וַיְדַבֵּ֥ר ה’ אֶל־מֹשֶׁ֥ה לֵּאמֹֽר׃ דַּבֵּר֮ אֶל־בְּנֵ֣י יִשְׂרָאֵל֒ אִ֣ישׁ אֽוֹ־אִשָּׁ֗ה כִּ֤י יַעֲשׂוּ֙ מִכׇּל־חַטֹּ֣את הָֽאָדָ֔ם לִמְעֹ֥ל מַ֖עַל בַּה’ וְאָֽשְׁמָ֖ה הַנֶּ֥פֶשׁ הַהִֽוא׃ וְהִתְוַדּ֗וּ אֶֽת־חַטָּאתָם֮ אֲשֶׁ֣ר עָשׂוּ֒ וְהֵשִׁ֤יב אֶת־אֲשָׁמוֹ֙ בְּרֹאשׁ֔וֹ וַחֲמִישִׁת֖וֹ יֹסֵ֣ף עָלָ֑יו וְנָתַ֕ן לַאֲשֶׁ֖ר אָשַׁ֥ם לֽוֹ׃ וְאִם־אֵ֨ין לָאִ֜ישׁ גֹּאֵ֗ל לְהָשִׁ֤יב הָאָשָׁם֙ אֵלָ֔יו הָאָשָׁ֛ם הַמּוּשָׁ֥ב לַה’ לַכֹּהֵ֑ן מִלְּבַ֗ד אֵ֚יל הַכִּפֻּרִ֔ים אֲשֶׁ֥ר יְכַפֶּר־בּ֖וֹ עָלָֽיו׃
Bemidbar 5, 5-8: H. parlò a Moshe dicendo: “Parla ai Figli di Israel: uomo o donna che commettano qualsivoglia trasgressione da esseri umani, sì da agire con inganno contro H. e quella persona sarà colpevole, confesseranno anzitutto la colpa che hanno commesso e (il responsabile) restituirà il maltolto aggiungendo un quinto del suo valore (calcolato sulla cifra totale: in pratica il 125%) ed effettuando la consegna alla persona cui aveva commesso il torto. Ma se questa persona non avesse un parente al quale restituire il maltolto, questo andrà rimesso a H., ovvero al kohen, oltre al sacrificio del montone espiatorio (asham ghezelot) mediante il quale otterrà il perdono”.
Spiega Rashì che l’argomento relativo a chi ruba e poi giura il falso è già stato trattato all’inizio del libro di Wayqrà:
וַיְדַבֵּ֥ר ה’ אֶל־מֹשֶׁ֥ה לֵּאמֹֽר׃ .נֶ֚פֶשׁ כִּ֣י תֶחֱטָ֔א וּמָעֲלָ֥ה מַ֖עַל בַּה’ וְכִחֵ֨שׁ בַּעֲמִית֜וֹ בְּפִקָּד֗וֹן אֽוֹ־בִתְשׂ֤וּמֶת יָד֙ א֣וֹ בְגָזֵ֔ל א֖וֹ עָשַׁ֥ק אֶת־עֲמִיתֽוֹ׃ אֽוֹ־מָצָ֧א אֲבֵדָ֛ה וְכִ֥חֶשׁ בָּ֖הּ וְנִשְׁבַּ֣ע עַל־שָׁ֑קֶר עַל־אַחַ֗ת מִכֹּ֛ל אֲשֶׁר־יַעֲשֶׂ֥ה הָאָדָ֖ם לַחֲטֹ֥א בָהֵֽנָּה׃ וְהָיָה֮ כִּֽי־יֶחֱטָ֣א וְאָשֵׁם֒ וְהֵשִׁ֨יב אֶת־הַגְּזֵלָ֜ה אֲשֶׁ֣ר גָּזָ֗ל א֤וֹ אֶת־הָעֹ֙שֶׁק֙ אֲשֶׁ֣ר עָשָׁ֔ק א֚וֹ אֶת־הַפִּקָּד֔וֹן אֲשֶׁ֥ר הׇפְקַ֖ד אִתּ֑וֹ א֥וֹ אֶת־הָאֲבֵדָ֖ה אֲשֶׁ֥ר מָצָֽא׃ א֠וֹ מִכֹּ֞ל אֲשֶׁר־יִשָּׁבַ֣ע עָלָיו֮ לַשֶּׁ֒קֶר֒ וְשִׁלַּ֤ם אֹתוֹ֙ בְּרֹאשׁ֔וֹ וַחֲמִשִׁתָ֖יו יֹסֵ֣ף עָלָ֑יו לַאֲשֶׁ֨ר ה֥וּא ל֛וֹ יִתְּנֶ֖נּוּ בְּי֥וֹם אַשְׁמָתֽוֹ׃ וְאֶת־אֲשָׁמ֥וֹ יָבִ֖יא לַה’ אַ֣יִל תָּמִ֧ים מִן־הַצֹּ֛אן בְּעֶרְכְּךָ֥ לְאָשָׁ֖ם אֶל־הַכֹּהֵֽן׃ וְכִפֶּ֨ר עָלָ֧יו הַכֹּהֵ֛ן לִפְנֵ֥י ה’ וְנִסְלַ֣ח ל֑וֹ עַל־אַחַ֛ת מִכֹּ֥ל אֲשֶֽׁר־יַעֲשֶׂ֖ה לְאַשְׁמָ֥ה בָֽהּ
Wayqrà 5, 20-26: H. parlò a Moshe dicendo: “Se una persona pecca commettendo un inganno contro H.: ha mentito contro il suo prossimo riguardo a un deposito appropriandosi di cose non sue o derubandolo o negandogli qualcosa di dovuto; o ancora avendo trovato un oggetto smarrito neghi e giuri il falso, abbia fatto cioè qualsiasi cosa che costituisce peccato per l’uomo; e dopo aver peccato si senta in colpa, dovrà restituire la refurtiva che avrà rubato, l’oggetto che avrà trattenuto o il deposito che gli era stato affidato o l’oggetto smarrito che aveva trovato o comunque quella cosa su cui aveva giurato il falso: dovrà cioè pagare il capitale aggiungendo un quinto: lo riconsegnerà al suo proprietario nel giorno in cui avrà riconosciuto la propria colpa. Inoltre porterà a H. il suo sacrificio di asham (ghezelot): un montone integro del gregge del valore già visto (due sicli) al kohen. E il kohen gli procurerà espiazione dinanzi a H.: gli sarà così perdonato a proposito di qualunque cosa abbia fatto per sentirsi in colpa”.
La questione viene ripresa nella Parashat Nassò per due particolari che ora vengono aggiunti. Il primo è l’obbligo della confessione: solo se il colpevole ammette spontaneamente l’addebito in tribunale ottiene riparazione mediante l’aggiunta di un quinto (chòmesh) e il sacrificio di asham; se invece fosse reo convinto da due testimoni, mentre egli si ostina a negare, si limiterebbe alla restituzione senza avere questa possibilità. Vi sono nella Torah cinque casi in tutto in cui è prescritta l’aggiunta del chòmesh al capitale: negli altri quattro frangenti è detto espressamente che il capitale è qòdesh, appartenente cioè a D.[1]. Vedremo che è così anche nel nostro caso. Il chòmesh non è dunque una penalità inflitta dal Bet Din (qenàs), ma uno strumento per ottenere l’espiazione (kapparah) dal Cielo. E per conseguire la kapparah occorre aver fatto Teshuvah. Paradossalmente il reo confesso paga di più perché mostra di essere seriamente intenzionato a fare Teshuvah. Non solo. Il suo pentimento non è accolto finché egli non ha personalmente consegnato la refurtiva nelle mani del legittimo proprietario cui l’ha sottratta, “dovesse anche corrergli dietro fino in Media” (Bavà Qammà 103a). Almeno nella misura in cui la vittima del furto è ancora viva, la restituzione ai suoi eredi o ai suoi emissari non è ancora sufficiente.
Rispetto alla Parashat Wayqrà il tema viene qui ripreso anche per trattare del furto commesso ai danni di un proselita (ghèzel ha-gher). Questo aspetto è trattato a questo punto, spiega Nachmanide (comm. 5, 2), perché nei primi capitoli di Bemidbar la Torah aveva contato i Figli d’Israel suddividendoli per famiglie e case paterne: si occupa ora delle categorie sociali soggette a uno status speciale, come appunto i gherim. A tale proposito notiamo che la Torah ripropone integralmente i concetti già esposti in Wayqrà, forse per ribadire il principio che fra i gherim e gli israeliti nativi non vi è alcuna differenza di trattamento legale. Di più. Difendere i gherim subito dopo aver ordinato l’allontanamento degli impuri dall’accampamento israelitico (Bemidbar 5, 1-4), afferma Abrabanel, dimostra che il S.B. “respinge i peccatori ebrei e avvicina altresì i proseliti che intendono osservare la Sua Torah”.
Riferendosi al caso in cui la vittima del furto non sia più in vita la Torah – scrive Shimshon R. Hirsch nel suo commento – dà per scontato che il debito debba essere versato ai suoi eredi. Chiunque avesse una legittima pretesa sulle proprietà del defunto avrebbe diritto a riscuotere: per esempio un creditore. Sforno aggiunge che “se muore un servo cananeo la resa va fatta al suo padrone” (Bavà Batrà 51b). Tanto più se vi sono eredi naturali, questi ne entrano in possesso! Domanda R. Ishma’el nel Sifrè: esiste forse in Israele qualcuno che si trovi completamente privo di eredi? “Che non abbia neppure un figlio, una figlia, un fratello, una sorella, un parente qualsiasi per parte paterna risalendo indietro fino al Patriarca Ya’aqov, progenitore di tutto il popolo ebraico? Deve trattarsi di un gher morto senza lasciare eredi” (Rashì ad v.). Colui che si converte all’ebraismo, infatti, è come un nuovo nato (Yevamot 22a). Gli unici suoi eredi legittimi sono, secondo il diritto ebraico, i figli che avrà avuto dopo il ghiyur. Se muore senza averne avuti non possiede eredi legali e pertanto i suoi crediti sono privi di creditori!
In generale una res nullius (hefqèr) appartiene secondo la halakhah al primo che ne entra in possesso: stando a questa logica lo stesso debitore sarebbe autorizzato a tenerla! Ma qui non parliamo di un ladro o di un debitore ordinario. Dopo aver rubato costui ha anche giurato il falso, mentre il gher era ancora in vita, negando l’addebito in un primo tempo. In tal caso la Torah si prende cura di tutelare la vittima dell’ingiustizia, il gher senza eredi, anche dopo la sua morte. I beni oggetto del processo divengono proprietà di D. stesso. Certo: giurando il falso nel Nome di D. il colpevole non ha ingannato solo un altro essere umano. Ha ingannato D. Ora che la sua vittima non c’è più ha un pentimento e rimedia al misfatto mediante il widduy, la confessione resa a D. stesso. La proprietà diviene qòdesh e in quanto tale deve essere restituita mediante un’aggiunta (tossèfet). A chi in pratica D. delega il possesso di questi beni? Ai Kohanim in servizio nel Bet ha-Miqdash quella settimana: per la precisione non uno in particolare, bensì tutti quanti la ricevevano in parti uguali. Solo una volta restituito il maltolto si procedeva all’offerta del asham ghezelot, destinato anch’esso ai kohanim[2].
Con grande tatto il versetto evita di nominare il gher espressamente. Si può notare che la Torah ha già usato altrove una locuzione simile (“se l’uomo non ha un parente”: Wayqrà 25, 26), ma con tutt’altro significato. In quel caso si trattava di un ebreo povero costretto ad alienare i suoi beni di famiglia senza avere un parente ricco che li riscattasse. Nel nostro contesto è evidente invece che il parente è assente del tutto, ricco o povero che sia. Per contro nell’altro versetto non può trattarsi di un gher perché si parla di beni ancestrali, risalenti alla suddivisione del territorio di Eretz Israel fra tribù e famiglie di cui chi avesse abbracciato l’ebraismo successivamente non sarebbe stato partecipe (Siftè Chakhamim ad v.).
R. Ishma’el nel Sifrè specifica che benché il v. 8 sia scritto al maschile, equipara al gher la ghiyòret (cfr. anche Bavà Qammà 109b). Che necessità c’è di specificarlo? Spiega Malbim che la ghiyòret potrebbe avere un parente intitolato ai beni di lei dopo la sua morte secondo la halakhah: il marito ebreo che avrà sposato dopo il ghiyur. Ma il marito ha diritto a ereditare dalla moglie solo quei beni che erano effettivamente in possesso di lei quando è morta (muchzàq): non quelli di cui essa non poteva disporre in quel momento, ancorché ne avrebbe avuto il diritto (raùy; Bavà Batrà 113). Un credito non riscosso rientra in quest’ultima categoria. Pertanto anche la ghiyòret sposata è considerata senza eredi se nel frattempo non ha avuto dei figli.
Il Ben Ish Chay di Baghdad elabora il concetto per cui ogni qòdesh esige una tossèfet. Si pensi allo Shabbat, qòdesh per eccellenza, che deve essere accolto in anticipo sull’orario il venerdì e congedato in ritardo il sabato sera per “aggiungere dal giorno profano a quello sacro” (mossif me-chol ‘al ha-qòdesh). Con la stessa logica “il popolo ebraico è stato mandato in esilio allo scopo che gli si aggiungessero gherim” (Pessachim 87b) proprio perché
קֹ֤דֶשׁ יִשְׂרָאֵל֙ לַה
Yirmeyahu 2, 3: Israel è qòdesh a H.
e la dignità di ogni qòdesh richiede un’aggiunta (anno II, P. Wayetzè, Introd.).
Durante la conquista israelitica della terra di Kena’an i Gabaoniti si presentarono a Yehoshua’ sotto mentite spoglie e ottennero di entrare nel popolo ebraico con il giuramento di aver salva la vita (Yehoshua’ 9). Benché si fossero comportati come serpenti (e per questo si chiamarono Chivvei dall’aramaico per serpente – chiwià –), quando l’inganno fu scoperto Yehoshua’ li tenne vicini e non rinnegò l’impegno nel frattempo assunto nei loro confronti: in caso contrario le nazioni avrebbero accusato il popolo ebraico di mancare alla parola data e ciò avrebbe suscitato una profanazione del Nome (chillul ha-Shem). Commenta il Midrash: “Se ciò è valso nei confronti di proseliti che si erano convertiti per secondi fini, tanto più dobbiamo tenere vicini coloro che hanno abbracciato l’ebraismo in nome del Cielo” (Bemidbar Rabbà 8, 4; cfr. Yevamot 78b-79a. Per l’intera vicenda dei Gabaoniti si veda Emmanuel Levinas, “Quattro letture talmudiche”, Il Melangolo, Genova, 1982, pp. 59-63).
וַאֲהַבְתֶּ֖ם אֶת־הַגֵּ֑ר כִּֽי־גֵרִ֥ים הֱיִיתֶ֖ם בְּאֶ֥רֶץ מִצְרָֽיִם
Devarim 10, 19: Amerete lo straniero, poiché voi stessi foste stranieri in terra d’Egitto. In inglese si chiama dislike the unlike (“il diverso non piace”) con un gioco di parole. Chi viene da fuori è spesso considerato una minaccia per la sicurezza socioeconomica dei residenti. Il proselita desta sospetto e ostilità perché non ha origine nel gruppo. La halakhah è ferma al riguardo: “A chi è figlio di proseliti non si dica: ‘Ricordati di come si comportavano i tuoi padri!’” (Mishnah Bavà Metzi’à 4, 10). Scrive in proposito il Sefer ha-Chinnukh (Prec. n. 431): “Proprio perché il popolo ebraico è stato designato quale guida morale per le nazioni, D. ci guida sulla via della benevolenza e ci ingiunge di perseguire tutti quei caratteri che ci valgono l’ammirazione altrui. Tanto più occorre essere disponibili nei confronti di chi lascia la propria terra d’origine, tutta la sua famiglia paterna e materna per unirsi a un’altra nazione solo per amore di questa e per aver compiuto una scelta di Verità… Da questa Mitzwah così preziosa dobbiamo inoltre imparare ad aver riguardo per chiunque si sia trasferito in un luogo diverso dalla sua città natale: la Torah ci insegna infatti a essere d’aiuto a tutti coloro che lo richiedono. Il versetto ci rammenta che noi stessi abbiamo vissuto l’esperienza di trovarci in terra straniera, circondati da persone a noi estranee. Ricordandoci quanto grande è la preoccupazione che suscita nel cuore un’esperienza simile, dopo che la bontà Divina le ha messo fine traendoci di là, avremo riguardo per ogni individuo nella stessa condizione”.
[1] Gli altri quattro casi menzionati nella Mishnah Bavà Metzi’à 4, 8 sono: 1) se un non kohen ha mangiato Terumah per errore e ora la risarcisce (la Terumah, offerta agricola riservata ai Kohanim, è chiamata qòdesh in Wayqrà 22, 14); 2) colui che riscatta il frutto del quarto anno o la “seconda decima” che gli appartengono (chiamati qòdesh rispettivamente in Wayqrà 19, 24 e Wayqrà 27, 30); 3) colui che riscatta un bene da lui stesso precedentemente consacrato (heqdèsh: Wayqrà 27, 19); 4) colui che si è approfittato per errore di un bene consacrato (qòdesh: Wayqrà 27, 19) e ora lo risarcisce. Curiosità: la Mishnah introduce l’argomento con l’espressione chamishah chumshin hen (“vi sono cinque quinti”), poi mutuata per indicare un’altra cinquina: i cinque libri della Torah (chamishah chumshè Torah).
[2] Da quando il Bet ha-Miqdash è distrutto i beni di un gher senza eredi sono hefqer e appartengono al primo che ne entri in possesso (Mishnah Bavà Batrà 3, 4).
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
