(da un articolo di Rav Ari Kahan)
I primi famosissimi versi della parashah di Lekh Lekhà suscitano, almeno in base alla lettura che i Maestri danno degli episodi della giovinezza di Avram, varie perplessità. Come sappiamo, nella vita di Avraham vengono individuate dieci prove, e questa è la prima. Ma, come sappiamo, Avram nella propria terra natia non era esattamente popolare; era diffamato, perseguitato sino quasi ad essere ucciso. Perché considerare l’abbandono di quella terra una prova? E d’altra parte le promesse divine, vista la loro portata incredibile, avrebbero spinto chiunque a tentare il jackpot. E’ possibile che Avraham sia angosciato nell’adempiere al comandamento divino? La chiave è probabilmente celata nel secondo verso della parashà, quando viene preannunciato che con questo viaggio nascerà una nuova entità, la nazione di Israele. La notizia di questa nascita è infatti accompagnata dalla consapevolezza che questa nazione sarà sempre circondata da una certa tensione. Gli altri non le saranno mai indifferenti. Israele non sarà mai parve agli occhi del mondo. Poi c’è un aspetto che non poteva piacere ad Avram, per via di come era fatto: era una benedizione particolare, rivolta solo a coloro che avrebbero fatto parte di quel popolo. Le aspirazioni particolaristiche sono nemiche micidiali dei sogni universalistici. La visione del mondo di Avram, volta ad elevare l’umanità intera, prima ancora di iniziare la sua missione, trova una battuta d’arresto, quando sa di doversi rivolgere solo ad alcuni. Cosa è accaduto? Il fallimento nella propria città natale ha già scombinato i programmi? Quelli che lo accompagneranno in terra d’Israele non saranno suoi concittadini di Ur Casdim, ma uomini e donne di Charan, sua ultima temporanea dimora. La prima tappa in Israele è Shechem, e questo fatto non è casuale.
Il Ramban varie volte commentando il libro di Bereshit ricorda il principio secondo cui “ma’asè avot, siman labanim”, quanto avviene ai padri è un segno per i figli. Shechem è il luogo in cui, drammaticamente, nascerà la nazione. E’ il luogo in cui Israele avrà l’opportunità di unirsi e condividere il proprio destino con i residenti locali, il luogo in cui Israele dovrà decidere se rimanere una piccola nazione separata, o entrare a far parte, assimilandosi, di un clan forte e ben radicato. A Charan, secondo la tradizione talmudica riportata nel trattato di Avodà Zarà (9a), iniziano i 2.000 anni di Torah. Non sul Sinai, ma da Avraham. Ma come faceva Avraham a rispettare la Torah, se questa ancora non c’era? Su questo si discute nel trattato di Yomà (28b), dove emergono due prospettive: secondo una Avraham rispettava i sette precetti noachidi e la milah, secondo l’altra Avraham rispettava tutta la Torah, non solo quella scritta ma anche quella orale. L’esempio riportato è quello dell’eruv tavshilin. Come intendere questo fatto? Alcuni intendono il passo letteralmente. I patriarchi rispettavano tutta la Torah, e conducevano un vita tutto sommato simile alla nostra. Altri credono che il Talmud porti un insegnamento simbolico. Il popolo ebraico ha iniziato a rispettare le 613 mitzwot solo con la rivelazione sul Sinai. Il Meshekh Chokhmah spiega che quando il Talmud dice che Avraham rispettava l’eruv tavshilin non intende dire che Avraham seguisse gli aspetti più minuziosi della halakhah, ma che realizzasse la visione filosofica che ispira questa norma. L’eruv tavshilin consente di preparare del cibo per degli ospiti inaspettati quando Yom Tov cade vicino a Shabbat. Questo approccio racchiude la personalità aperta di Avraham. Approccio che viene messo in crisi quando Avraham riceve la mitzwah della milah. I commentatori si chiedono: se Avraham era in sintonia con D., tanto da generare le mitzwot da solo, perché per la milah attese il comandamento divino? La mitzwah della milah si scontra con la sua visione del mondo, perché lo pone sopra agli altri. Sino ad allora aveva mostrato un approccio inclusivo, la sua tenda era aperta da tutti i lati. Secondo il Meshekh Chochmah Avraham vive il suo viaggio in Egitto come una missione. Se fosse riuscito ad elevare moralmente una società corrotta come quella egiziana, sarebbe riuscito con tutto il mondo.
Nella sua vita Avraham mostra un profondo umanesimo. Non vuole allontanare il figlio Yishma’el, cerca di salvare Sodoma, pur essendo consapevole che le loro convinzioni e i loro comportamenti erano in piena contraddizione con quanto professava. La distruzione di Sodoma avrebbe soddisfatto una persona dotata di una minore levatura morale, gli avrebbe conferito un senso di superiorità. La distruzione di Sodoma gli avrebbe reso il lavoro più facile. Ma Avraham non considerava i sodomiti dei nemici, ma degli uomini che non avevano ancora trovato la strada della verità. La milah allontanerà Avraham dai suoi contemporanei. Secondo il midrash Avraham chiede a D.: se la milah è tanto preziosa, perché non è stata data ad Adamo? Perché non è un precetto universale? Il suo atto come verrà inteso dagli altri? Accogliere gli stranieri e dare loro da mangiare era più semplice. Con la milah viene aggiunto un elemento, che è quello della qedushah, della distinzione. Come è possibile sentirsi cittadini del mondo e al contempo salvaguardare la propria santità, segnata dalla diversità. La risposta la troveremo più in là, nella legatura di Yitzchaq. E’ noto che quando si avvicinarono al monte, Yishma’el ed Eli’ezer non proseguirono il viaggio, e Avraham e Yitzchaq andarono soli, assieme. Ma, nota Rav Soloveitchik, non si pone sufficiente attenzione al prosieguo del testo. Padre e figlio preannunciano che torneranno. Avraham dovrà tornare a condividere la sua esperienza unica. Senza questo passaggio, di separazione e ricongiungimento, la sua esperienza religiosa non sarebbe completa. Ci sono dei momenti in cui il popolo ebraico deve isolarsi per esplorare la propria relazione unica con D. Questo può significare anche liberarsi dalla propria responsabilità nei confronti del mondo, assumere atteggiamenti che non verranno compresi perché apparentemente paradossali. Ma vi sarà sempre un ritorno, una elaborazione di un linguaggio comprensibile per condividere la propria esperienza. Universale e particolare sono importanti, ma intrecciati. La realizzazione della responsibilità universale risiede nell’esperienza particolare. Ciò è vero anche nel nostro mondo, che manca ancora dell’elemento della santità. Impegnandoci nel rispetto delle mitzwot e della nostra dimensione particolare, acquisiremo le capacità spirituali etiche e sociali che ci permetteranno di esercitare una influenza sul mondo che ci circonda.
