La riconciliazione fra Ya’aqov ed Esaù è al centro della Parashat Wayishlach. Anche qui Sforno evidenzia, come vedremo, un punto di svolta, un “prima” e un “dopo” nel racconto.
Ya’aqov manda messi in avanscoperta alla volta del fratello per cercare di carpirne le intenzioni. Inizialmente gli manda un messaggio che vuole suonare rassicurante: “ho accumulato molte ricchezze e servitù: ho intenzione di rappacificarmi con te”, ma non serve: gli viene riferito che Esaù sta marciando, presumibilmente contro di lui, con quattrocento uomini. Architetta a questo punto una messinscena di doni, sperando di mutare le sorti. Invia alla volta di Esaù nuovamente una serie di messi, ciascuno recante in regalo una coppia di animali maschio e femmina, con l’incarico di presentare l’incontro come casuale: Esaù non avrebbe dovuto sospettare che Ya’aqov fosse a conoscenza del suo arrivo. Le coppie di animali avrebbero avuto un messaggio preciso. Il dono inviato a Esaù non era solo una manifestazione di numero nel presente. Gli animali erano in grado di riprodursi autonomamente e dunque costituivano letteralmente una vera e propria berakhah, come dice il versetto. Sforno spiega questo termine come Tossefet Tovah, “bene aggiuntivo” per il futuro.
Esaù tuttavia cambia radicalmente umore solo dopo che vede Ya’aqov genuflettersi per ben sette volte davanti a lui. A quel punto è scritto che Esaù gli corse incontro, lo baciò e lo abbracciò come se nulla ci fosse stato nel frattempo. Esaù -scrive Sforno- “si compiace degli atti di sottomissione” di Ya’aqov. Non è escluso che a Esaù fosse rimasta impressa negativamente in testa quella frase della berakhah che suo padre gli aveva dato prima di morire: we-et achikha ta’avod, “sarai servo di tuo fratello” e questo non poteva andargli a genio. Voleva una dimostrazione tangibile del contrario, della sua potenza: “egli che diceva: chi potrà farmi scendere a terra?” (dalla Haftarah). Sforno proietta questa relazione di hakhna’ah (sottomissione) di Ya’aqov a Esaù ben al di là delle relazioni fra i due fratelli: diviene il paradigma dei rapporti fra due popoli, due culture. Davanti alla prepotenza di Esaù e di chicchessia Israele fa bene a chinarsi. Non è una resa, è una scelta morale per evitare lo scontro.
Sforno prefigura nel suo commento a questi versetti due episodi storicamente molto successivi. Il primo è legato al Profeta Achiyah di Shiloh. Siamo alla fine del regno di Shelomoh. Il re oberava il suo popolo di tasse ed era dedito a culti stranieri. Il risultato fu che alla sua morte il regno si divise in due. Achiyah incontrò segretamente Yarov’am suo concittadino e lacerò in dodici pezzi l’abito nuovo che questi indossava. Gli rese dieci pezzi, profetizzando che Yarov’am sarebbe diventato il re di dieci tribù, mentre solo due tribù, simboleggiate dai due restanti pezzi del vestito, sarebbero spettate alla discendenza di David. Ma Achiyah dovette presto ricredersi anche di Yarov’am ed espresse la sua delusione pronosticandogli la fine sua e della sua famiglia. “H. percuoterà Israele come una canna che viene sbattuta nell’acqua” (1Melakhim 14,15).
Il Talmud (Ta’anit 20a) commenta questo versetto dicendo che “sono fedeli le ferite inferte da chi ci vuole bene, mentre i baci di chi ci odia sono ingannevoli” (Mishlè 27,6). “E’ meglio la maledizione di Achiyah rispetto alla benedizione di Bil’am il malvagio”. Achiyah ha usato l’immagine della canna che si piega a qualsiasi vento della terra ma non si spezza. Bil’am ha usato invece l’immagine del cedro del Libano, albero che apparentemente resiste ai venti, ma quando soffia il vento forte del sud lo sradica e lo abbatte. “Insegnano i Maestri: si deve essere sempre duttili come una canna e non rigidi come il cedro”.
Il secondo episodio è l’incontro di R. Yochanan ben Zakkay con Vespasiano, al tempo dell’assedio romano a Yerushalaim nel 68 E.V. E’ noto il racconto talmudico (Ghittin 56b) secondo cui R. Yochanan dovette lasciare la città assediata in una cassa da morto per giungere a trattare con il generale romano. Un po’ meno noto è un dettaglio non irrilevante della storia: la città era messa a coprifuoco non dai Romani in quel momento, ma dai biryonim (lett. bricconi), un gruppo di facinorosi nazionalisti estremi che controllavano le porte e preferivano che la popolazione morisse di fame piuttosto che qualcuno potesse uscire a trattare la resa con il nemico. A R. Yochanan la cosa era stata possibile per il fatto che il capo dei biryonim era suo cognato, con cui aveva buoni rapporti.
Quando, come è noto, R. Yochanan si trovò al cospetto di Vespasiano e lo chiamò imperatore, il generale romano ebbe un moto di stupore e gli disse: “Se è falso mi prendi in giro, ma se è vero, perché sei venuto a dirmelo solo adesso?” Il Rabbino gli rispose: “I biryonim me lo impedivano”. Vespasiano replicò con una metafora: “Se hai un vasetto di miele su cui è annidato un serpente, non rompi forse il vasetto per allontanare il serpente?” Il generale intendeva dire che occorreva distruggere Yerushalaim per stanare i biryonim. R. Yochanan ben Zakkay avrebbe voluto rispondergli: “No, si può ricorrere a una pinza con cui afferrare il serpente senza per questo distruggere il vasetto”, risparmiando la città. Ma non in fece in tempo. In quel momento arrivò il dispaccio da Roma che annunciava la nomina di Vespasiano a imperatore e Yerushalaim fu distrutta, per colpa- dice Sforno- dei biryonim. Lezione di moderazione. Flessibilità, peraltro, non significa affatto rinuncia ai nostri ideali e ai nostri obiettivi. Commentando un episodio successivo della Parashah in cui Ya’aqov, tornato in Terra d’Israele, costruisce un altare per adempiere al voto fatto prima della sua partenza, Sforno osserva che il Patriarca si affretta contestualmente ad acquistare un terreno e commenta, in base al Salmo 137, che non gli sarebbe stato possibile cantare le lodi di H. su una terra straniera. Per terra straniera (admat nekhàr) si intende qui la Terra d’Israele finché appartiene ad altri. A questo si ricollega presumibilmente anche l’ordine impartito da Ya’aqov stesso al suo entourage di liberarsi delle divinità straniere (elohè nekhàr) al reingresso in Eretz Israel. Realpolitik non significa affatto abdicare ai nostri sacrosanti diritti. Significa saperli gestire al meglio.
