La ghematriyà (computo del valore numerico delle lettere di una parola) è riconosciuta come uno strumento esegetico a tutti gli effetti. Un esempio notevole emerge dalla prima chiamata della Parashah di questa mattina, Chayyè Sarah. Vi si narra della trattativa che Avraham dovette affrontare per acquistare una sepoltura per sua moglie Sarah. Egli si rivolse a ‘Efron, capo dei Chittei, il quale inizialmente fa mostra di volergliela concedere gratuitamente, salvo poi esigere 400 sicli d’argento in cambio del terreno, una cifra che dai commentatori è giudicata uno sproposito. Riecheggiando una celebre massima dei Pirqè Avot Rashì commenta: “molto ha parlato e non ha fatto neppure poco”. Di ‘Efron non sentiremo mai più parlare: ovviamente l’epilogo della vicenda gli fa perdere ogni possibilità di futura relazione con Avraham e la sua famiglia. Il testo sottolinea l’avidità del personaggio con una sottigliezza. Se ‘Efron per tutto il capitolo è scritto con la waw a supporto della vocale “o” come di consueto, quando si giunge all’espressione: “E Avraham pagò a ‘Efron” il nome di quest’ultimo omette la waw. Il valore numerico della parola scritta così è appunto 400, come dire che non solo la sua personalità perse di valore, ma si ridusse a null’altro che il valore venale della somma da lui pretesa a conclusione della transazione. Per di più, 400 corrisponde anche alla ghematriyà della locuzione ra’ ayin, lett. “(persona) dall’occhio malevolo”, cioè avida e invidiosa al tempo stesso.
Il numero 400 appare alcune altre volte nel Tanakh e sempre in episodi negativi in cui si denuncia l’avidità di qualcuno. Venendo incontro a Ya’aqov dopo la lite della primogenitura, Esaù si manifesta accompagnato da 400 uomini: egli che era avido delle benedizioni in definitiva destinate al fratello. La schiavitù d’Egitto, nata a sua volta dall’avidità dei fratelli verso Yossef, era originariamente prevista per 400 anni. 400 uomini David inviò per punire Naval ha-Karmelì, il ricco pastore reo di avergli negato, per attaccamento ai suoi beni, l’aiuto materiale che quegli gli domandava. Ma c’è un’ulteriore parola nella Torah che ha il valore numerico di 400. Mi riferisco sempre alla prima chiamata, ma di un’altra Parashah: Mishpatim. Qui si trattano le regole relative al ‘eved ‘ivrì, il “servo ebreo”. Un ebreo poteva diventare servo di un altro in due modi: o per scelta, in quanto non aveva di che vivere (mokhèr ‘atzmò), o per condanna del tribunale, in quanto ladro privo dei mezzi per risolvere un furto commesso. In quest’ultimo caso la Torah prevede che la ferma in servitù non può superare i sei anni. All’inizio del settimo il ‘eved viene liberato. A meno che non dichiari di voler così bene al padrone da scegliere di voler prolungare la ferma fino all’anno del Yovèl (Giubileo). Tale scelta è sottolineata da una cerimonia cruenta: il padrone gli avrebbe forato un orecchio. I Maestri commentano: “Venga forato l’orecchio che al Monte Sinai ha udito: ‘Non rubare’, eppure è andato e ha rubato”, ovvero: “Venga forato l’orecchio che al Monte Sinai, dopo la liberazione dall’Egitto, ha sentito dire che noi Ebrei siamo servi solo di D. e non di un altro essere umano, mentre questi è andato e si è acquistato un padrone”. Il punteruolo con cui veniva eseguito il foro all’orecchio è chiamato nella Torah martzèa’ e questa parola vale anch’essa 400. Cosa c’entra con l’occhio malevolo?
Propendo a credere che questo servo volesse prolungare la propria ferma non tanto per sentimento verso il padrone, quanto per una malintesa comodità. Le difficoltà economiche possono portare un uomo a chiudersi entro il suo mondo ristretto, a preferirne i limitati vantaggi materiali che al momento ne possono derivare, rinunciando contemporaneamente alla propria libertà, ai propri ideali e a coltivare ben più interessanti relazioni che lo porterebbero ben più lontano, se solo avesse il coraggio di mettersi in gioco. In questo senso anche il nirtza’, il “servo forato” come lo chiama la Mishnah, è un ra’ ‘ayin: non verso altri, ma verso se stesso. La sua avidità lo porta cioé a esercitare un occhio malevolo contro nessun altro che la sua persona e la sua famiglia.
E’ indubbiamente grave e pesante la responsabilità di chi deve risanare un bilancio. A fronte della difficoltà egli può infatti cadere in due errori per certi versi contrapposti. C’è chi ricorre alla demagogia, facendo credere agli altri di esercitare un’azione benefica che alla fine si rivela solo apparente. Ma c’è anche (e a mio avviso non è più scusabile) chi pur agendo in tutta onestà e in perfetta buona fede finisce per peccare di meschinità. E’ vero che la prima regola pratica da seguire in una crisi economica è il risparmio e il sacrificio e che la somma di tanti piccoli risparmi imposti su diversi fronti potrebbe anche sortire alla fine un risparmio consistente, ma occorre parimenti guardarsi dal rischio di creare un eccessivo scontento nei destinatari dei nostri servizi che si vedono decurtati dei benefici essenziali e disamorarsi dell’istituzione. E’ precisamente la sindrome del nirtza’, il “servo forato” che preferisce autoledersi nel miraggio di una soluzione dei suoi problemi a lungo termine, senza accorgersi del fatto che in realtà ha venduto se stesso e il suo entourage. Di fronte a tanta miopia, domandiamoci se il metodo è giusto: se una visione più larga delle cose non potrebbe darci dei risultati ancora più apprezzabili, senza cadere vittime di noi stessi. Qui sta l’abilità degli amministratori. Non a caso al nirtza’ viene forato proprio l’orecchio. Oltre che sede dell’udito, l’orecchio è sede dell’equilibrio e ciò è riconosciuto anche dalla lingua ebraica: “equilibrio” si dice maazàn, da òzen = “orecchio”! I verbi riflessivi in ebraico sono segnati dal prefisso *hit-, caratterizzato dalla presenza della lettera taw: questa vale 400. “Pregare” si dice in ebraico hitpallèl con la forma riflessiva, forse perché quando chiediamo qualcosa per noi stessi facilmente cadiamo nell’essere malevoli verso altri. C’è un caso nel Tanakh in questo verbo è scritto senza la taw. In Tehillim 106, 30 si rievoca un triste episodio in cui Pinechas nipote di Aharon intervenne a risolvere una difficile situazione. Il verso dice: waya’amod Pinechas wayfallèl, watte’atzar ha-magghefah (“Pinechas si levò e pregò, e il flagello si fermò”): Non entro nel merito della vicenda. Mi limito a osservare che Pinechas agì in questo caso in modo del tutto disinteressato e per questo motivo gli viene omessa la taw dal verbo (wayfallèl invece di wayitpallèl). I nostri Maestri affermano anche che Pinechas rivive nella figura di Eliahu ha-Navì. Il Profeta Elia, che annuncia la venuta del Mashiach, era chiamato anche Eliah, come attesta la sua traduzione italiana (cfr. Mal. 3,23). La waw di Eliahu gli è stata forse aggiunta in un secondo momento. Da dove arrivava? Ci sono molte discussioni su questo argomento. Qui sosteniamo l’idea che Eliahu abbia recuperato la waw tolta a suo tempo a ‘Efron…
