“...Quando un uomo o una donna commette qualsiasi offesa contro qualcuno, così facendo commette un peccato contro l’Eterno, e questa persona si rende colpevole; essa confesserà l’offesa commessa e farà piena restituzione del danno fatto, aggiungendovi un quinto e lo darà a colui che ha offeso” (Numeri 5:6-7). Questi versi, che leggeremo domani, trattano del caso di un uomo, o di una donna, che abbiano commesso un certo peccato. A loro viene richiesto di confessare la colpa e di restituire il capitale iniziale, aggiungendovi un quinto.
Secondo il significato letterale del testo, si tratterebbe di qualcuno a cui è stato affidato un oggetto e che, quando il proprietario è venuto a riprenderlo, ha falsamente negato, sotto giuramento, di averlo in suo possesso. Quando questo ladro desidererà pentirsi, dovrà confessare verbalmente la colpa, restituire l’oggetto rubato e indennizzare il proprietario con un ulteriore quinto del valore dell’oggetto.
Tuttavia, i nostri grandi Saggi hanno svelato diversi livelli di interpretazione, alcuni molto più profondi. Uno di questi, legge il versetto come un’allusione agli effetti del peccato e al potere del pentimento. La tradizione ci insegna che la Shekhinah, la Presenza Divina, aleggia sopra la testa di ognuno e lo Zohar, sulla base del versetto del Qohelet (Ecclesiaste 2:14) “hechakham enaw berosho/l’uomo saggio ha gli occhi nella sua testa”, insegna che anche se gli occhi di tutti sono nella testa, questo versetto sottolinea che la persona saggia è sempre consapevole della “sua testa”, cioè della Shekhinah che aleggia sopra di essa. I suoi occhi sono costantemente rivolti verso l’alto, verso Dio, poiché concentra la sua attenzione sul fatto di trovarsi alla presenza dell’Onnipotente e deve quindi agire in modo appropriato.
In effetti, questa è la ragione della consuetudine del “kissuy rosh” il coprirsi il capo: per rappresentare la consapevolezza che Dio è presente sopra di noi. Tuttavia, la Shekhinah è presente sopra di noi solo quando compiamo le mitzwoth ed evitiamo di fare il male.
Lo Zohar paragona l’essere umano a una candela, spiegando che la Shekhinah che aleggia sopra una persona, è come la fiamma che brucia sulla sommità della candela. Come la fiamma è alimentata dall’olio nella lampada, allo stesso modo la presenza della Shechinah è “sostenuta”, per così dire, attraverso le nostre mitzwoth. Per questo, il re Salomone, insegna nel Qohelet (Ecclesiste 9:8): “In ogni momento la tua veste sia bianca e non manchi mai l’olio sul tuo capo”. Il re Salomone ci esorta a mantenere la nostra “bianchezza”, la nostra purezza, in ogni momento, in modo da non far mancare mai dell'”olio”, del “combustibile” spirituale necessario per mantenere la presenza di Dio con noi. Quando pecchiamo, Dio non voglia, diminuiamo quell’olio, non siamo in grado di sostenere la Shechinah che così se ne va e noi rimaniamo soli e abbandonati.
Il processo di Teshuvah, il pentimento, ha l’effetto di riportare la Shechinah nelle nostre vite. Questo si riflette nella parola “Teshuvah”, che può essere letta come “Tashuv He” – “la He ritorna”. La lettera “He” dell’alfabeto ebraico è quella che rappresenta la Shekhinah e solo con un processo vero di pentimento per la nostra cattiva condotta, saremo in grado di ristabilirla su di noi.
Questo è quello a cui allude questo verso della Torah: quando si confessa una colpa e ci si pente per averla commessa, si ristabiliscono i presupposti per far dimorare tra noi la Shechinah. Ma quando si ripara al danno provocato “wachamishito yosef alav/aggiungere il valore del suo quinto”, rimettiamo il valore della lettera He (il cui valore numerico è 5), ristabiliamo la Presenza Divina su di noi e riprendiamo la nostra stretta e speciale relazione con l’Onnipotente che, misericordiosamente, ci perdona per l’errore commesso, Shabbat Shalom.
