Nella parashà di Kedoshìm la Torà ci comanda di darsi da fare per salvare un nostro fratello in pericolo, con queste parole: “… non restare inerte di fronte al sangue del tuo prossimo, Io sono il Signore” (Vaykrà, 19:16).
Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento, cita il trattato Sanhedrin (73a) dove i Maestri affermano: “Da dove si deduce che colui che vede un altro annegare in un fiume, o essere trascinato via da un animale selvatico, o essere aggredito da briganti, sia obbligato a salvarlo? La Torà afferma: «Non restare inerte di fronte al sangue del tuo prossimo». La Ghemarà risponde: Sì, è proprio così; questo versetto si riferisce effettivamente all’obbligo di salvare colui la cui vita è in pericolo”.
Nello Shulchàn ‘Arùkh (Chòshen Mishpàt, 426) questa mitzvà è riportata parola per parola con delle aggiunte: “Colui che vede il proprio prossimo annegare, o minacciato da ladri o da un animale selvatico, e avrebbe potuto salvarlo personalmente o assoldare altri per farlo, ma non lo fece; oppure colui che udì che dei gentili o degli informatori stavano tramando contro qualcuno o preparandosi a tendergli un tranello, ma non rivelò ciò al suo amico né lo avvertì; o ancora colui che sapeva che un gentile o un uomo violento si stava avvicinando al suo prossimo, e avrebbe potuto placarlo e mutare il suo atteggiamento verso quest’ultimo, ma non lo placò: in tutte queste situazioni, egli ha trasgredito al precetto: «Non restare inerte di fronte al sangue del tuo prossimo»”.
R. Barukh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) in Torà Temimà cita il Bet Yosef e altre opere successive dove viene trattato l’argomento dell’obbligo di metterci in un possibile pericolo per salvare un’altra persona che è in certo pericolo. R. Epstein basandosi su un racconto talmudico propende per la posizione che siamo obbligati. Così pure sostiene esplicitamente r. Yosef Caro (Toledo, 1488-1575, Safed) nel suo Bet Yosef (cap. 426:2) dove scrive che è obbligatorio mettersi in pericolo se si sa di poter salvare il prossimo, perché per il prossimo il pericolo è certo, mentre per colui che lo può salvare il pericolo non è certo.
R. Eliyahu Russof (Lublin, 1655-1735, Hevron) nei responsi Yad Eliyahu sostiene invece che è permesso mettersi in pericolo per salvare il prossimo ed è midàt chassidùt (un atto di benevolenza) ma non è obbligatorio.
Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Mattanòt Ani’im, 8:10) cita il versetto di questa parashà e scrive che anche il riscatto dei prigionieri rientra in questa mitzvà: “Il riscatto dei prigionieri ha la priorità sul sostentamento dei poveri e sulla fornitura di vestiario a essi. [Infatti,] non vi è mitzvà più grande del riscatto dei prigionieri. Poiché il prigioniero rientra tra coloro che sono affamati, assetati e privi di vesti, ed è in pericolo di vita. Se qualcuno trascura il suo riscatto, viola i precetti negativi: «Non indurire il tuo cuore né chiudere la tua mano» (Devarìm, 15:7), «Non restare inerte di fronte al sangue del tuo prossimo»” (Vaykrà, 19:16) ecc.
R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p.146) scrive: “Siamo franchi: durante il terribile Olocausto, mentre l’ebraismo europeo veniva sistematicamente sterminato nei forni e nei crematori, la comunità ebraica americana non si è dimostrata all’altezza della sfida”.
