Levi Shaikevitz
La festa di Sukkòt commemora le nuvole che circondavano il popolo ebraico durante la loro permanenza nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto[2]. In ricordo delle sei nuvole[3] – ai quattro lati, sopra e sotto – dimoriamo in strutture chiuse su sei lati: i quattro muri, il pavimento e lo sechàch come tetto. Nella Torà e nelle tefillòt il nome della festa è “Sukkòt” (plurale), mentre la berachà della mitzvà è al singolare: leshèv bassukkà – ‘risiedere nella sukkà’. Perché il nome della festa è al plurale, se la sukkà è una sola?
Per rispondere a questa domanda, poniamo prima altre quattro:
1. Usciti dall’Egitto, D-o ci diede manna, acqua e altri doni. Perché si ricordano in particolare le nuvole? (Vedi Ba”Ch simàn 625).
2. Per una sukkà kashèr bastano due pareti complete e una terza di un solo tefach (8 cm). Se le nuvole erano sei, perché ne bastano appena tre? (Vedi commentatori a Rashi, Bemidbàr 10,34).
3. Esiste una halachà secondo cui chi si sente a disagio (mitzta’èr) in sukkà ne è esente. Perché? Non accade con nessun’altra mitzvà! (Vedi Tosafòt, Sukkà 26a).
4. Nella Torà “Sukkòt” talvolta è scritto con la lettera vav (סֻּכּוֹת) e talvolta senza (סֻּכֹּת). Perché?
Per arrivare alla spiegazione, bisogna considerare due punti:
a. Con un’attenta lettura si nota che ogni volta che nella Torà “Sukkòt” è scritto con la vav, il contesto si riferisce alla festa in generale; quando invece la vav è omessa, si riferisce alla specifica mitzvà di risiedere in sukkà[4].
b. Il Talmùd (Sukkà 6a) afferma che con la vav il termine è plurale, riferito a più lati della sukkà; senza vav è singolare, riferito a un solo lato[5].
Passiamo ora alla spiegazione:
Tra le nuvole che circondavano gli ebrei, vi era una differenza tra quelle ai quattro lati e sotto, e quella del “tetto”: le prime, oltre a dare ombra, offrivano protezione dai nemici e dagli elementi pericolosi; quella del tetto invece dava soltanto ombra. Sukkòt commemora proprio l’ombra che D-o donò agli ebrei nel deserto.
Questo si riflette nella halachà secondo la quale, per essere valida, la sukkà deve essere costruita con il solo scopo di fornire ombra. Se invece viene eretta per garantire privacy, per essere usata come magazzino o per proteggersi dalla pioggia, non è valida. Inoltre, deve trovarsi direttamente sotto il cielo, in modo che sia lo sechàch a dare l’ombra e non un tetto o un albero. Infine, se lo sechàch è troppo fitto e impedisce alla pioggia di penetrare, non è valido, poiché non offre soltanto ombra ma anche protezione.
Per questo, quando il contesto è la festa, la Torà usa il plurale per indicare tutte e sei le pareti che davano ombra[6]; mentre nel contesto della mitzvà specifica usa il singolare, come riferimento a un unico lato dei sei – lo sechàch – per metterlo in risalto, essendo l’unico elemento che dava esclusivamente ombra[7]. Ciò si riflette anche nel fatto che, biblicamente, la kedushà risiede solo nello sechàch, non nelle pareti né nel pavimento (Vedi Bet Yosef e Ta”Z, inizio simàn 638).
Ma perché Sukkòt ricorda specificamente l’ombra e non la protezione? Le[8] altre feste – Pèsach, Chanukà, Purìm – ricordano come D-o abbia provveduto ai nostri bisogni essenziali, salvandoci dalla morte alla vita e dalla schiavitù alla libertà. Sukkòt invece non celebra una salvezza, ma il fatto che D-o abbia provveduto ben oltre il necessario, offrendo anche comfort: ombra e frescura.
Possiamo quindi rispondere alle domande:
1. Ricordiamo le nuvole perché rappresentano il comfort, non solo la protezione.
2. Bastano due muri e un terzo minimo perché è sufficiente ciò che serve a sostenere lo sechàch, protagonista della mitzvà.
3. Chi è a disagio in sukkà è esente perché lo scopo della mitzvà è ricordare l’agio; se genera disagio, si perde il senso.
4. Il plurale “Sukkòt” indica tutte e sei le nuvole della festa; il singolare della mitzvà evidenzia lo sechàch, simbolo puro dell’ombra e del comfort.
Il senso di Sukkòt è dunque questo: come un genitore premuroso, D-o non si limita a provvedere al minimo indispensabile per vivere, ma ci dona anche agio e comodità.
[1] Tratto da un approfondimento di Rav Mordechai Ashkenazi z”l, rav di Kfar Chabad, nel suo libro Sha’arei Tefillà uMinhàg vol. 2 cap. 59.
[2] Secondo una opinione; vedi Talmùd Sukkà 11b.
[3] In realtà vi era anche una settima nuvola, che precedeva gli ebrei nel loro cammino; essa aveva però lo scopo di spianare la strada, non di fornire ombra.
| ‘SUKKÒT’ CON LA VAV | ‘SUKKÒT’ SENZA LA VAV | |
| Parashà Emòr | בַּחֲמִשָּׁה עָשָׂר יוֹם לַחֹדֶשׁ הַשְּׁבִיעִי הַזֶּה חַג הַסֻּכּוֹת שִׁבְעַת יָמִים לַה’ Nel quindicesimo giorno di questo settimo mese [è la] festa di sukkòt, sette giorni per D-o | בַּסֻּכֹּת תֵּשְׁבוּ שִׁבְעַת יָמִים כָּל הָאֶזְרָח בְּיִשְׂרָאֵל יֵשְׁבוּ בַּסֻּכֹּת. Nelle sukkòt risiederete sette giorni |
| לְמַעַן יֵדְעוּ דֹרֹתֵיכֶם כִּי בַסֻּכּוֹת הוֹשַׁבְתִּי אֶת בְּנֵי יִשְׂרָאֵל בְּהוֹצִיאִי אוֹתָם מֵאֶרֶץ מִצְרָיִם Affinchè le vostre [future] generazioni sapranno che nelle sukkòt feci risiedere gli ebrei quando li feci uscire dall’Egitto | ||
| Parashà Reè | שָׁלוֹשׁ פְּעָמִים בַּשָּׁנָה יֵרָאֶה כָל זְכוּרְךָ אֶת פְּנֵי ה אֱ-לֹהֶיךָ בַּמָּקוֹם אֲשֶׁר יִבְחָר בְּחַג הַמַּצּוֹת וּבְחַג הַשָּׁבֻעוֹת וּבְחַג הַסֻּכּוֹת Tre volte all’anno si presenterà ogni tuo maschio al cospetto di D-o … e nella festa di sukkòt | חַג הַסֻּכֹּת תַּעֲשֶׂה לְךָ שִׁבְעַת יָמִים בְּאָסְפְּךָ מִגָּרְנְךָ וּמִיִּקְבֶךָ. La festa di sukkòt farai per te per sette giorni, quando [è il periodo in cui] raccoglierai [in casa il prodotto] dalla tua aia e dal tuo torchio. [Questo pasùk si riferisce alla mitzvà della sukkà stessa; da esso vengono infatti derivati i requisiti dello sechàch affinché sia kashèr] |
| Parashà Vayèlech | וַיְצַו מֹשֶׁה אוֹתָם לֵאמֹר מִקֵּץ שֶׁבַע שָׁנִים בְּמֹעֵד שְׁנַת הַשְּׁמִטָּה בְּחַג הַסֻּכּוֹת. Moshè ordinò loro: … durante la festa di sukkòt |
[5] Questo spiega anche il cambiamento tra sukkòt con o senza vav in un contesto completamente diverso – Bereshìt 33, 17. Vedi Sha’arei Tefillà uMinhàg ibid. nota 4.
[6] R. Moshe ibn Chaviv (XVII° sec) sostiene infatti che la vav, il cui valore numerico è 6, allude a tutte le pareti.
[7] Infatti le regole dello sechàch si derivano proprio da un pasùk dove sukkòt è scritto senza vav. Vedi nota 4.
[8] La spiegazione che segue è tratta da un approfondimento del Rebbe di Lubavitch in Likkutei Sichòt vol. 23 pag. 147.
