Le Parashot di Vayakhel e Pekude chiudono il libro dell’Esodo con una minuziosità che potrebbe apparire puramente tecnica. Eppure, dietro il bilancio dettagliato di ogni materiale usato per il Mishkan, si cela un trattato di psicologia spirituale sulla natura del giudizio umano. Il testo ci informa che Moshe presentò un rendiconto completo di quanto raccolto; un atto che, secondo il Midrash, fu reso necessario dai mormorii del popolo che proiettava su di lui la propria avidità non risolta. Questo sospetto illustra il principio talmudico: “Kol haposel, bemumò posel” — chiunque squalifica il prossimo (costantemente), lo fa proiettando il proprio difetto (Kiddushin 70a).
Questa dinamica proiettiva trova un riscontro affascinante nella radice del verbo squalificare (posel), identica a quella di idolo o statua (pesel). Quando giudichiamo categoricamente qualcuno, lo trasformiamo in un’immagine statica e immobile, proprio come la moglie di Lot, perennemente immobile nella contemplazione della scena “distruttiva”, divenne una “statua di sale. Qui il sale assume un significato ambivalente. Nella pratica rituale, il sale serve a estrarre il sangue dalla carne, poiché “il sangue è la vita, l’anima”. Se usato nel giudizio, il sale “toglie la vita” all’altro, sottraendogli la dinamicità e l’anima, lasciando dietro di sé solo un pesel-immagine inanimata, un’etichetta senza spirito. È quello che Daniel Kahneman definirebbe un bias, un’euristica, ovvero una scorciatoia mentale che immobilizza l’altro in una definizione fissa per risparmiare risorse cognitive: è molto più semplice definire una persona una volta per tutte, che rimettere in discussione ogni momento la sua immagine, potremmo dire che è una strategia contro la possibilità di cambiamento, un “Anti-Teshuvà”.
Tuttavia, esiste una staticità di segno opposto. Sull’altare, il sale era obbligatorio per ogni sacrificio come segno del “Patto di sale Eterno”. Se nel giudizio umano il sale crea una staticità negativa che nega il cambiamento, nel rapporto con Dio esso rappresenta una staticità positiva: la stabilità, la fedeltà e l’eternità del patto che non muta mai. I grandi Tzaddikim vivono la dialettica proiettiva in modo molto elevato. Il profeta Isaia, vedendo la sofferenza spirituale della sua generazione, esclamò: “Sono un uomo dalle labbra impure in mezzo a un popolo dalle labbra impure”. Potremmo pensare che qui lo Tzaddik vedendo la colpa del popolo non vuole incolparlo come peccatore, ma compie un atto di autocritica: vede il male nel popolo come se fosse una propria proiezione e decide di assumersene la responsabilità. La tradizione insegna che Isaia fu poi colpito proprio sulle labbra durante il martirio ordinato da Menashe (Yevamot 49b). Lungi dall’essere una semplice punizione, questo, forse, fu il suo Tikkun (riparazione) sulla sua pelle, a favore degli altri. Come disse Rav Mordechai Eliahu Z”L quando avvertì un pericolo per Israel: “Paga chi può pagare” (ma questo è un altro capitolo di un altro Tzaddik).
La vera sfida spirituale è dunque distinguere tra queste due forme di “fermezza”: dobbiamo essere statici e incrollabili nei valori e nel patto con il Divino, ma estremamente dinamici e fluidi nel guardare il prossimo.
Il Baal Shem Tov insegna che il difetto che vediamo nell’altro è un’istruzione dal Cielo per la nostra rettifica, quasi a dire che incontriamo, nelle persone che capitano nella nostra vita, il nostro alter-Ego.
Ritornando alla Parashà, Moshe, rispondendo ai sospetti con la trasparenza di Pekudè, non trasforma il popolo in una statua di colpevolezza, ma ristabilisce il Patto. Per costruire un Santuario, un Altare, nella nostra vita, dobbiamo dunque smettere di usare il “sale” per togliere la vita agli altri attraverso etichette immobilizzanti, e iniziare a usarlo per sigillare il nostro impegno eterno verso la verità.
Questa trasformazione finale è racchiusa nel legame mistico-grammaticale tra tre parole che condividono le stesse lettere: Melach (sale), Lechem (pane) e Lacham (combattere). La vita spesso ci mette di fronte alla tentazione del Lochem, della guerra derivante dal giudizio. Ma la Torah ci insegna a trasformare questo istinto nel Lechem, il pane della pace. Nel Mishkan, il Lechem Hapanim era composto da dodici pagnotte che rappresentavano l’unione e l’armonia tra le dodici tribù di Israele davanti a Dio. Come Moshe aprì la Parashà radunando il popolo (Vayakhel), così noi oggi uniamo i dettagli di Pekude con lo spirito unificatore di Vayakhel: trasformiamo la staticità del giudizio nella stabilità del Patto, e la guerra del sospetto, nel pane della fratellanza. Chissà forse tutto questo è racchiuso nel gesto di unire nella Berachà del Pane il sale, sull’altare chiamato oggi “Tavola”, in particolare nel regno della Pace chiamato Shabbat.
Shabbat Shalom
