וְנֶ֣פֶשׁ כִּֽי־תֶחֱטָ֗א וְשָֽׁמְעָה֙ ק֣וֹל אָלָ֔ה וְה֣וּא עֵ֔ד א֥וֹ רָאָ֖ה א֣וֹ יָדָ֑ע אִם־ל֥וֹא יַגִּ֖יד וְנָשָׂ֥א עֲוֺנֽוֹ׃ … וְהֵבִ֣יא אֶת־אֲשָׁמ֣וֹ לַה
Wayqrà 5, 1 segg.: Se una persona pecca, avendo udito una voce che gli ingiungeva di giurare ed egli è stato effettivamente testimone, che abbia visto o saputo, se non riferisce porterà le conseguenze della sua colpa… recherà il suo sacrificio espiatorio a H.
È questa la prima di tre trasgressioni per le quali la Torah richiede di portare un sacrificio espiatorio di entità variabile secondo lo status economico del peccatore offerente (qorban ‘oleh we-yored): i più ricchi avrebbero recato un ovino o caprino femmina, i poveri una coppia di tortore o colombi e i poverissimi si sarebbero potuti limitare a un’offerta farinacea.
Si tratta di qualcuno che ha assistito a una transazione d’affari fra due persone: vede A prendere denaro in prestito da B e successivamente viene invitato da uno dei contraenti con una formula di scongiuro a testimoniare a suo favore in una causa fra i due. Ma nel Bet Din egli nega di aver assistito al fatto (cfr. Maimonide, Hilkhot Shevu’ot 9, 1-2). Se in un secondo momento ammette di avere mentito, deve recare il sacrificio. Egli è doppiamente colpevole. Anzitutto ha impedito che venisse ristabilito il giusto fra le due parti, provocando un danno economico a quella che aveva ragione. È anche possibile che per causa sua il Bet Din stesso sbagli a formulare la propria sentenza, nel qual caso egli avrà commesso ‘iwwut ha-din (“distorsione del giudizio”). Certamente costui non aveva la coscienza pulita, altrimenti non avrebbe potuto tollerare che il suo amico patisse un’ingiustizia. Si sa, “una trasgressione ne trascina con sé un’altra”: in secondo luogo, ha contravvenuto giurando il falso in tribunale.
כִּ֚י בְּיָ֣הּ יְהֹוָ֔ה צ֖וּר עוֹלָמִֽים
Yesha’yahu 26, 4: Poiché con il nome Y-H H. ha creato i mondi.
Il Midrash (Tanchumà, Wayqrà, 7) commenta che D. non ha adoperato il Tetragramma per intero nella creazione del mondo, ma solo le prime due lettere, per insegnarci a non pronunciarlo invano, in particolare nei giuramenti. La persona non deve adoperare il Nome Ineffabile neppure allorché giura il vero, se tale giuramento è inutile; tanto peggio se giura il falso.
וְקָרַבְתִּ֣י אֲלֵיכֶם֮ לַמִּשְׁפָּט֒ וְהָיִ֣יתִי ׀ עֵ֣ד מְמַהֵ֗ר בַּֽמְכַשְּׁפִים֙ וּבַמְנָ֣אֲפִ֔ים וּבַנִּשְׁבָּעִ֖ים לַשָּׁ֑קֶר
Mal’akhi 3, 5: Mi accosterò a voi per giudicarvi e sarò testimone veloce contro gli stregoni, gli adulteri e coloro che giurano il falso…
Non potete adoperare la stessa bocca che Io vi ho dato per tessere le Mie lodi se si tratta di bestemmiare e giurare il falso! A questo si riferisce l’intensa immagine del Profeta:
וְהָרְשָׁעִ֖ים כַּיָּ֣ם נִגְרָ֑שׁ כִּ֤י הַשְׁקֵט֙ לֹ֣א יוּכָ֔ל וַיִּגְרְשׁ֥וּ מֵימָ֖יו רֶ֥פֶשׁ וָטִֽיט
Yesha’yahu 57, 20: E i malvagi sono come un mare tempestoso che non può calmarsi e le cui acque rigettano (a riva) mota e fango.
Una dopo l’altra le sue onde sono impetuose e superbe finché non si frangono miseramente a riva, commenta R. Bachyè: la successiva non impara dalla precedente e continua a commettere lo stesso errore. Dicasi lo stesso dei malvagi, privi di qualsiasi requie!
Ma alla base di questo comportamento disdicevole possono esserci anche altre motivazioni: il disinteresse per la giustizia, per esempio. È quanto esprime la Mishnah:
וְשֶׁמָּא תֹאמְרוּ מַה לָּנוּ וְלַצָּרָה הַזֹּאת, וַהֲלֹא כְבָר נֶאֱמַר (ויקרא ה) וְהוּא עֵד אוֹ רָאָה אוֹ יָדָע אִם לוֹא יַגִּיד וְגוֹ’
Sanhedrin 4, 5: Badate di non dire: “che cosa ce ne importa di questo impiccio?” Per questo è già scritto: “essendo testimone, che abbia visto o saputo, se non riferisce, porterà le conseguenze della sua colpa”.
Quando l’interessato udiva l’appello del suo amico: “ti scongiuro di venire a testimoniare a mio favore”, la reazione naturale avrebbe potuto essere di prendere alla leggera l’impegno, dicendo fra sé e sé: “Perché mai dovrebbe importarmi di lasciarmi coinvolgere in una disputa che non mi riguarda e prestare questa testimonianza? Perché mai dovrei danneggiare il rivale del mio amico e farmi un nemico? E poi: se non vado, chi mai se ne accorgerà?” La Torah risponde a questi dubbi a chiare lettere: “se non riferisce porterà le conseguenze della sua colpa”. D. se ne accorge! La realtà che si vuole qui affermare è che la giustizia deve fare il suo corso per mano degli uomini e se ciò non accade interviene il D. di Giustizia con i propri metodi e le proprie conoscenze…
Ma il discorso è assai più complesso. È scritto infatti:
מַחֲזִ֥יק בְּאׇזְנֵי־כָ֑לֶב עֹבֵ֥ר מִ֝תְעַבֵּ֗ר עַל־רִ֥יב לֹּא־לֽוֹ׃
Mishlè 26, 17: È come chi afferra un cane per le orecchie colui che si impiccia di una contesa che non lo riguarda.
Il versetto ci ammonisce che come chi aizza un cane ne pagherà le conseguenze così chi si intromette in una lite fra altri finirà per attirare su sé stesso l’ostilità dei litiganti. Come conciliare gli opposti? Un conto è assumere un’iniziativa personale. Se di principio è moralmente giusto immischiarsi in una disputa per salvare colui che è vittima di un sopruso, tuttavia prima di impegnarsi in qualsiasi modo si devono valutare attentamente le conseguenze del proprio intervento interrogandoci sulla sua effettiva efficacia e utilità. Altro conto è rispondere a un appello preciso: qui non è dato sottrarsi.
È importante notare che la sanzione è comminata solo se il colpevole ricusa la propria testimonianza nel Bet Din, ma non se il diniego avviene in forma confidenziale (Mishnah Shevu’ot 4, 1). I Maestri mettono questa limitazione in relazione con il fatto che la negazione “lo” nell’espressione im lo yagghid (“se non riferisce”) è scritta con la waw, fatto inusitato. La waw ha il valore numerico 6 e ci rammenta che è richiesta la presenza di 6 persone: il testimone, le due parti e i tre giudici. Secondo un’altra interpretazione il numero 6 allude ai Sei Giorni della Creazione: “ci rammenta che chi ricusa la testimonianza a favore del suo amico va considerato alla stessa stregua di colui che rinnega il fatto che il S.B. ha creato il mondo in sei giorni” (R. Bachyè). Non sarà un caso che qui la punizione consiste in un sacrificio alla Divinità e non in un risarcimento all’uomo. Un commentatore contemporaneo osserva che il nostro caso si colloca al limite fra coscienza e incoscienza. La Torah ci invita a renderci conto che esistono responsabilità morali anche dietro scelte e atteggiamenti assunti dal soggetto con sé stesso, persino in buona fede, ma con leggerezza. Il Talmud (Pessachim 113b) afferma che “vi sono tre figure di trasgressori che il S.B. detesta: l’ipocrita che non dice ciò che pensa, chi nega al prossimo il favore di una testimonianza e chi viceversa testimonia da solo contro un’altra persona”. In quest’ultimo caso, non avendo le sue parole alcun valore legale, si configurano come pura e semplice maldicenza. Insomma occorre sapere quando si deve aprire la bocca e quando è meglio tenerla chiusa.
Forse è questo il motivo per cui il nostro è forse l’unico caso in cui una trasgressione commessa be-mezid (“di proposito”) anziché be-shoghèg (“per dimenticanza”) viene espiata attraverso un sacrificio. Spiega Shadal in generale che il sacrificio si adatta a chi ha trasgredito per errore e intende così darsi la sensazione di aver recuperato il favore della Divinità, per non sentirsi reietto al punto di dire: “Chi mai mi salverà da un D. tanto duro?” e giungere al punto di considerare la Teshuvah impossibile. Al contrario chi pecca di proposito non può portare un sacrificio, affinché non gli sia data la sensazione che D. perdona le colpe solo una volta che Gli sia stato offerto un dono corruttivo. Nel nostro caso persino se il colpevole fosse stato memore dell’appello precedentemente udito nel momento in cui lo ha poi negato, lo consideriamo come se nel frattempo se ne fosse dimenticato.
Per la stessa ragione in questo caso l’entità del sacrificio da portare non è uguale per tutti, ma varia a seconda dello status economico del trasgressore e ai poveri è richiesto un impegno inferiore. La Torah prende in considerazione il fatto che si tratta di una trasgressione assai comune. Si tende a prenderla alla leggera, pensando che essa non appartenga alla categoria del furto. Pertanto la Torah non ha inteso gravare eccessivamente sul portafogli dei meno abbienti (Sefer ha-Chinnukh, Prec. 121). Quali sono le altre due trasgressioni per le quali è richiesto lo stesso tipo di sacrificio? Una è simile a questa: chi ha giurato il falso in modo non intenzionale, senza aver adeguatamente investigato la materia prima di dare la sua parola. Comportamento assai comune anch’esso, ancorché grave.
Della terza è più difficile cogliere il nesso con le precedenti: porta il medesimo sacrificio anche chi inavvertitamente è entrato nel Bet ha-Miqdash in stato di impurità. Cosa c’entra con i giuramenti? Esiste un legame stretto fra ‘Avodah e giustizia: il Sanhedrin si riuniva in una sala attigua “all’Altare” (Rashì a Shemot 21, 1). Colui che prende alla leggera le procedure della giustizia finirà per non considerare in modo adeguato la Qedushah del Bet ha-Miqdash. Ma dal momento che le regole di purità e impurità sono troppo complesse per i più e anche questa trasgressione doveva ricorrere frequentemente, la Torah non ha richiesto al povero un bordone eccessivo. Per la Torah l’esercizio della giustizia è un atto sacro.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
