Shemot 21, 18-19: E qualora due uomini si azzuffino e uno colpisca l’altro con una pietra o con un pugno senza che la vittima muoia ma venga allettata, se si rialza e cammina fuori casa sia pure appoggiandosi al suo bastone l’aggressore sarà scagionato: si limiterà a risarcirlo per l’assenza dal lavoro e gli pagherà le spese mediche.
Mishnah Bavà Qammà 8, 1: Chi procura lesioni (non vitali) al prossimo deve risarcirlo su cinque voci: il quoziente di inabilità, il dolore fisico, le spese mediche, l’assenza o rinuncia al lavoro e il danno morale.
Come è noto, la Halakhah rifiuta l’interpretazione letterale della legge del taglione e la sostituisce con un risarcimento in denaro. Tre dei capi di risarcimento si imparano dai nostri versetti: il quoziente di inabilità, cioè la diminuzione di valore che la vittima ha subito nel caso che fosse venduta come schiava al mercato (nezeq), l’assenza o rinuncia al lavoro e ai guadagni che avrebbe comportato per il tempo della degenza (shevet, dalla radice yashav = sedersi, stare inerte, o meglio shavat = cessare, astenersi dal lavoro) e infine le spese mediche (rippuy). I commentatori osservano che l’ultima parte del versetto implica l’obbligo di farsi curare: la vittima, infatti, non ha diritto a rinunciarvi. Dal canto suo l’aggressore pagherà il medico direttamente proprio per il rischio che la vittima si faccia dare i soldi e li spenda altrimenti (R. Bachyè, Abrabanel).
Il discorso vale solo per lesioni procurate dall’uomo, come afferma la lettera del testo, o per tutte le malattie in generale? Ibn ‘Ezrà e R. Bachyè sono del primo avviso: essi partono dal presupposto che se i malanni sono mandati da D. non abbiamo il diritto di interferire con le vie del Creatore. La maggior parte degli esegeti, tuttavia, dissente da questa visione restrittiva e ritiene che il ricorso alle cure mediche sia allo stesso tempo un diritto e un obbligo in ogni caso (Bavà Qammà 85a e Tossafot ad loc.). Se la pratica medica dovesse essere evitata per questa ragione – argomenta Maimonide – con la stessa logica dovremmo interamente affidarci a D. anche per procurarci il nutrimento giornaliero rinunciando a lavorare. È vero altresì che come si richiede alla persona di ringraziare D. per il pasto, così Lo dovrà ringraziare anche per le medicine (comm. Mishnah Pessachim 4, 9). Certo, la guarigione vera dipende da D. e pertanto “l’uomo deve costantemente pregare di non ammalarsi, perché se ciò dovesse succedere, gli viene chiesto di acquisire dei meriti per poter guarire” (Shabbat 32a). Tuttavia D. mette a disposizione del medico i mezzi terreni per curare (Shulchan ‘Arukh, Yoreh De’ah 336 e Turè Zahav ad loc.). “Un saggio non deve vivere in un luogo dove non ci sia un medico” (Sanhedrin 17b): “Oggi non ci si basa sui miracoli, ma si deve chiamare il dottore e seguirne le prescrizioni secondo l’ordine naturale delle cose” (Chidà di Livorno).
I nostri Maestri hanno aggiunto per il caso di lesioni altri due capi di risarcimento: il dolore fisico (tza’ar), calcolando quanto un individuo potrebbe richiedere per essere sottoposto alla stessa menomazione rinunciando all’anestesia e il danno morale (boshet = vergogna), ovvero il risarcimento della diminuzione di prestigio sociale cui la vittima incorre nell’apparire in pubblico con la menomazione patita. Dei vari risarcimenti boshet è l’unico a variare in funzione del censo dell’aggressore e della vittima. Shadal nota che tali due voci non vengono prese in considerazione nelle Leggi delle XII Tavole con la motivazione che comportano una valutazione soggettiva (aestimatio corporis) difficile da calcolare con esattezza e invoca questa evidenza per contraddire coloro che ritengono che il diritto rabbinico sia una filiazione del diritto romano. D’altronde l’attenzione al censo è ben documentata in altri codici dell’antichità (Hammurabi) che ne fanno uno dei criteri fondamentali per determinare l’entità dei risarcimenti. La Torah è dunque profondamente innovativa sia sotto il profilo medico che sotto quello sociale: tutti gli uomini, senza riguardo per la rispettiva condizione, sono uguali di fronte alla legge e il dolore fisico costituisce un elemento negativo in sé stesso, da stornare.
Nelle parole del Gran Rabbino d’Inghilterra Lord Immanuel Jakobovitz, autore di una documentata esposizione dell’etica medica ebraica, “non vi è traccia alcuna nel diritto rabbinico della concezione cristiana in cui il pathos è divenuto ethos e la sofferenza un segno da amare, dalla quale non si deve rifuggire, ma che anzi si deve ricercare” (Jewish Medical Ethics, ed. ebr., Gerusalemme, 1966, p. 129). Totalmente sconosciute all’Ebraismo sono, per esempio, le opposizioni alla somministrazione di anestetici contro i dolori che possono accompagnare la partoriente: il versetto “partorirai figli con dolore” (Bereshit 3,16) non ha nella tradizione ebraica alcuna valenza normativa. Nel libro di Bereshit troviamo la testimonianza di quella che possiamo a buon diritto considerare la prima anestesia della storia: “H. E. fece cadere del sonno sull’uomo che si addormentò e poi gli prese una delle costole e richiuse la carne al suo posto” (Bereshit 2,21). Come osserva esplicitamente il commentatore e medico ‘Obadyah Sforno (ca. 1470-1550) il sonno fu procurato ad Adam “perché non accusasse timore né dolore” (comm. a Bereshit 2,21) durante l’intervento che avrebbe permesso la creazione di Chawwah, la prima donna. Sforno attribuisce all’iniziativa Divina le due finalità con cui sarebbe stata concepita la moderna anestesiologia: alleviare la sofferenza psicologica e quella fisica del paziente.
E se per curare una malattia si deve ricorrere a terapie dolorose? Commentando i nostri versetti R. Bachyè scrive che le cure offerte dall’uomo presentano fra altre questa differenza rispetto a quelle fornite da D.: solo queste ultime sono per definizione indolori. Le cure della medicina umana possono comportare una certa soglia dolorosa. Se tuttavia sono efficaci nel trattare mali peggiori, ci fa capire il commento, dobbiamo essere pronti a sopportare inconvenienti passeggeri a fronte dei benefici che presumibilmente e sperabilmente questi trattamenti ci procureranno.
Che il S.B. rechi una guarigione indolore a tutti coloro che soffrono!
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
