“Queste sono le parole che Mosè rivolse a Israele di là dal Giordano, nel deserto, nella pianura dirimpetto a Suf, tra Paran, Tofel, Lavan, Chatzeroth e Di-Zahav” (Deuteronomio 1:1). Il Libro di Devarim (Deuteronomio), che inizieremo a leggere questo sabato, è composto principalmente dai discorsi che Mosè fece ai figli d’Israele durante gli ultimi 37 giorni prima della sua morte. In questi discorsi, Mosè passa in rassegna alcuni degli eventi che accaddero durante il viaggio, intrapreso dopo l’uscita dall’Egitto, ponendo particolare enfasi sui peccati che commisero i figli d’Israele. Mosè, in particolare, parla a lungo sia del peccato del vitello d’oro sia di quello degli esploratori. Inoltre, Mosè ricorda le volte in cui i figli d’Israele si lamentarono nel deserto e nota, seppur brevemente, anche la rivolta di Qorah. In definitiva, Mosè mentre si preparava a lasciare questo mondo, nel suo “discorso di addio” rimproverò il popolo per gli errori commessi affinché li ricordassero per non commetterli di nuovo.
Il Midrash, attraverso un versetto da libro dei Proverbi, descrive Mosè nel ruolo di colui che redarguisce il popolo: “Chi rimprovera una persona dopo di Me troverà più favore di una persona dalla lingua lusinghiera” (Proverbi 28:3). Il Midrash vuole affermare che per il fatto che Mosè abbia rimproverato il popolo “acharay – dopo di Me”, cioè nel modo appropriato, nonostante le sue fossero parole di critica, hanno trovato favore agli occhi del popolo, più delle parole di colui che invece padroneggia nell’arte della retorica.
Mosè, come sappiamo, è l’esempio proverbiale di colui che ha difficoltà a parlare. Forse, quando disse al Signore – per evitare la missione che voleva affidargli – di essere “kevad pe ukhvad lashon/pesante di bocca e di lingua”, intendeva che lui non possedeva una “lingua lusinghiera”, di non possedere l’arte della retorica.
Le sue parole di rimprovero furono tuttavia efficaci e Mosè “trovò favore” con le persone a cui si rivolgeva, nonostante parlasse loro molto duramente,delle cose che avevano fatto di sbagliato, proprio perché parlava “acharay – dopo di Me”.
I commentatori spiegano che l’espressione “acharay – dopo di Me”, si riferisce alla sincerità e alle, intenzioni che sono puramente “leshem shamayym”, in nome del Signore.
Quando intendiamo esprimere una critica, fare un rimprovero, le persone possono percepire se lo facciamo sinceramente, per una preoccupazione genuina per loro, o se lo facciamo con motivazioni subdole. Le persone a cui ci rivolgiamo, possono percepire se il nostro rimprovero arriva perché teniamo davvero a loro, o se siamo solo arrabbiati, o se vogliamo, sminuendoli, dimostrare di essere migliori di loro. È proprio dal modo in cui ci esprimiamo che si può capire se siamo sinceri o se abbiamo qualche intento nascosto. Se saremo come Mosè, sinceri e mossi da uno spirito che tende al cielo, allora “troveremo favore”, la persona sarà ricettiva e aperta a ciò che abbiamo da dire. Ma se le nostre intenzioni non sono sincere, se siamo arrabbiati o cerchiamo di sentirci bene con noi stessi a spese di qualcun altro, allora la persona se ne accorgerà e non accetterà non solo ciò che abbiamo da dire, ma reagirà con ostilità e si contrapporrà. La sincerità ha un grande potere, quando siamo sinceri, le persone lo sentono e rispondono di conseguenza. Almeno così dovrebbe essere.
Spesso sentiamo il bisogno di criticare le persone che ci circondano: i nostri figli, il nostro coniuge, amici, dipendenti, colleghi, l’altro da noi in generale e a volte, può essere davvero necessario criticare. Ma la nostra critica sarà efficace e otterrà il risultato desiderato, solo se saremo veramente sinceri, se la nostra unica intenzione è quella di aiutare la persona a migliorare, senza alcuna ostilità, arroganza o secondi fini. Se parliamo anche con mancanza di rispetto, con disprezzo o espressione di superiorità morale, la persona di certo rifiuterà tutto ciò che diciamo. Quando si tratta di una critica, di un rimprovero, la sincerità è tutto. È solo quando la nostra unica intenzione è quella di aiutare la persona a migliorare, che le nostre parole hanno la possibilità di essere ascoltate, Shabbat Shalom.
