Israele non somiglia all’Iran, e sebbene stia diventando più tradizionale, sta anche diventando più libera e liberale. I religiosi in Israele non vogliono dominare i laici, e persino gli haredim vogliono solo essere lasciati in pace
Rav Chaim Navon – Makor Rishon – 11.3.2026
Israele sta per diventare l’Iran? C’è chi alimenta questa narrazione per ragioni elettorali, e chi ci crede ingenuamente lasciandosi prendere dall’angoscia. I primi non si possono convincere, ma forse si possono rassicurare i secondi: Israele non sta per trasformarsi in una dittatura religiosa-ideologica. Se proprio si insiste nell’usare il paragone iraniano, esso si adatta molto meglio a un’altra epoca della storia dello Stato di Israele: i tempi del partito Mapai.
Negli anni Cinquanta, Ben Gurion mandò lo Shin Bet (allora chiamato Shin-Bait – Casa) a spiare i suoi avversari politici. Scoppiò uno scandalo quando fu trovato un dispositivo di ascolto nell’ufficio del leader del Mapam, Meir Ya’ari. David Shaham, il propagandista del Mapai, testimoniò di aver ricevuto regolarmente rapporti dallo Shin Bet su quanto avveniva negli stati maggiori elettorali degli altri partiti.
La coercizione in campo educativo era anche peggiore. Gli istruttori e gli insegnanti nei campi di transito (ma’abarot) imponevano ai bambini, contro la volontà dei genitori, un’educazione laico-socialista mista, maschi e femmine insieme. In alcuni casi furono tagliate forzatamente le peot (basette) dei bambini yemeniti. Il deputato David Zvi Pincus gridò: «Questa è un’inquisizione contro la religione di Israele». Il professor Yeshayahu Leibowitz — lui e nessun altro — scrisse allora: «Germi di un approccio inquisitoriale di odio e repressione della religione di Israele si manifestano in diversi luoghi nell’Histadrut». Una commissione d’inchiesta statale accolse la maggior parte delle accuse, stabilendo persino che «il taglio delle peot era un metodo sistematico e non un caso isolato». Ben Gurion annunciò che il governo accettava le conclusioni della commissione «nel loro insieme», ma rifiutò di adottare il rapporto nella sua interezza.
Nachum Levin, che aveva guidato allora la politica di coercizione in materia di istruzione, fu alla fine costretto a lasciare il suo incarico. Levin, amareggiato, si lamentò: «Essere punito dal rabbi per aver cercato di portare la sua dottrina alle estreme conseguenze?!». Il «rabbi» è Ben Gurion, e anche dopo che lo «punì», la politica antireligiosa continuò. Nel luglio 1950 fu inviata agli abitanti di Ness Ziona che avevano iscritto i propri figli nelle scuole religiose una lettera dal Consiglio dei Lavoratori locale: «Presumiamo che tu l’abbia fatto per errore, e pertanto ti viene richiesto di recarti immediatamente dall’impiegato addetto alle iscrizioni presso il consiglio locale per trasferire tuo figlio alla corrente dei lavoratori. Se non lo farai immediatamente, la tua appartenenza all’Histadrut sarà considerata dubbia».
Israele era allora una dittatura religiosa della «religione del lavoro»? Il «rabbi» Ben Gurion era il leader supremo sul modello iraniano? Mi trattengo da queste formulazioni esagerate. A favore di Ben Gurion e dei suoi compagni militavano circostanze attenuanti, e in fin dei conti i loro meriti superano di gran lunga le loro colpe. Ma se si insiste nell’usare l’Iran come base di paragone, la conclusione sarà che l’Israele del Mapai era molto più vicina a una dittatura iraniana che l’Israele del Likud. L’Israele del ventunesimo secolo è uno Stato molto più libero dell’Israele della metà del Novecento.
Israele non diventerà l’Iran, e non per riguardo della destra tradizionale verso la sinistra laica, bensì perché gli stessi uomini di destra non lo vogliono. I laici e i tradizionalisti di destra vogliono la propria libertà, i religiosi hanno abbracciato gli aspetti positivi del liberalismo, e persino agli haredim non interessa affatto governare gli altri: chiedono solo di essere lasciati in pace, protetti e finanziati nel loro stile di vita (il che non può funzionare a lungo andare, ma questo è un discorso per un’altra occasione). Lo Stato di Israele è diventato più tradizionale, ma anche più liberale di quanto non fosse; chi verifica quante attività commerciali sono aperte in Israele di sabato (purtroppo) può constatarlo con chiarezza.
Per illustrare il pericolo iraniano interno, si portano esempi di proposte di legge minacciose avanzate da membri della coalizione. La maggior parte sono «dichiarazioni legislative» che non hanno alcuna possibilità di essere approvate, presentate a migliaia il primo giorno di ogni legislatura con il solo scopo di fare notizia; altre sono proposte di legge su cui si può discutere, ma che non hanno nulla di dittatoriale. È il caso, ad esempio, della proposta di legge volta a restituire ai tribunali rabbinici la competenza a giudicare controversie civili quando entrambe le parti lo desiderino. Chi agita questa proposta come una minaccia sa di solito che i tribunali rabbinici hanno da sempre goduto di tale competenza; che la Corte Suprema (Bagatz) gliel’ha sottratta arbitrariamente; che la legge mira solo a ripristinare lo status quo ante; e che le limitazioni aggiunte garantiscono che il procedimento dinanzi a un tribunale rabbinico si svolga soltanto se entrambe le parti lo vogliono davvero.
Nel breve periodo, le esagerazioni retoriche e le minacce eccessive possono giovare alla propaganda politica, ma nel lungo periodo causano danni incalcolabili. Alimentano odio e divisione, e paradossalmente rischiano di spingere la parte avversa verso posizioni più estremiste. La destra in Israele è nella sua grande maggioranza democratica e persino liberale, nel senso positivo del termine. Perché mai qualcuno dovrebbe voler convincere la destra che non è così?
