Nome divino. Il Midrash (Yalqut Shim’onì Wayetzè, remez 117) si chiede “perché D. si chiama Maqom? Perché Egli è il luogo del mondo, ma il mondo non è il Suo luogo”.
Per comprendere meglio il concetto è necessario fare un ulteriore passo indietro. La prima volta che incontriamo il termine Maqom nella Torah è nel brano della creazione del mondo (Gen. 1,9), quando D. raccoglie tutte le acque primordiali in un unico luogo, svelando così la terraferma. L’atto di radunare le acque in un unico luogo si chiama miqweh, mentre il luogo in cui si raccolgono le acque si chiama maqom. Il miqweh è un luogo di purezza, in cui le persone possono tornare a se stesse, vivendo un’esperienza di rigenerazione. In un senso molto concreto, l’immersione nel miqweh rappresenta un ritorno all’essenza del nostro essere, ai fondamenti dell’identità umana.
La creazione dell’uomo rappresenta il ricongiungimento di due mondi, quello fisico e quello spirituale. L’elemento fisico è infuso di spiritualità, ma la stessa materia di cui l’uomo è formato non è priva di spiritualità. Rashì riporta due possibilità in merito. La polvere con cui Adamo è stato formato è stata tratta da tutta la terra, o è stata tratta dal luogo, quello stesso luogo nel quale si imbatterono Avraham, Ytzchaq e Ya’aqov. Il Targum Yehonatan fa riferimento esplicito al luogo in cui sarebbe sorto il Bet ha-miqdash.
Cosa significa per noi? Che quando torniamo a Yerushalaim, torniamo a casa. Il luogo del Santuario si intreccia con la nostra stessa essenza. Purità e santità non sono concetti esterni, estranei, ma rispondono a ciò per cui siamo stati progettati.
La punizione per essere andati contro la nostra natura consiste nell’esilio. Quando Adamo ed Eva peccarono furono esiliati, lo stesso fu per Caino. Esilio non vuol dire solo scambiare il familiare con l’ignoto, staccarsi dalla propria casa, ma anche e soprattutto disconnettersi dalla fonte della nostra identità a livello spirituale. L’esilio è sotto certi aspetti un sostitutivo della morte.
Spesso non riusciamo a discernere a sufficienza il sottile legame fra il luogo fisico in cui ci troviamo e la nostra esistenza spirituale. Il Maharal crede che il termine maqom abbia un collegamento etimologico con meqayem, ciò che sostiene e dà esistenza. Chi è esiliato perde una parte della sua esistenza. Come è risaputo, l’omicida involontario viene esiliato. In un mondo in cui regna la giustizia assoluta, l’omicida dovrebbe pagare con la vita. Quando questa giustizia non è praticabile, troviamo la quasi morte costituita dall’esilio, che termina con la morte del Cohen Gadol, ulteriore testimonianza del legame fra il Santuario e la fonte spirituale della vita.
La considerazione delle implicazioni teologiche della visione di Ya’aqov possono mostrare in modo abbastanza chiaro la differenza fra l’ebraismo e il panteismo. Il panteismo tramuta ogni forza della natura in una divinità. La visione ebraica della divinità non si riduce al solo monoteismo; abbiamo una divinità trascendente, il mondo fisico non può contenere D., e non è esso stesso D. Ci sono tuttavia degli spazi che hanno una maggiore sintonia con D.
La santità è collegata alle percezioni umane. Una stessa realtà può essere vista in modi differenti. Emblematica è la differenza fra le visioni di Isaia e Ezechiele. Videro la stessa cosa, ma, dicono i chakhamim (TB Chaghigah 13b), Ezechiele era come l’abitante di un villaggio che aveva visto il re, mentre Isaia era come l’abitante di una città. Isaia vide la santità emanata da D. riempire il mondo, Ezechiele vide la santità irradiarsi da un maqom specifico (barukh kevod H. mimeqomò). Isaia profetizzò quando il Bet ha-miqdash esisteva ancora, Ezechiele profetizzò in esilio, quando il Tempio era distrutto. Allo stesso modo di Ezechiele, Ya’aqov chiamerà questo luogo maqom. Ya’aqov pur trovandosi nel posto più sacro al mondo, si stava recando in esilio, e ancora più riluttante sarà quando dovrà andare in Egitto, tanto che il Signore dovrà rassicurarlo che la presenza divina lo seguirà.
Avremmo potuto pensare che la rassicurazione divina fosse superflua. D. trascende il tempo e lo spazio. Ma non è così: ci sono dei momenti in cui ci sentiamo sradicati, in cui non riusciamo a vedere la scala, a trascendere il fisico per accedere al mondo spirituale.
Il momento in cui ci sentiamo maggiormente sradicati è quello del lutto, e proprio in quel momento coloro che sono in lutto vengono consolati con le parole: “Possa il Luogo (hamaqom) darti conforto assieme a tutti coloro che piangono per Sion e Yerushalaim”. La nostra perdita personale viene legata al conforto che deriva dal luogo che è la fonte della nostra identità. Ogni morte rappresenta la distruzione di un Tempio. Quando ci sentiamo lontani ed esiliati il Luogo, la fonte e il sostegno di ogni esistenza, ci mostra il legame che c’è fra fisico e spirituale, e ci permette di vedere, così come Ya’aqov, Isaia ed Ezechiele videro a suo tempo, che la Sua gloria pervade tutta l’esistenza.
