“Se camminerete secondo i Miei statuti, osservate i Miei comandamenti, e li mettete in pratica, vi darò le piogge a suo tempo, la terra produrrà il suo frutto e gli alberi daranno i loro frutti” (Levitico 26:3-4) L’apertura del secondo brano della Torah che leggeremo domani, (le sezioni di Behar Siany e Bechuqotay quest’anno si leggono unite) rappresenta la struttura di un’alleanza che trova una eco nel suo inverso, nella tokhacha/rimprovero, cioè nella parte dello stesso brano in cui sono dati gli avvertimenti per le conseguenze che si manifestano quando la nazione si allontana da Dio.
Queste benedizioni e questi rimproveri, hanno una portata prevalentemente nazionale e descrivono ciò che accade al popolo d’Israele, collettivamente, quando siamo fedeli a Dio o quando non lo siamo.
Il concetto del destino collettivo del popolo ebraico, ci invita a considerare come la ricompensa e la punizione divine funzionino a livello nazionale rispetto a quello individuale.
Questo contrasto è accentuato nella Haftarah di questa settimana tratta dai capitoli 16-17 del libro del profeta Geremia. Da un lato, ci viene detto che “maledetto chi confida nell’umanità” (17:5) e dall’altro “beato chi confida in Dio” (17:7), il che indicherebbe una responsabilità spirituale individuale.
Tuttavia, la stessa profezia include anche un avvertimento nazionale: “La colpa di Giuda è incisa con uno stilo di ferro, con una punta di adamantio sulla tavola del loro cuore” (17:1).
Come possiamo conciliare i due elementi della provvidenza divina, individuale e collettivo?
Forse una spiegazione può essere ricavata dalla sorprendente affermazione del Talmud, e dai commentari rabbinici a riguardo: “non c’è ricompensa per le mitzwot in questo mondo” (Qiddushin 39b).
A prima vista, il detto rabbinico sembra contraddire il testo letterale di Bechuqotay dove benedizioni tangibili, come la prosperità agricola ,sembrano derivare direttamente dall’osservanza delle mitzwot.
Cosa avranno mai avuto in mente i nostri Saggi?
Nel suo commentario, Rabbi Shemuel Eidels (Maharsha, 1555-1631) risolve questo dilemma distinguendo tra i diversi tipi di ricompensa.
Il Maharsha chiarisce che l’affermazione del Talmud, secondo cui la ricompensa eterna e spirituale è riservata al Mondo a venire, si riferisce specificamente alla ricompensa individuale. D’altra parte, la prosperità materiale descritta in Bechuqotay riflette una ricompensa comunitaria; quando la nazione nel suo complesso vive secondo i valori della Torah, si riceve un’ulteriore benedizione sociale sotto forma di pioggia o abbondanza.
Le persone raccolgono i frutti di queste ricompense, ma la ricompensa personale risiede nello sviluppo spirituale della nostra – individuale -anima, in questa vita e nell’aldilà.
Questa distinzione ha profonde implicazioni.
Nei momenti di difficoltà personale, è naturale chiedersi: perché non vengo ricompensato per i miei sforzi?
La risposta della Torah, dolorosa ma incoraggiante, è che la rettitudine personale non sempre si traduce in un’immediata ricompensa materiale.
Ma quando agiamo in unità, come una nazione fedele alla Torah, sblocchiamo la benedizione divina nel nostro destino collettivo. La Parashah di Bechuqotay – e la sua Haftarah – ci invitano a guardare oltre noi stessi. La nostra vita spirituale non riguarda solo la crescita personale, ma anche la costruzione di una società degna della presenza di Dio. Le benedizioni della pioggia e della pace non sono ricompense per la “pietas” individuale, bensì manifestazioni di una sana relazione di alleanza tra Dio e il Suo popolo. Non smettiamo di operare in tal senso e sperare che si possa meritare di costruire una tale comunità, dove la nostra Torah sia studiata e vissuta, dove il nostro impegno condiviso in questo percorso, porti finalmente luce non solo nel Mondo a venire, ma anche in questo mondo, Shabbat Shalom
