Nella Parashà di questa settimana incontriamo uno dei momenti più drammatici e allo stesso tempo più misteriosi della Torah: la consegna delle seconde Tavole. Dopo il peccato del vitello d’oro, il mondo sembra incrinarsi. Le prime Tavole sono state spezzate e l’alleanza tra il popolo e Hashem appare fragile. Eppure proprio da quella frattura nasce un insegnamento sorprendente. Hashem dice a Moshe: “Scolpisci per te due tavole di pietra”, Hashem è disposto a rinnovare il patto ancora una volta, si insegneranno i tredici attributi da recitare per essere perdonati, dove Hashem compare con l’appellativo di “Longanime”.
Ma oltre ciò Rashi viene ad insegnarci un dettaglio interessante sul materiale delle Tavole. Hashem mostrò a Moshe una cava di zaffiro da cui estrarre la pietra per le nuove Tavole, e aggiunse che dallo scarto della lavorazione, Moshe avrebbe potuto arricchirsi. I frammenti inutilizzati, le schegge cadute durante la scultura, sarebbero stati per lui. Da qui nasce una domanda. Perché Hashem vuole che Moshe diventi ricco? Non solo: perché proprio in questo modo? La Ghemarà insegna infatti che la Shechinà si posa solo su una persona che possiede determinate qualità: forza, ricchezza, sapienza e umiltà (Nedarim 38a). Moshe doveva possederle tutte. Ma rimane comunque un interrogativo: se Hashem desiderava renderlo ricco, non avrebbe potuto semplicemente donargli un tesoro, un forziere pieno di gioielli? Perché farlo diventare ricco attraverso lo scarto delle Tavole? Una storia raccontata nel libro Sas BeImratecha illumina questo punto.
Un giorno il Rosh Yeshivà di Kol Yaakov, Rav Yehudah Ades, si recò da un imprenditore che da tempo sosteneva la yeshivà. Fino ad allora quell’uomo aveva donato somme modeste, circa mille dollari. Ma quel giorno, con grande sorpresa del Rav, tirò fuori un assegno da cinquantamila dollari. Il Rav rimase stupito e gli chiese cosa fosse accaduto. L’imprenditore raccontò che poco tempo prima aveva portato i suoi figli nella fabbrica tessile di famiglia per insegnare loro il mestiere. Durante una trattativa chiese mezzo centesimo in più per ogni metro di stoffa. I figli rimasero perplessi. Mezzo centesimo? Che differenza poteva fare una cifra così insignificante? Pensarono persino che il padre, ormai vicino alla pensione, stesse perdendo il senso delle proporzioni. Ma quell’ordine di tessuto fu enorme. Alla fine quel mezzo centesimo in più generò un guadagno complessivo di cinquantamila dollari. Ed è proprio quella cifra che l’uomo decise di donare alla yeshivà. Poi disse al Rav: “Volevo insegnare ai miei figli che grandi guadagni nascono da piccolissime differenze. A volte tutto dipende da un dettaglio minuscolo.” Ed è qui che ritorniamo a Moshe. Anche Hashem, per così dire, sta insegnando una lezione. Non rende Moshe ricco con un miracolo spettacolare. Lo arricchisce con gli scarti, con i frammenti che sembrano non avere valore.
Ma a questo punto sorgono degli interrogativi. Davvero la Torah vuole insegnarci una lezione di economia? Davvero il messaggio si riduce a un principio finanziario? Possibile che la Shechinà si posi su una persona solo per il “merito” di possedere denaro? Ovviamente no. La Torah non parla mai solo di denaro. Parla sempre di vita spirituale. Quando i Chachamim dicono che la Shechinà si posa anche sul “ricco”, non intendono semplicemente la ricchezza materiale. La vera ricchezza è ricchezza di mitzvot. E allora anche lo “scarto delle Tavole” assume un significato nuovo. Ci sono aspetti del Servizio di Hashem che sembrano piccoli, marginali, quasi irrilevanti.
Le mitzvot che compiamo con precisione quando nessuno ci vede. Un piccolo sforzo in più nella kasherut. Un momento rubato alla stanchezza per ascoltare una lezione di Torah. Un gesto di gentilezza che sembra insignificante. Una berachà detta con un po’ più di concentrazione. Sembrano scarti. Frammenti. Piccole schegge senza importanza. Ma la Torah ci insegna che proprio da lì nasce la vera ricchezza. Come quel mezzo centesimo nella fabbrica tessile, anche nella vita spirituale i dettagli minuscoli possono produrre risultati immensi. Una piccola mitzvà in più, un passo appena più avanti nell’Avodat Hashem, un frammento di santità raccolto dove altri vedono solo scarto. Alla fine della vita spirituale di una persona, tutte quelle piccole schegge si sommano. E improvvisamente si scopre di essere diventati ricchi. Ricchi di mitzvot. Ricchi di Torah. Ricchi di luce. E allora la promessa implicita della Parashà diventa chiara: chi non disprezza gli “scarti” dell’Avodat Hashem, chi raccoglie anche le mitzvot più piccole, alla fine meriterà la ricchezza più grande di tutte… La Shechinà che si posa su di lui.
Forse è proprio questo il grande insegnamento: nella vita non esistono davvero cose “piccole”. Una parola, un gesto, una scelta quasi impercettibile possono crescere nel tempo e diventare enormi sia in bene sia, purtroppo, in male. Per questo vale la pena prestare attenzione ai dettagli della nostra vita quotidiana: perché spesso sono proprio le cose che sembrano minuscole a diventare, col passare del tempo, le più grandi.
Shabbat Shalom
