וְסָפַרְתָּ֣ לְךָ֗ שֶׁ֚בַע שַׁבְּתֹ֣ת שָׁנִ֔ים שֶׁ֥בַע שָׁנִ֖ים שֶׁ֣בַע פְּעָמִ֑ים וְהָי֣וּ לְךָ֗ יְמֵי֙ שֶׁ֚בַע שַׁבְּתֹ֣ת הַשָּׁנִ֔ים תֵּ֥שַׁע וְאַרְבָּעִ֖ים שָׁנָֽה׃ . וְהַֽעֲבַרְתָּ֞ שׁוֹפַ֤ר תְּרוּעָה֙ בַּחֹ֣דֶשׁ הַשְּׁבִעִ֔י בֶּעָשׂ֖וֹר לַחֹ֑דֶשׁ בְּיוֹם֙ הַכִּפֻּרִ֔ים תַּעֲבִ֥ירוּ שׁוֹפָ֖ר בְּכׇל־אַרְצְכֶֽם׃ . וְקִדַּשְׁתֶּ֗ם אֵ֣ת שְׁנַ֤ת הַחֲמִשִּׁים֙ שָׁנָ֔ה וּקְרָאתֶ֥ם דְּר֛וֹר בָּאָ֖רֶץ לְכׇל־יֹשְׁבֶ֑יהָ יוֹבֵ֥ל הִוא֙ תִּהְיֶ֣ה לָכֶ֔ם וְשַׁבְתֶּ֗ם אִ֚ישׁ אֶל־אֲחֻזָּת֔וֹ וְאִ֥ישׁ אֶל־מִשְׁפַּחְתּ֖וֹ תָּשֻֽׁבוּ׃ . יוֹבֵ֣ל הִ֗וא שְׁנַ֛ת הַחֲמִשִּׁ֥ים שָׁנָ֖ה תִּהְיֶ֣ה לָכֶ֑ם לֹ֣א תִזְרָ֔עוּ וְלֹ֤א תִקְצְרוּ֙ אֶת־סְפִיחֶ֔יהָ וְלֹ֥א תִבְצְר֖וּ אֶת־נְזִרֶֽיהָ׃ . כִּ֚י יוֹבֵ֣ל הִ֔וא קֹ֖דֶשׁ תִּהְיֶ֣ה לָכֶ֑ם מִ֨ן־הַשָּׂדֶ֔ה תֹּאכְל֖וּ אֶת־תְּבוּאָתָֽהּ׃ . בִּשְׁנַ֥ת הַיּוֹבֵ֖ל הַזֹּ֑את תָּשֻׁ֕בוּ אִ֖ישׁ אֶל־אֲחֻזָּתֽוֹ
Wayqrà 25, 8-13: Conterai per te sette settimane d’anni, sette volte sette anni, così che siano per te le sette settimane d’anni quarantanove anni. Farai suonare shofar di strepito nel settimo mese al dieci del mese: nel giorno di Kippur farete suonare lo Shofar per tutto il vostro paese. E santificherete il cinquantesimo anno proclamando libertà nel paese per tutti i suoi abitanti: esso sarà per voi lo Yovèl. Ciascuno tornerà alla sua proprietà ancestrale e (i servi) alla propria famiglia. Esso sarà lo Yovèl, il cinquantesimo anno sarà per voi. Non seminerete, non raccoglierete le sue erbe spontanee, né vendemmierete le sue vigne. Dal momento che si tratta dello Yovèl, qòdesh sarà per voi. Dal campo mangerete il suo prodotto (spontaneo, in modo informale). In questo anno di Yovèl ciascuno tornerà alla sua proprietà ancestrale.
Al termine del settimo anno sabbatico la Parashat Behar Sinay prescrive di proclamare un’ulteriore annata dotata di una qedushah particolare: lo Yovèl. La Torah ci ha già abituato a ragionare in termini simili: la scorsa settimana la Torah ci ha parlato di un’altra occorrenza del numero 49, a proposito del conteggio del ’Omer. In quel caso si enumerano giornate e settimane e il cinquantesimo giorno cade la festa di Shavu’ot, anniversario del Dono della Torah sul Monte Sinay. Un approccio particolare ci offre Shadal nel suo Commento alla Torah. Egli sostiene che lo Yovèl sta all’anno sabbatico come i Mo’adim annuali stanno allo Shabbat. L’anno sabbatico rappresenta per la terra d’Israele ciò che lo Shabbat settimanale significa per l’ebreo. Come in aggiunta agli Shabbatot – scrive – il S.B. ci ha dato le feste annuali, così Egli ha dato alla terra lo Yovèl in aggiunta agli anni sabbatici. La proporzione numerica è analoga. Nel corso dell’anno abbiamo fra i 49 e i 56 Shabbatot, mentre la Torah prescrive sette Yamim Tovim: Rosh ha-Shanah, Yom Kippur, il primo giorno di Sukkot, Sheminì ‘Atzeret, il primo e il settimo giorno di Pessach, Shavu’ot. Il rapporto di 1 a 7 o 1 a 8 richiama lo Yovèl rispetto agli anni sabbatici.
Il Maharal di Praga argomenta a sua volta che il numero sette rappresenta la qedushah nella natura, mentre ciò che lo sorpassa richiama la qedushah sovrannaturale. Aggiungiamo noi che la qedushah nella natura comporta essenzialmente ciò che i cabalisti chiamano un “risveglio dall’Alto”, cioè l’iniziativa Divina, mentre la qedushah sovrannaturale esige un “risveglio dal basso”, l’iniziativa dell’uomo. Si pensi al Berit Milah, in cui “si dà preferenza all’opera dell’uomo” che “corregge” la natura del nuovo nato nell’ottavo giorno di vita. Lo Shabbat, ricordo della Creazione del mondo da parte di D., è da Lui stabilito irrevocabilmente ogni settimo giorno, mentre la data dei Moa’dim è fissata dal Sinedrio, in relazione al fatto che le feste commemorano grandi eventi della nostra storia nazionale di cui noi uomini siamo stati protagonisti. Anche lo Yovèl “completa” l’anno sabbatico: se infatti il “settimo anno” è caratterizzato prevalentemente da divieti e astensioni (i lavori agricoli, la rinuncia alla riscossione dei debiti) a somiglianza dello Shabbat settimanale, l’osservanza dello Yovèl richiede accanto a questi anche l’iniziativa umana, come vedremo.
“Conterai per te”, al singolare. A proposito del Conteggio del ’Omer la Torah si esprimeva invece al plurale: “conterete per voi”. I nostri Maestri spiegano che mentre la Sefirat ha-’Omer è una Mitzwah per ogni singolo individuo, il conto degli anni sabbatici in vista dello Yovèl è solo un obbligo del Sinedrio a sua volta. Spiega Shimshon R. Hirsch che ogni anno fra Pessach e Shavu’ot tocca a ciascuno di noi singolarmente intervenire su noi stessi affinché diventiamo moralmente degni di ricevere la Torah. Lo Yovèl è invece rivolto al popolo nel suo insieme. Spetta ora alla nazione raggiungere quel “senso di libertà politica interna che la rende atta e meritevole della rinascita civile” simboleggiata proprio dallo Yovèl.
“Farai suonare Shofar di strepito”. Tre azioni caratterizzano lo Yovèl in modo irrinunciabile, sentenzia il Talmud: la liberazione di tutti i servi (ebrei: shillùach ‘avadim), la restituzione dei terreni (shemittat qarqa’ot) e il suono dello Shofar (teqi’at Shofar; Rosh ha-Shanah 9b; Maimonide, Hilkhot Shemittah we-Yovèl 10, 13). Spiega il Sefer ha-Chinnukh (Prec. n. 331) che “il suono dello Shofar ha il potere di destare il cuore dell’uomo, che si tratti di pace o di guerra”. Lo Yovèl comporta una serie di impegni che possono risultare molto gravosi ai singoli chiamati al loro adempimento. Non è facile, come vedremo, separarsi dal proprio servo (o dal proprio padrone) o da un terreno d’acquisto dopo molti anni! C’è dunque bisogno di un richiamo forte a distesa: “non c’è migliore incoraggiamento al cuore degli uomini che l’azione di massa (ma’asseh rabbim)”. Al suono dello Shofar è obbiettivamente arduo resistere!
בְּאֶחָד בְּתִשְׁרֵי רֹאשׁ הַשָּׁנָה לַשָּׁנִים וְלַשְּׁמִטִּין וְלַיּוֹבְלוֹת
Mishnah Rosh ha-Shanah 1, 1: Il 1° Tishrì è Rosh ha-Shanah per quanto riguarda gli anni sabbatici e lo Yovèl.
Se dunque lo Yovèl comincia il giorno di Rosh ha-Shanah, perché attendere Yom Kippur per suonare lo Shofar? Si può argomentare che essendo Rosh ha-Shanah di ogni anno già contrassegnato dalla Mitzwah dello Shofar, è logico dedicare alle suonate speciali dello Yovèl il giorno di Kippur. In effetti, la halakhah prevede che una volta ogni 50 anni il Mussaf di Yom Kippur contenesse nove Berakhot e che si suonasse lo Shofar nel corso della sua recitazione come avviene ogni anno a Rosh ha-Shanah. Per Shimshon R. Hirsch, invece, il senso dello Yovèl si lega a Yom Kippur in quanto tale. Yom Kippur di ogni anno è il giorno della rinascita morale dell’individuo ed è pertanto logico che lo Yovèl, anno della rinascita sociale dell’intera nazione, prenda l’avvio a Yom Kippur. In realtà non è diverso dai Dieci Giorni Penitenziali annuali: come Rosh ha-Shanah è già giorno di giudizio, anche il cinquantesimo anno reca la libertà fin dall’inizio, sebbene il dono della completa liberazione decorra solo a partire da Yom Kippur. Spiega infatti il Talmud che “da Rosh ha-Shanah a Yom Kippur i servi rimanevano a casa dei loro padroni ma non erano più asserviti, bensì mangiavano e bevevano felici…, mentre dacché giungeva Yom Kippur e si suonava lo Shofar i servi potevano finalmente rincasare e i campi tornare ai loro primitivi proprietari” (Rosh ha-Shanah 8b; cfr. Maimonide, loc. cit. 10, 14). Possiamo provare a dare a questo punto una terza spiegazione. Spiega il Gaon di Vilna che Yom Kippur è chiamato nella Torah Shabbat Shabbaton (Wayqrà 16, 31), perché rappresenta idealmente il “settimo giorno” festivo fra i sette Mo’adim annuali. A differenza degli altri sei in cui è permesso trasportare oggetti e adoperare il fuoco, durante Yom Kippur ciò è proibito come di Shabbat. Se lo Yovèl sta ai sette anni sabbatici precedenti come i Moadim stanno agli Shabbatot annuali, risulterà a questo punto chiara la stretta relazione esistente fra lo Yovèl, quintessenza di tutte le annualità e Yom Kippur, quintessenza di tutte le festività.
אֵין ״דְּרוֹר״ אֶלָּא לְשׁוֹן חֵירוּת. אָמַר רַבִּי יְהוּדָה: מָה לְשׁוֹן דְּרוֹר — כִּמְדַיַּיר בֵּי דַיָּירָא, וּמוֹבִיל סְחוֹרָה בְּכׇל מְדִינָה
Rosh ha-Shanah 9b: La parola deròr significa “libertà”. Dice R. Yehudah: deròr deriva dal verbo dur (“abitare”): come colui che è libero di abitare dove vuole e di commerciare in qualsiasi paese.
“E santificherete il cinquantesimo anno proclamando libertà nel paese per tutti i suoi abitanti”. Per designare la liberazione dei servi la Torah adopera la parola deròr che altrove indica la rondine, uccello libero per eccellenza (Tehillim 84, 4). Ridare la libertà a esseri umani non è dunque diverso che liberare uccelli dopo averli tenuti a lungo in cattività. “L’uccellino canta – argomenta Ibn ‘Ezrà – solo quando è libero, mentre se è tenuto in prigionia dall’uomo, non mangia e muore”. A sua volta l’essere umano può tollerare un certo grado di asservimento temporaneo, ma alla fine deve riguadagnare la propria completa libertà se intende sopravvivere.
“Esso sarà lo Yovèl”. Secondo Rashì e Ibn ‘Ezrà Yovèl designa il “corno” o il “capro” da cui il corno è tratto, come lo yovèl che suonò al Dono della Torah il “cinquantesimo giorno” (Shemot 19, 13; Rosh ha-Shanah 26a). Per Nachmanide non conta il suono in sé, bensì il suo significato: la liberazione dei servi e la restituzione dei terreni. Shimshon R. Hirsch, invece, spiega la parola in connessione con yevùl (“prodotto agricolo”) e con un verbo che significa “portare”: Yovèl, participio presente, designerebbe pertanto il “portatore: colui che riporta uomini e possedimenti al loro posto e nell’ordine al quale devono appartenere”.
“Non seminerete”. Sforno spiega perché nello Yovèl continuassero a essere in vigore i divieti agricoli dell’anno sabbatico. “Come la terra è tornata libera dai suoi acquirenti in quest’anno, così non potrà essere lavorata neppure dai suoi primitivi proprietari che ora ne rientrano in possesso. Non potranno per il momento trattarla da padroni”. Se l’istituzione dello Yovèl ha lo scopo di negare l’idea dell’accumulo perpetuo, la terra che ritorna ai primitivi proprietari non può essere da essi adoperata a proprio vantaggio nell’anno dello Yovèl. Anch’essi devono adeguarsi al divieto di semina e raccolto in questo periodo.
Quali terreni sono vincolati alla regola della restituzione nello Yovèl? La Torah proibisce che il suolo per il quale si è lottato nella conquista della Terra di Canaan e poi suddiviso fra le tribù, le varie famiglie e i singoli individui (chiamato nella Torah sedeh achuzzah, “proprietà fondiaria ancestrale”) possa essere ceduto ad altri in proprietà perpetua, che si tratti di vendita o donazione. Allo Yovèl il terreno suddetto torna d’ufficio al venditore anche se nel contratto fosse stata prevista un’alienazione definitiva. È permanente solo ciò che si è ottenuto in eredità. Lo spirito della norma è limitare al massimo la facoltà di alienazione di questi terreni, in pratica solo in caso di grave stato di indigenza (Sifrà, Behar, 5). In pratica la compravendita di terreni diviene di fatto un contratto d’affitto fino al prossimo Yovèl, soggetto a una cifra variabile a seconda del numero d’anni ancora mancante per i quali l’acquirente ottiene la disponibilità del suolo. La Torah stabilisce inoltre che il primitivo proprietario può riscattare il terreno venduto senza attendere lo Yovèl, una volta che risarcisce l’acquirente per il periodo mancante allo Yovèl, alla sola condizione che siano trascorsi almeno due anni dalla vendita (Wayqrà 25, 16 e Rashì): occorre garantire all’acquirente che goda del prodotto del suo lavoro dopo aver cominciato a seminare il terreno da lui appena acquistato.
La facoltà del riscatto vale in modo ancor più facilitante per le case site in luoghi non cinti da mura (battè ha-chatzerim), che possono essere riacquistate immediatamente (Wayqrà 25, 31 e Rashì): si parte dal presupposto che facciano parte della campagna. Viceversa per le abitazioni costruite in città murate dai tempi di Yehoshua’ (battè ‘arè chomah) è dato al venditore il tempo massimo di dodici mesi per riscattarle e rientrarne in proprietà in caso di ripensamento. Una volta trascorso questo tempo senza essere riscattate, restano in proprietà perpetua dell’acquirente e neanche lo Yovèl ne consente la restituzione (vv. 29-30). Si può argomentare che chi ha atteso un anno per richiedere il riscatto abbia nel frattempo trovato una sistemazione alternativa (Nachmanide, Chezqunì). Va anche considerato che “la Torah ha previsto la possibilità di riscatto di un campo dal quale può dipendere il sostentamento economico della persona. Diverso è il caso di una casa di città cui si presume che il proprietario possa aver deciso di rinunciare per trasferirsi nella sua proprietà di campagna. Trascorso un anno va anche garantito all’acquirente della casa il diritto di abbellirla a suo piacimento: cosa che non farebbe se sapesse che il vecchio proprietario può riscattarla in qualsiasi momento” (Shadal). Secondo il Meshekh Chokhmah si faceva in modo che le città fortificate rimanessero ai loro nuovi padroni per ragioni strategiche: un’eccessiva alternanza di popolazione le avrebbe rese militarmente più vulnerabili. Infine le proprietà dei Leviti nelle 48 città loro assegnate possono essere da loro riscattate in qualsiasi momento se vendute e ritornano di loro proprietà al Yovèl (vv. 32-34).
“Per tutti i suoi abitanti”. I nostri Maestri imparano da questa implicazione che l’istituzione dello Yovèl è operativa solo se tutte le dodici tribù sono rappresentate nel rispettivo territorio in Eretz Israel. “Dopo l’esilio anche solo di una parte delle tribù, o se le tribù si trovano mescolate nel paese, l’importanza dello Yovèl viene meno” (Shimshon R. Hirsch). Secondo un’affermazione del Talmud lo Yovèl non sarebbe più stato osservato da quando gli Assiri hanno esiliato le tribù della Transgiordania (‘Arakhin 32b; Maimonide, Hilkhot Shemittah we-Yovèl 10, 8). Da allora è rimasto in vigore per disposizione rabbinica soltanto l’anno sabbatico negli anni divisibili per sette affinché non venisse dimenticato, senza invece considerare affatto il cinquantesimo anno. Si è infatti ritenuto eccessivamente gravoso imporre l’astensione dai lavori agricoli in Eretz Israel per due anni consecutivi: la promessa che la terra avrebbe prodotto per tre annate di seguito (Wayqrà 25, 21) era infatti garantita solo allorché lo Yovèl sarebbe stato un obbligo biblico. Quanto al computo del cinquantennio già nel Talmud (Rosh ha-Shanah 9a) si discuteva se lo Yovèl fosse un anno a parte, come pensa la maggioranza dei Maestri, o coincidesse con il primo anno del nuovo settennio (R. Yehudah). Nel primo caso “saltare” lo Yovèl avrebbe scompaginato i calcoli. Tuttavia, benché la halakhah non sia definita su questo punto in modo univoco, anche i Decisori medioevali che considerano lo Yovèl un anno indipendente da tutti gli altri come Maimonide (10, 7), riterrebbero che ciò non sia più rilevante attualmente, in conformità con l’opinione anteriore dei Gheonim (Maimonide, 10, 5; cfr. Encyclopaedia Talmudica, vol. XXII, col. 121).
גָּלוּת בָּאָה לָעוֹלָם עַל … הַשְׁמָטַת הָאָרֶץ
Avot 5, 9: L’esilio colpisce il mondo… per l’anno sabbatico (non osservato).
Il Sefer ha-Chinnukh (Prec. n. 330) spiega che attraverso i precetti dell’anno sabbatico e dello Yovèl “il S.B. ha inteso render noto al Suo popolo che tutto Gli appartiene e che alla fine ogni cosa fa ritorno a colui cui Egli intendeva che appartenesse inizialmente, perché tutta la terra appartiene a Lui (cfr. Shemot 19, 5; Wayqrà 25, 23). Attraverso il conteggio dei 49 anni avrebbero preso le distanze dal furto e persino dal desiderio dei terreni altrui, sapendo che in definitiva tutto torna a colui che D. aveva destinato come primitivo proprietario”. Commentando le parole deròr e yovèl, a sua volta R. Bachyè scrive che la prima è connessa con dor (“generazione”) perché lo Yovèl, grazie alla restituzione della terra, rappresenta il ritorno alle radici delle generazioni, immaginate alla stregua di un torrente che scorre conforme al versetto:
וְעַל־יוּבַל֙ יְשַׁלַּ֣ח שׇׁרָשָׁ֔יו
Yirmeyahu 17, 8: (Colui che confida in D.) estenderà le sue radici presso la corrente (yuvàl). Il Meshekh Chokhmah, infine, commenta che “solo nella misura in cui la terra appartiene a voi essa è anche Mia”, ma “se il popolo ebraico non risiede nella sua terra anche la Shekhinah va in esilio con loro”. L’esilio non è solo una punizione della mancata osservanza delle norme sulla terra, ma ne è anche la causa: dal momento che la Presenza Divina è esiliata con noi, ecco che lo Yovèl non ha più luogo. Ora che siamo tornati in possesso di Eretz Israel, forse è il caso di ristudiare e riscoprire queste halakhot dimenticate.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
